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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 18 Gennaio - ore 19.00

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D'Alema: "Un no per ripartire, sennò addio al nostro popolo"

Quattrocento persone, fra le quali il senatore Grillo, ad ascoltare l'ex segretario Pds, che cita Togliatti. Gli strali a Renzi, la bacchettata ad Orlando, la riflessione sui giovani: "Vorrei intercettarne un po', altrimento voteranno tutti M5S.

D´Alema: `Un no per ripartire, sennò addio al nostro popolo`

La Spezia - "Renzi ci vuole vendere un'Italia più agile, più snella... sembra che parliamo dei Pavesini, più che della Costituzione". Da "Lider Maximo", quando maramaldeggiava da segretario di un partito che viveva l'ultima fase dello storico consenso popolare costruito sulle ceneri del dopo-guerra, a Don Chisciotte della Costituzione. Massimo D'Alema al Civico, un deja vu fino ad un certo punto perché la lingua rimane una delle più sveglie della politica italiana, ma i baffi ingannano un grigiore coerente con il passare del tempo. Parla ad un pubblico che lo conosce bene, quattrocento persone che lo ascoltano con attenzione durante la sua arringa, come sempre foriera di prodezze dialettiche, pungenti riflessioni, senza ghirigori. "Se il sì è una malattia nei casi più lievi basta somministrare la lettura dell'articolo 70. In quelli più gravi bisogna andare più a fondo. Come ha detto De Siervo, per rispetto ai padri costituenti, questi sono "ricostituenti"".

C'è anche il senatore Grillo, D'Alema bacchetta Orlando. Fra il pubblico, oltre ad un folta delegazione della sinistra spezzina, quella per intendersi fuori dal Pd, il gruppo dirigente della Cgil spezzina e pure l'ex senatore Gigi Grillo che, evidentemente, non voleva perdersi il comizio di un vecchio avversario politico passato da queste parti. D'Alema attende con pazienza la parola dopo una fase introduttiva e attacca il premier più volte, praticamente da ogni punto di osservazione. Ma gli strali dell'ex presidente del consiglio non si limitano al rivale fiorentino, toccando, senza nominarlo, anche il ministro di Giustizia, Andrea Orlando: "Tra abolizione dell'Imu, abolizione dell'articolo 18 e ponte sullo Stretto, se Berlusconi va alla Siae per Renzi sono dolori. A noi contestano di votare come la destra, ma dovreste chiedere al vostro illustre concittadino cosa c'entra con Cicchitto e Verdini".

"Ai plebisciti bisogna rispondere no". Poi la politica e i motivi per i quali la riforma costituzionale non c'entra niente con il pensare democratico: "Questa riforma va contro i principi fondanti del Pd, che nel 2008 diceva di voler difendere la Costituzione, un patrimonio di tutti stilato dai padri costituenti. È garanzia della stabilità, non vogliamo la Costituzione di Renzi, come non volemmo quella di Berlusconi e non vorremmo quella di Grillo. La modifica di 47 articoli giunge grazie a un premio di maggioranza incostituzionale e al trasformismo di Ala (gesto del volo con applausi e speranza che resti a piede libero) e Ncd, mai visti alle urne. E anche il Pd... è un partito che non ha vinto le elezioni. È con un quesito composto da cinque temi siamo a votare la Costituzione di Renzi, un plebiscito. E ai plebisciti bisogna rispondere no".

Che cosa propone chi oggi respinge la riforma? "È stata presentata da alcuni gruppi parlamentari una proposta di riforma semplice di riduzione drastica del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori, con eliminazione della navetta tra Camera e Senato. Una riforma semplice, fatta di tre articoli, chiara. Che si basa sul principio del Parlamento eletto dai cittadini, a suffragio universale e voto diretto. Dando il diritto di scegliere alla persona, che oggi è negato. Il Senato resta come camera di serie b, e in alcune materie permarrà il bicameralismo perfetto. Se a Palazzo Madama ci sarà una maggioranza diversa da quella di Montecitorio ci può essere la paralisi. Il Senato sarà un ente non più espresso dai cittadini. Come per le Province, restano ma sono scelte dal ceto politico. Non è stato abolito il Senato, ma le elezioni. Viene meno il ruolo dei cittadini. Ci saranno conflitti possibili tra i due rami del Parlamento. L'articolo 70 è prolisso e non chiaro. La riforma consente espropriazione di poteri alle Regioni e queste potranno fare ricorso alla Corte Costituzionale. La riforma è un pasticcio. Ci sono anche disparità insopportabili, come nel trattamento delle Regioni a statuto speciale. E la Sicilia avrebbe bisogno di intervento dello Stato... ma i voti dei parlamentari siciliani erano necessari per tenere in piedi la baracca".

