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Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Febbraio - ore 22.40

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"Dobbiamo costruire un nuovo progetto collettivo"

Nicola Zingaretti alla Dante presenta la sua candidatura alle primarie del Pd, con tutta l'area che lo sostiene e alcuni volti che si pongono a sinistra del Pd. Orlando: "In questa provincia perso tutto quello che si poteva perdere..."

Al voto il 3 marzo
"Dobbiamo costruire un nuovo progetto collettivo"

La Spezia - “L’altro Pd” si ritrova in Sala Dante. E la riempie, a sorpresa, intorno a quella che si può definire a giusta ragione l’ultima spiaggia di una storia decennale che rischia di finire ben prima di quanto il peggior pessimista poteva sentenziare. L’altro Pd è quello che da tempo ha scaricato Renzi e i renziani e che vede nell’ex ministro Andrea Orlando il primo sostenitore. Lo spezzino sosterrà la candidatura di Nicola Zingaretti alla guida del partito con la data fissata al 3 marzo. C’è proprio l’ex Guardasigilli in prima fila, con al suo fianco l’eurodeputato Brando Benifei, l’ex segretario Davide Natale, ma anche un fuoriuscito pesante come Alessandro Pollio, che aveva “stracciato” la tessera evidentemente anticipando il terremoto immediatamente successivo.

S’intravede Dario Vergassola, l’ex amministratore delegato di Atc Enrico Sassi, diversi ex consiglieri comunali di area orlandiana, sindacalisti, ma anche tanti cittadini normali. C’è anche Guido Melley qualche fila più indietro, consigliere comunale in carica che nel 2017 aveva costruito un’alternativa civica proprio ai dem e alla coalizione che sostenne Paolo Manfredini. Come ampiamente previsto il richiamo antirenziano è forte, ma non ci sono comunque altre anime della sinistra fra il pubblico. La Dante è piena soprattutto di over 50 ma non manca qualche giovane militante.
“Sono orgogliosa della mia appartenenza: siamo dalla parte giusta e la storia ce ne renderà merito - introduce Paola Sisti, sindaco di Santo Stefano -. Non è facile oggi essere del Pd. E sebbene non abbiamo mai dimenticato di celebrare i valori della Resistenza, oggi - anche nella mia comunità - covano sentimenti xenofobi e razzisti. Dobbiamo pertanto ricostruire una Resistenza, in forma nuova. Di certo ci dobbiamo essere e ci saremo”.

Prima di Zingaretti parlerà Benifei, particolarmente concentrato contro Salvini e le sue politiche antieuropee. Infine Andrea Orlando che parte piano per poi finire in crescendo: “C’è una sala pienissima: ci sono persone che non vedevo da tempo, altre che ci sono sempre state. Le saluto con grande piacere. Parto dall’attualità: prendete il caso Battisti, la figurina odierna che serve a distogliere le masse da ben altri problemi. E allora penso che saremo in grado di mandare a casa questo governo se lo mettiamo in difficoltà facendo politica. Ho imparato dai politici del Pci di questa città che un’opposizione è efficace quando è popolare. E noi dobbiamo ricostruire consenso nei settori popolari della società”. Poi il discorso si sposta sulla riflessione interna: “Bisognava capirlo molto tempo fa: il campanello d’allarme è stato il risultato dell’ultimo referendum. Un segnale politico che non è stato raccolto. Eppure dalle elementari ci dicono che il popolo ha sempre ragione ma non abbiamo voluto ascoltare. E allora? Un partito che perde deve cambiare leadership e l’unica candidatura credibile è quella di Nicola Zingaretti. Delle volte la politica è anche banale e semplice: Nicola non solo mentre il Pd perdeva ovunque ha vinto le elezioni nella Regione Lazio, ma non è stato nemmeno parte di quel gruppo dirigente che ci ha portato ad una sconfitta senza mezzi termini. Se un sistema produce diseguaglianze non può funzionare: il 25 per cento della ricchezza del paese è nelle mani dell’1% della popolazione. Abbiamo cominciato a perdere dalla Liguria e dal giorno seguente si è cercato fuori le motivazioni della sconfitta. Dare degli analfabeti funzionali a chi non ti vota non e proprio il modo per riconquistarli”. Ancora Orlando: “Dicevano a noi che eravamo la quinta colonna dei Cinque Stelle quando erano loro che li incontravano. Martina gridava a San Giovanni che avevano capito ma intorno a lui c’era tutto il gruppo dirigente che ci ha accompagnato a questo punto”. La chiosa è tutta locale: “In questa provincia tutto quello che si poteva perdere è stato perso e nessuno ha chiesto scusa, nessuno si è posto il perché. La vittoria di Zingaretti sarà una rinascita”.

