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Ultimo aggiornamento: Domenica 19 Maggio - ore 15.31

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"Seafuture? Un salone dell'usato militare. Torni a mission originale"

L'appello di partiti e associazioni: "Inaccettabile la presenza di forze armate di Paesi antidemocratici o che violano i diritti umani".

NEL MIRINO ANCHE TURCHIA, EGITTO E ISRAELE
"Seafuture? Un salone dell'usato militare. Torni a mission originale"

La Spezia - "La sesta edizione di SeaFuture rivela il radicale mutamento della manifestazione: da evento presentato nel 2009 come 'la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare', nel corso degli anni è stata trasformata in una piattaforma di business dove gli operatori principali sono le aziende del settore militare (Leonardo, MBDA, Fincantieri, Elettronica, ecc.) insieme alla Marina Militare". Si apre così la nota diffusa da un cospicuo gruppo di realtà politiche e associative che punta il dito contro la rassegna in programma in Arsenale dal 19 al 23 giugno prossimi.

A far sentire la loro voce sono Accademia Apuana della Pace, Arci La Spezia, Archivi della Resistenza,L’Alveare La Spezia, Associazione Mediterraneo, Associazione di solidarietà al popolo Saharawi, Chiesa Battista La Spezia, Chiesa Metodista La Spezia, Comitato Acquabenecomune La Spezia, Gruppo di Azione Nonviolenta La Spezia, Legambiente La Spezia, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia, Potere al popolo La Spezia, Rete Italiana per il Disarmo e Sinistra Italiana La Spezia. Un nutrito gruppo a caccia di nuove adesioni, da inviare alla mail RiconvertiamoSeafuture@gmail.com.

"La 'grande rilevanza internazionale' dell’evento - accusano - è promossa attraverso l’invito alle Marine Militari di una sessantina di paesi esteri ed in particolare ai rappresentanti delle Marine Militari di numerosi paesi dell’Africa e del Medio Oriente che – come riporta il comunicato ufficiale – 'potrebbero essere interessate all’acquisizione delle unità navali della Marina Militare italiana non più funzionali alle esigenze della Squadra Navale, dopo un refitting effettuato da parte dell’industria di settore': in altre parole, un salone dell’usato militare ben lontano dall’innovazione".

In materia di esportazioni di sistemi militari, i promotori della riconversione si Seafuture richiamano i criteri previsti dalle normative internazionali ed europee ed in particolare i divieti imposti dalla legislazione nazionale, la legge n. 185 del 1990, che vieta espressamente l’esportazione di armamenti verso i Paesi in stato di conflitto armato, Paesi la cui politica contrasti con i principi dell'articolo 11 della Costituzione, Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche e i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani.

"In questo contesto - proseguono partiti e associazioni - , riteniamo inaccettabile l’invito a partecipare all’evento rivolto dagli organizzatori ai rappresentanti delle Forze armate di Paesi esteri responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, delle libertà democratiche e del diritto internazionale umanitario. A “SeaFuture 2018” sono stati infatti invitati i rappresentanti militari di nazioni belligeranti (tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Marocco e Qatar) le cui forze militari sono intervenute, senza alcun mandato internazionale, nel conflitto interno in Yemen: conflitto che in tre anni ha causato più di 10mila morti, di cui più della metà tra la popolazione civile anche a seguito di bombardamenti indiscriminati effettuati con ordigni di fabbricazione italiana, e che ha portato ad una catastrofe umanitaria senza precedenti. Riteniamo altresì intollerabile l’invito a partecipare all’evento ai rappresentanti delle forze militari di Israele che da oltre 50 anni occupa illegittimamente diversi Territori Palestinesi e ha imposto da più di un decennio un blocco illegale sulla Striscia di Gaza sottoponendo due milioni di abitanti ad una punizione collettiva. Ingiustificabile l’invito ai rappresentanti militari della Turchia in considerazione della continua violazione dei diritti democratici, dell’annosa repressione del popolo curdo anche con i recenti attacchi indiscriminati nelle città siriane, a maggioranza curda, di Afrin e Azaz e dell’indegno trattamento dei migranti e dei richiedenti asilo. Insopportabile l’aver invitato i rappresentanti militari di una serie di regimi repressivi ed in particolare quelli dell’Egitto in considerazione della violenta repressione interna e dell’inqualificabile comportamento delle autorità egiziane per il caso riguardante l’uccisione del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. Inaccettabile la presenza del Marocco che da più di 40 anni occupa militarmente il Sahara Occidentale violando le risoluzioni delle Nazioni Unite e i diritti umani del popolo Saharawi".

Viene poi definita "inammissibile la tendenza, che abbiamo evidenziato già dalla scorsa edizione, ad assimilare nell’ambito militare anche le iniziative riguardanti la Crescita Blu (i cui settori chiave sono il turismo costiero e marittimo, le energie rinnovabili marine, l’acquacoltura, le risorse minerali marine e le biotecnologie blu) che dovrebbero invece promuovere soprattutto le attività economiche e di ricerca in ambito civile. Esprimiamo, infine, forte preoccupazione riguardo al coinvolgimento degli studenti delle scuole secondarie in Seafuture per la mancanza di un’informazione completa e pluralistica sul significato dell’evento e della sua trasformazione in rassegna promossa dal comparto militare".

Partiti di sinistra e mondo associativo si rivolgono quindi agli organizzatori di Seafuture con una triplice richiesta: riportare la manifestazione ad essere "una fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo delle tecnologie civili inerenti al mare, per promuovere la sostenibilità ambientale e sociale"; dedicare alle esigenze del comparto militare "uno specifico evento riservato agli operatori professionali del settore, italiani ed esteri, in rigorosa osservanza delle restrizioni sulle esportazioni di sistemi e tecnologie militari ai sensi delle normative italiane e internazionali"; infine, "come previsto dalla legge n. 185 del 1990, siano predisposte 'misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa', salvaguardando e incrementando l’occupazione, liberando così i lavoratori dal ricatto occupazionale che li costringe a cooperare con un sistema industriale-militare che alimenta i conflitti, produce nuove vittime, provoca migrazioni e nuove povertà, soprattutto fra i popoli del sud del mondo".

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