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Ultimo aggiornamento: Sabato 22 Luglio - ore 22.42

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"I giovani tornino nei partiti per cambiarli. Ed escano dall'algoritmo di Facebook"

Politica e comunità negli anni '10. Parla Di Benedetto: "Se la militanza perde significato, la storicità del cittadino retrocede in una situazione di stallo. Un’intera generazione è stata abbandonata ad un vuoto politico frastornante".

`I giovani tornino nei partiti per cambiarli. Ed escano dall´algoritmo di Facebook`

La Spezia - Non c'è solamente l'attesa per conoscere il quadro complessivo dei candidati sindaco per le prossime elezioni comunali spezzina a dimostrare quanto la politica stia attraversando una fase decisamente complessa, sia per quel che riguarda la capacità di mettere al centro il ruolo di "amministratrice della cosa pubblica", sia nel rapporto con il popolo che non le riconosce più nemmeno un briciolo di questa funzione. La spiegazione sembra in realtà molto semplice. Se gli occhi sono lo specchio dell'anima e i figli il risultato dell'educazione impartita dai genitori, la classe politica altro non è che il riflesso della società. Due fattori - i politici e gli italiani - che forse non hanno mai toccato un punto più basso di quello attuale e che sembrano auto-alimentarsi in un circolo vizioso: gli scandali allontanano l'elettorato, lo armano di odio e disprezzo per la classe politica nel suo complesso, che viene così a trovare il ricambio con facili soluzioni ammantate di protesta e civismo - veicolate da televisione e social - che portano all'interno delle istituzioni altri rappresentanti di basso profilo, che finiranno per . E via così, non all'infinito, però.
Abbiamo affrontato il tema con l'esponente di Sinistra italiana e sostenitore - secondo i più - della candidatura di Guido Melley, Nicola De Benedetto, non per la sua esperienza politica, ma per la formazione filosofica e la vicinanza al professor Tomaso Montanari, presidente dell'associazione Libertà e giustizia.
Un'intervista che va al di là dei temi politici e amministrativi cittadini, che cerca - senza la presunzione di riuscirvi - di sviscerare i problemi della società e della politica.

Come Sinistra italiana siete tra i promotori di una proposta politica che vuole presentarsi come soggetto civico. Una strada simile a quella scelta da De Magistris a Napoli. Che cosa non va nei partiti di oggi?
"Le persone ed i giovani in modo particolare hanno ormai la percezione che le classi dirigenti, specificatamente quelle politiche, non siano più in grado di guidarli e di garantire il funzionamento normale dei processi istituzionali. E’ una cesura epocale, la prima cosi’ grave dal dopoguerra. Dopo Tangentopoli e il crollo del Muro di Berlino, i partiti italiani non sono stati in grado di guidare la società italiana verso un'idea di futuro, perché non hanno trovato nella memoria collettiva gli elementi necessari per le grandi sfide che si stavano delineando all’orizzonte, in un contesto di cambiamento paradigmatico che ha coinvolto i processi culturali, gli equilibri geopolitici e le prospettive ideologiche preesistenti.
L’accelerazione impressa alla storia durante gli anni della Seconda repubblica ci ha consegnato ad un ruolo a cui come Paese non eravamo preparati: l'azzeramento delle classi dirigenti del dopoguerra e la dismissione della nostra funzione strategica che era sospesa tra i due mondi, ci ha riservato, dopo la guerra fredda, un orizzonte del tutto mutato e divenuto improvvisamente facile preda del riassetto delle governance finanziarie internazionali. Tutto questo, mentre, anche a livello globale i grandi impianti culturali tradizionali, generatori di visioni e di valori stabili, hanno gradualmente ceduto il passo all’esercizio della politica come potere di mera gestione degli apparati economici. All’estero, la grande tradizione passata degli stati, radicata in mutamenti secolari, ha funzionato pero' da freno parziale rispetto alla deriva delle istituzioni e della credibilità dell'agire politico, anche se oggi l'acuirsi della recessione sta mettendo sotto torsione le dialettiche sociali e l'immaginario di quasi tutte le società' industrializzate.
In Italia, al contrario, la deregolamentazione dello Stato è stata veicolata da un nuovo approccio eminentemente mediatico alla politica, in parte riferibile alla pressione che i mercati globali hanno esercitato sul Paese. Chi si è formato in questo ventennio, come i più’ giovani, è vissuto in una dimensione della quotidianità in cui i partiti hanno progressivamente impoverito lo spazio di elaborazione, gestito in modo sempre più aleatorio le strategie di crescita, ignorato i bisogni reali dei cittadini e strumentalizzato le richieste di aiuto provenienti dalla società reale, che oggi assumono una valenza indubbiamente drammatica".