Infine Zingaretti, che parla a lungo, spaziando fra tutti i temi possibili: “Andrea è la persona che più ha spinto affinché mi gettassi nella mischia. Il problema non è perdere, il problema semmai è se non riesci più a rialzarsi. In questi mesi abbiamo convissuto con due visioni opposte, entrambe sbagliate: il Pd che va sciolto e io questo non lo credo e in questo ho visto una visione una cultura trasformista; l’altra proposta era quella minimalista, che tendeva di asserire che in fondo non era successo niente. La verità è che se noi non cambiamo non saremo mai per gli italiani una valida alternativa a chi c’è ora. E’ ancora questo un luogo della speranza? Io penso di sì, lo spazio e nella piena consapevolezza che siamo dentro un tornante pericoloso della nostra storia. C’è una violenza diversa nell’attaccare le istituzioni e quindi dobbiamo stare in campo e batterci per aprire questa tenaglia. C’è un governo che ha una grande fiducia nei confronti degli italiani che sperano nelle promesse di Conte. Sperano che quella buffonata di quella finestra aperta nella quale dicevano che avrebbero abolito la povertà . Pensano che quelle parole che prima o poi avranno una risposta. Dall’altra c’è il grande inganno, l’incapacità di soddisfare le aspettative. Avete visto il lavoro crollare, avete visto il ministro del tesoro che ha detto candidamente che siamo in recessione e malgrado questo hanno fatto una legge di bilancio che non ha fatto nulla. Bloccano le assunzioni per i giovani che hanno vinto concorsi, non c’è uno straccio di politica industriale. Solo un nuovo Pd e una nuova alleanza possiamo cambiare tutto questo. Eravamo abituati a parlare e combattere contro una destra liberista, oggi è diverso nell’impostazione e nel linguaggio. La prima fase è stata la raccolta del consenso in modo violento, poi il governo che non sa trovare una sintesi in quello che è il peggior compromesso della storia della Repubblica. Infine la terza fase del populismo, la più pericolosa, che punterà dritta alla spallata antidemocratica. Stanno già cominciando a fare la colpa agli altri ed e sicuro che se noi non ci sbrighiamo è evidente che l’Italia sarà messa all’angolo. La storia aspetta da noi un nuovo progetto. Io non voglio un governo coi Cinque stelle ma dobbiamo riflettere sul perché milioni di italiani hanno votato loro al nostro posto. Voglio riconquistare la fiducia verso queste persone e per farlo è necessario cambiare. Salvini? È stato abile a trasformare un partito del nord in un partito nazionale ma c’è un problema: per allargare il consenso la Lega non ha scelto un programma che guardi al futuro, alle prospettive dei giovani, ma l’odio, la rabbia: l’unico collante di quel movimento e diffondere l’odio. L’odio non solo è barbarie ma l’anticamera dell’arbitrio. Io ce la metterò tutta ma un leader non basta, dobbiamo costruire un nuovo progetto collettivo e non bisogna pensare che conti come si comporta uno dei nostri in televisione. La destra non è invincibile, noi dobbiamo cogliere quello che sta succedendo. Quando le piazze si riempiono, quando nascono i gazebi, vuol dire che c’è qualcosa che sta nascendo. Questo Paese merita di risollevarsi”.

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