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Ultimo aggiornamento: Martedì 22 Agosto - ore 10.30

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CRONACA DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA. DI UNA BATOSTA PAUROSA

Il centrodestra stravince prima ancora di iniziare, Peracchini pensa già alla nuova giunta. Manfredini è sconfitto ma a perdere è soprattutto il Pd e tutto il suo stato maggiore. Dal 2013 l'inesorabile rimonta firmata da Giovanni Toti.

PREVISIONI CONFERMATE
CRONACA DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA. DI UNA BATOSTA PAUROSA

La Spezia - Pierluigi Peracchini come Giorgio Guazzaloca, esattamente diciotto anni dopo. Il primo, ricorrente pensiero non poteva che andare alla Bologna di fine anni '90, quando il Popolo delle Libertà fu capace di scalzare il centrosinistra da piazza Maggiore, vincendo il ballottaggio praticamente all'ultimo voto, in una città che dalla fondazione della Repubblica italiana non aveva mai osato nemmeno pensare di cambiare bandiera. Una città che stava esaurendo un ciclo e che in quegli anni fu al centro di un cambiamento radicale portato avanti subito dopo da quel Cofferati, allora sindaco rimasto alla storia per decisioni impopolari, almeno secondo quello che era fino ad allora il senso comune derivante dalla storia politica e sociale di quella città. Oggi il centrosinistra di Manfredini cade rovinosamente contro un centrodestra che a differenza di quello che sostenne Guazzaloca - spentosi peraltro due mesi fa -, ha in più una Lega che è leader in lungo e in largo della coalizione, dettandone la linea a livello nazionale. Un centrodestra che in questa campagna ha saputo da subito essere pratico nei modi, puntuale nelle scelte, abile, anzi abilissimo, a comunicare in modo diretto, rassicurante, sornione. Un colore, l'arancione, che evidentemente non porta solo bene, e uno schema che dal 2013 ha cambiato radicalmente la storia della provincia spezzina: tutto ha avuto inizio con Matteo Cozzani che a fine maggio 2013 si prese la poltrona da sindaco di Porto Venere battendo agevolmente l'uscente e favorito Nardini, sfruttando un malcontento nel piccolo paese: una sconfitta che tuttavia non generò alcun campanello d'allarme nel Pd spezzino. L'anno successivo toccò a Giampedrone dare continuità, lui che oggi può sognare ad occhi aperti il salto in Parlamento, dopo aver contribuito ad una storia già numericamente devastante, considerando che l'anagrafe è assolutamente dalla sua parte. Perchè nel 2015 a Lerici vincerà Paoletti contro un Caluri abbandonato a sé stesso e fulcro delle prime liti interne. Un Pd che a livello provinciale stava già iniziando a vacillare, nei rapporti storici, nelle correnti che diventavano fazioni, nei personalismi, nella lotta Comune capoluogo-Autorità portuale, nel dualismo Paita-Orlando.
Quel giorno, quel 1° giugno 2015, però il Pd non perse soltanto Lerici. Quello è anche lo spartiacque di questi anni '10 perché la Regione, dopo dieci anni di reggenza Burlando, tornava ad essere guidata dal centrodestra, con un presidente completamente diverso da Biasotti. Quel Giovanni Toti, calato da Berlusconi su un territorio ostico per costruire una lenta, inesorabile rimonta, partendo dai territori: un oggetto misterioso, l'ex giornalista Mediaset, che doveva ancora dimostrare le sue capacità, al di là dell'investitura dell'ex cavaliere. Una mossa perfetta perché in quel modo si combatte la discesa di Beppe Grillo (che è genovese, peraltro), rimasto, salvo poche eccezioni, un fenomeno nazionale, un brand che non si radica, non crea militanza vera e quindi radicamento nell'elettorato. Almeno fino alla prossima indignazione, naturalmente.