Mere logiche di schieramento e difficoltà a valutare nel merito e in maniera intellettualmente onesta i temi in campo. Come si supera questa sterilità del dibattito politico?
"Proprio l'autoreferenzialità della politica, divenuta esercizio del potere e come tale percepita, pone un problema di interlocuzione con i cittadini: la maggior parte delle persone ritiene che la crisi attuale non sia più superabile attraverso il linguaggio vigente e questa considerazione innesca meccanismi molto complessi, perché se la politica non è più in grado di produrre cambiamenti virtuosi e se - dunque - la militanza perde di significato, allora la storicità del cittadino retrocede in una situazione di stallo, che si presta a meccanismi regressivi e che è difficile da interpretare nelle sue evoluzioni. Il termine stesso, casta, attribuito al ceto politico nel suo complesso, non allude solo al riconoscimento di privilegi percepiti come illegittimi, quanto all'avvenuta scissione tra la vocazione originaria della politica e la sua capacità di interlocuzione con il mondo.
In un contesto sociale e culturale che ha perso i valori tradizionali - non più garantiti dai valori cattolici o garantiti dagli orizzonti ideologici -, la politica deve al più' presto ridiventare il contesto di superamento della dimensione del singolo - che oggi e' interpretata e gestita materialmente da apparati prevalentemente economici - per tornare ad essere una forma di condivisione in grado di produrre idee e significati profondi.
La politica è un’attività nobile e deve ingaggiare una nuova sfida culturale, che non può esaurirsi nella declinazione unidimensionale proposta dai 5 stelle. L'onesta' è la condizione di partenza, ci mancherebbe. Ed è una questione che va riproposta con forza. Ma, premessa l'importanza di ritornare alla questione morale, qual e' poi la dimensione del mondo in cui essa deve connaturarsi? Quali sono i valori che intendiamo difendere? Quali sono i principi collettivi da cui la politica non può prescindere? D’altro canto però l’atteggiamento di una parte del ceto politico tradizionale rimane immutato e paradossale. Perché la questione posta dai 5 stelle sull’onestà non è radicale, è fondata. Ciò che diventa radicale è invece il principio di personalizzazione di un movimento che derubrica tutta la politica a mero esercizio di potere, giocando su un tavolo inclinato, teso ad intercettare gli aspetti regressivi e la semplificazione culturale che i partiti tradizionali hanno a loro volta paradossalmente innescato".

I giovani si allontanano dalla politica proprio anche a causa di questi comportamenti, ma senza il contributo delle nuove generazioni non si scardinano gli schemi. Sembra un cane che si morde la coda…
"Pensare che i giovani possano essere oggi interessati ai tatticismi della politica attuale o alle sue promesse, in un quadro generale in cui è stato cercato di spegnere in loro ogni orizzonte, è segno di totale dissociazione dal reale. Peraltro è un distacco che sedimenta dialettiche complesse e, al tempo stesso, drammatiche. Un’intera generazione è stata abbandonata per anni ad un vuoto politico ed istituzionale frastornante, scandito dalla rielaborazione del senso comune orientato dai media e dalle strategie conformistiche dei mercati, senza che la nostra classe dirigente abbia sentito la necessità di salvaguardare i principi meritocratici, di difendere la trasmissione del sapere ed il rispetto delle regole come premessa indispensabile alla costruzione di un processo di crescita serio e sostenibile. La degenerazione dei processi politici degli ultimi anni ha dimostrato l’incapacità di aprire ad una seria visione di sviluppo in grado di coniugare l’acquisizione di know-how alle politiche di welfare, coinvolgendo le nuove generazioni nelle strategie di ripianificazione industriale. Ora lo stato di crisi strutturale che sta coinvolgendo il Paese, ha aperto senza preavviso ed in maniera dirompente la questione generazionale più’ grave dal dopoguerra, mentre a scuola viene proposta l’alternanza per creare profili non strutturati - quindi non autonomi sotto il profilo della progettazione industriale -, ma in grado di eseguire gli incarichi commissionati da aziende estere. Tutto questo mentre si è abbassato programmaticamente il costo del lavoro per attrarre gli investimenti internazionali. Non è francamente accettabile che sui giovani italiani sia scaricata una crisi di queste proporzioni, sfruttando peraltro - consapevolmente - la loro apparente distanza dai processi politici e dai centri decisionali che regolano la misura della quotidianità. L’appello che faccio dunque ai ragazzi è di tornare alla politica attivamente, a responsabilizzarsi, ad entrare eventualmente nei partiti o nei movimenti, per condizionarli, produrre pensiero, mutarne i comportamenti e rinnovare le classi dirigenti. E se nessuno li fa passare, è allora giusto che spingano. La delegittimazione dell’esistente - ed entro nel vivo della domanda - non deve innescare il processo di allontanamento, ma sollecitare la sua trasformazione. In questo senso, capisco che i ragazzi nati negli ultimi trent’anni abbiano dovuto attraversare un’accelerazione complessa, che ha liquefatto le ideologie, scardinato gli orizzonti tradizionali, aperto alla dissoluzione di molti valori, ma ci sono alcuni momenti nella storia in cui le generazioni entranti devono tracciare necessariamente la via. La storia della democrazia è sempre andata avanti in nome del diritto all’uguaglianza e in nome del diritto al lavoro, non certo in nome della corruzione o dei privilegi delle nuove élite".