"Se vince il sì, abbiamo perso definitivamente il nostro elettorato storico". Secondo D'Alema se vince il sì, non ci sarà un Pd come ce lo ricordiamo: "Il no è la battaglia per il futuro del Pd, l'unico modo è aprire il confronto sul futuro del centro sinistra. E per recuperare tutti quei milioni che ci hanno abbandonato: questo referendum non riapre la strada al Pd, un partito che sta deperendo. Il gruppo dirigente vede il partito organizzato come un peso. Conta di più un guru che sovrintende alla campagna elettorale, pagato 400mila euro, rispetto ai circoli. Senza radicamento siamo destinati a essere sconfitti. I sondaggi? Dobbiamo lavorare, parlare e mobilitare diverse persone. È importante tornare al dialogo, non lasciarsi intorpidire".

La coerenza di Renzi. D'Alema non perdona al giovane presidente del consiglio anche il fatto di essersi rimangiato le parole sulla possibilità di fare un passo indietro in caso di vittoria del no: "A commento delle amministrative Renzi aveva creato aspettative. Non si prendeva responsabilità della sconfitta, della perdita di metà dei Comuni e di un milione di voti, ma diceva che se avesse perso al referendum avrebbe dato le dimissioni, e si sarebbe ritirato a vita privata. Ma dopo 20 giorni ci ha ripensato. Se vincerà il no, non dovremo andare a elezioni. Se vorrà continuare a governare ascolti di più i consigli e la reale situazione italiana. Se non lo vorrà fare il presidente della Repubblica in poche ore troverà una figura in grado di fare la legge elettorale e tornare a pensare a quello che serve al Paese".

La sinistra torni a fare la sinistra: solo così non lasciamo a Grillo un'autostrada. La ripresa è irrisoria, i licenziamenti sono cresciuti del 38 per cento: dati che D'Alema cita nel finale del suo lungo intervento: "Un pezzo del nostro elettorato è già stato rottamato, si guarda al centro. Invece l'unico modo di arginare i populismi è che la sinistra torni a fare la sinistra. Oggi l'unico che ci pensa è il papa. Se andiamo a braccetto con establishment economico facciamo una autostrada a sette corsie per Grillo. Il nostro non è un no che blocca, ma che costruisce. È progressivo, impone di ritornare al confronto rispetto ai colpi di maggioranza e riapre la prospettiva del centrosinistra. Al contrario si rafforza il Partito della nazione. Una deriva neocentrista in cui tanta parte del nostro popolo non è rappresentato. E poi votano per il Movimento cinque stelle. Il no è il punto da cui ripartire, altrimenti è una deriva. Il compito della mia generazione non è quello di mettermi alla testa, ma ho sentito il dovere morale di lasciare l'aratro e riprendere la spada. E altri mi hanno seguito. Non mi tiro indietro, sono una riserva. Non vogliamo tornare, non ho poltrone da difendere. Ma non smetto di fare politica. Anche per nuove generazioni, che in tanta parte voteranno no, e che poi potrebbero finire a votare M5S. Vorrei intercettarne un po'".

Delfino: "Difendere i cittadini e la loro autodeterminazione. Si sarà forse sentito per un attimo un giovane ventenne di qualche decennio fa, perché Marcello Delfino non si fermava più. D'altro canto, fin dal principio, è stato proprio il "vecchio" segretario della Margherita ad animare le ragioni del no, e questo definisce piuttosto bene quanto il Pd, su scala nazionale, stia davvero vivendo un sostanziale cambio della pelle. "Abbiamo scelto il Teatro Civico con ambizione, e abbiamo vinto la sfida. Non abbiamo scelto una location piccola dove si può dire che si fa fatica a stare. Mancano venti giorni al 4 dicembre, non sottovalutiamo questa, che non è una semplice battaglia politica, ma sul futuro del nostro Paese. Si tratta di difendere i cittadini e la loro autodeterminazione, dalla volontà di renderli sudditi. I sondaggi non contano, forse fatti apposta ad uso di chi comanda". Quattrocento presenti, platea in là con gli anni, salvo poche eccezioni, ma era nell'ordine delle aspettative. D'Alema, arrivato un po' in ritardo come il copione vuole, "spippola" al cellulare. Con il volto appoggiato sul pugno sinistro, puntellato sul tavolo. Ogni tanto porta le mani davanti alla bocca, sembra parta il fu fu che lo ha reso celebre suo malgrado per le parodie di Antonio Ricci. Poi gli tocca ed inizia a parlare.

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