E così dopo aver vinto nel piccolo, essersi preso De Ferrari brutalizzando la Paita e facendo venire a galla la crisi interna dei democratici (commissariamento immediato), Toti ha pensato di non cambiare strategia, esponendosi poco e bene, compiendo anche qualche errore, rimediato facilmente dal nulla cosmico della parte opposta. I tempi sono molto cambiati da quelli bolognesi che citavamo all'inizio e non può creare meraviglia se stanotte la città vira a destra, anche convintamente: prima della città dell'estremo levante ligure d'altro canto erano cadute in tante e Spezia è decisamente in buona compagnia, visto che anche Genova ha una tradizione "rossa" che salta stanotte come quella di Carrara che diventa grillina, spegnendo l'ultimo pezzo di centrosinistra rimasto in gara.
La gente ha scelto il centrodestra innanzitutto perchè ha saputo gestire una campagna elettorale normale, usando bene i canali di comunicazione e sfruttando al massimo l'ondata di novità freneticamente richiesta dalla gente, non solo alla Spezia: è un'esigenza mondiale e la tendenza è chiara com'è chiaro che i luoghi comuni del centrodestra oggi sono quelli che meglio interpretano lo smarrimento generale, rispetto a quelli polverosi, ripetuti allo sfinimento, fino a diventare, ironia della sorte, nostalgici del Pd. Per un candidato sfidante, anche se Manfredini non è Federici ma segue una continuità politica indubbia, è il contesto ideale per conquistare sempre più consenso. Se poi i temi ed i concetti più ripetuti e supportati entrano nella sfera dei "problemi quotidiani", con la loro pervicace cassa di risonanza social, il sorpasso è quasi matematico. Perché oggi, per come si è messa in questo biennio quando le istanze dei cittadini (Piazza Verdi non è la sola questione) non producevano effetti immediati ma scavavano un solco di dissenso sempre più profondo, non c'è lo spazio per una serie di temi, semplicemente perché é cambiato, di certo nella testa della gente, l'elenco dei bisogni, gli argomenti di cui discutere, su cui eventualmente lamentarsi: non averlo colto per un Pd sempre più radical chic, è stato il peccato mortale più inaccettabile, più politicamente miope.

Il resto però ce l'ha messo il Pd e non da oggi. Una campagna elettorale raffazzonata, costruita in corso d'opera, con un candidato come Paolo Manfredini che ha cercato di spiegarsi ad un popolo, l'ex elettorato dei dem avvelenato con i vertici, che non voleva ascoltare più niente. Il tempo era semplicemente finito e sarebbe potuto venire Berlinguer (invece è venuto Bersani), non sarebbe andata diversamente. Un popolo stufo, che ha sbottato al primo turno, mandando a quel paese anche un po' del proprio cervello, e non ha cambiato parere al ballottaggio: un cartellino rosso in piena faccia non tanto al candidato sindaco, che fatica ad inserirsi nelle pieghe di una campagna elettorale mai da parte sua sopra le righe (ma non è stato così da parte di tutti e questo lo ha penalizzato), e mai nemmeno capace di generare interesse, partecipazione. No, la gente non ha votato il centrosinistra perché il Pd ha perso l'anima, è diventato un partito autoreferenziale, di potere, incapace di dialogare prima ancora che col resto della sinistra, con le persone, tradendole proprio nel momento di massimo fittizio splendore: quando una parte di quel partito godeva superficialmente del famoso 40% di Renzi alle Europee, è in quel momento che è iniziato a scollarsi dalla realtà. Hanno pensato di non aver più bisogno di niente e di nessuno, come solo un bullo potrebbe fare. Va da sè che, dopo due anni di schiaffi nelle assemblee provinciali, non si può recuperare un consenso in quindici giorni, facendo anche scelte ad effetto, un effetto però soltanto a metà, che finisce per far adirare ancora di più quel popolo di cui si parlava poc'anzi: che senso ha una giunta con soltanto cinque assessori civici quando è il Pd sul banco degli imputati? Quale strategia hanno pensato quando hanno deciso di presentarli a quattro giorni dal voto, senza mai alcuna anticipazione che poteva anche solo far immaginare che l'idea, almeno, partisse da lontano? Era ovvio ed evidente che a quei punti Melley non avrebbe aderito, Forcieri (cacciato il 5 maggio scorso!) non lo avrebbe fatto comunque. E di sicuro Ruggia e Lombardi hanno sghindato, forse scompaginando i piani. Oggi quella parte di sinistra, non aiutando Manfredini a non perdere, si prende una responsabilità pesante, lasciando campo libero al centrodestra, e mandando un segnale inequivocabile: questo centrosinistra non esiste più da tempo e il Pd rischia di finire come gli altri partiti con i quali ha sempre governato.

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