La politica al tempo dei social: si pretende la possibilità di dire la propria opinione, convinti che debba essere tenuta in considerazione, magari sulla base di like e numero di commenti innescati. Così il voto nel segreto dell'urna appare una modalità di voto anacronistica. Qualcosa deve cambiare…
"Questo forse è il tema più complesso, perché introduce la questione dei cambiamenti profondi legati all’evoluzione tecnologica e alla sua capacità di piegare rapidamente gli schemi preesistenti, il linguaggio e il funzionamento complessivo della cultura occidentale. Emanuele Severino, che è uno tra i massimi filosofi italiano viventi, si è addirittura spinto a spiegare il crollo delle ideologie - che erano l’ultimo grande contenitore di valori universali - associandolo non tanto alla competitività capitalistica, quanto all’implementazione della dimensione tecnica, che tende a legarsi alla flessibilità del pensiero liberista per estendere il suo campo d’azione, che mal sopporta sistemi culturali stabili, strutturati, delimitati. C’è, in questo senso, un grande fraintendimento anche nell’utilizzo delle nuove opportunità di comunicazione che emergono dal contesto digitale. Facebook è una piattaforma che funziona su matrice algoritmica, che ha una vocazione chiaramente antidialettica, per cui difficilmente può’ produrre ragionamenti sequenziali e diacronici. Complessivamente, dunque, non si sottrae ad un approccio meramente tautologico, per cui l'emittente non tende a soffermarsi sull’orizzonte del destinatario, ma sui meccanismi che colgono il consenso nell’evocazione del senso comune. Di certo, il raggiungimento dei like è una dinamica più incline alle dinamiche di marketing, che all'analisi complessa delle problematiche correnti. Alla fine ne emerge una valenza paradossale, perché il dibattito viene limitato ad una sommatoria infinita di opinioni che evocano ossessivamente la dicotomia archetipica della nostra società, ma senza prospettare la possibilità di includerla in una narrazione sostenibile. La politica ovviamente, sul piano della comunicazione, non e' estranea a questa rappresentazione dell'assurdo, proponendosi come strumento di celebrazione dell’esistente e - contemporaneamente - come il luogo della sua totale negazione. Peraltro su Facebook, l’argomentazione è bloccata proprio dal software che gestisce l’interazione tra utenti: restano le opinioni dei singoli, ma la condivisione dialettica è resa impossibile dal sistema".

In un quadro complessivo di questo genere la politica e i politici sembrano non aver capito che la fine è vicina. O quello che si scorge all'orizzonte è l'alba di un nuovo mondo?
"Sicuramente è l’alba di un nuovo mondo, ma serve l’intelligenza necessaria per comprenderlo. Stiamo attraversando una delle più’ veloci rivoluzioni industriali degli ultimi secoli, che sta mutando gli equilibri geopolitici, l’organizzazione delle strutture economiche e la cultura occidentale suo complesso. L’Italia ha subito, differentemente da altri paesi più solidi per via della tradizione storica che li ha sostenuti, il prezzo dell'enorme fragilità politica con cui ha affrontato la sfida globale, dopo la caduta del Muro. Non è un problema legato alla mentalità o all'incapacità di un popolo, è il risultato di un processo storico che parte da molto lontano e che ci ha portato ad essere impreparati di fronte alla sfida contenuta nell’evoluzione degli equilbri mondiali. Abbiamo subito l’aggressione dei gruppi finanziari e dei mercati negli anni in cui altri Stati molto più forti di noi hanno avuto la possibilità di pianificare il proprio futuro industriale. E abbiamo consegnato il Paese al berlusconismo, al renzismo e al marketing della politica, mentre una parte dell’Europa ha investito sui giovani, sul welfare e sulla ricerca, costruendo strategie economiche intelligenti e strutturate.
Oggi, anche alla luce di queste considerazioni, credo che sia arrivato il momento di ripartire, immaginando un grande patto etico collettivo che sia in grado di coinvolgere le numerose intelligenze ancora presenti nella società reale, per creare il processo di aggregazione culturale indispensabile al rilancio economico ed istituzionale del Paese.
Questo è il nostro dovere: se la comunità è ancora una polis, allora il compito della politica è quello di sostenere chi e’ rimasto indietro e di proteggere il futuro delle generazioni che verranno".

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