Un pallone e Maccheroni
e sul petto la scritta NAGC
La Spezia - Spesso ci sono posti dove le parole ed il pallone decidono di incontrarsi, e quando lo fanno regalano sempre qualcosa di onirico ed infantile allo stesso tempo. Trovo quasi normale che ciò avvenga nei libri, specie quelli che parlano di football, in tempi dove forse facciamo di tutti per odiarci nella vita di ogni dì, ma essenzialmente ci amiamo ancora. Un libro di calcio è qualcosa di strano perché devi andartelo a cercare specificatamente in libreria, trovi poco marketing attorno e spesso le case editrici che li producono sono piccole piccole o ignote ignote. Ma questo poco vuol dire sulla qualità, anzi. Alcune sere fa, quando il cielo andava a farsi bigio, sono andato a fare acquisti ed ho trovato quasi per caso un testo affascinante, azzurro, sottile, scritto da un collega Cristiano Cavina. Si intitola l’Ultima stagione da esordienti. Avete mai provato a leggere un libro senza neanche aprirlo, magari immaginandolo solo? Beh, a me è successo. Bastava leggere le prime righe: erano tredicenni d’assalto, mettevano il calcio sopra ogni cosa. Il Dio del calcio era il loro Dio. Credo di avere riconosciuto bene quel Dio, immacolato, immenso, capace di camminare sulle acque bagnate dalla pioggia di un campetto di periferia anonimo. Undici ometti neanche tutti sviluppati ed un profeta, il loro mister, il mio mister. Piccolo, energico, anziano, monumentale. E’ un tuffo nella mente il mio, perché ci si può tuffare anche all’indietro se si parla con il tempo. 1974, l’anno di Johann Crujiff, di Vogts che lo rincorre, il tempo dei titoli sui giornali sulle Brigate Rosse che poco ti prendevano e che anzi ti impaurivano; Valéry Giscard d'Estaing che vinceva le elezioni presidenziali francesi di stretta misura sul socialista Mitterand. E chi erano? Io conosco Sparwasser, al limite Rivera e Facchetti, o se vogliamo Keevin Kegan. L’estate macinava polvere di ghiaia, dice Cavina, eccome se macinava, ma subito dopo arrivava l’autunno ed il calcio. Ma quello vero, quello che ti portava via da casa alle sette del mattino, massimo 7,15. Ogni benedetta domenica. E come li dimentichi quei momenti? Neanche dormivi, ti ritrovavi all’Oratorio e via, dentro una Cinquecento gialla, dove ti stipavi almeno in 6. L’omone che la conduceva, bonario e dall’aria assertiva, si chiamava Tarcisio Orlandi, un Sant’uomo. Arrivava con la macchina tutta pulita per la domenica, poi guardava il cielo e faceva trapelare appena una smorfia di sofferenza se le nuvole lanciavano messaggi di pioggia battente in dirittura. Tu, tanto, in quella macchina saresti rientrato alla fine, pieno di fango fino al collo. Si giocava allora, per noi di quell’età e per quelli appena più piccoli, la doppia Champions del tempo, ovvero due tornei mitici nella loro storia: uno si chiamava Bianchini, l’altro Maccheroni. Era una sorta di mega torneo tra tutte le squadre provinciali, al quale poi aderivano anche altre fuori zona. Chissà perché queste riuscivano poi ad arrivare sempre in fondo. Il Maccheroni era un torneo spesso difficile e per quelli appena più piccoli, che tu affrontavi duramente ma da dove uscivano solo sberle dai più forti. Spesso non avevi neanche il tempo di rimirarti la tua maglietta con quello stemma sul cuore e la sigla NAGC, che ne avevi già prese sette. Che stesse per cominciare la terza media? Solo un ingombrante dettaglio, unito al fatto che High School Musical era ancora nei sogni di qualche magnate televisivo americano, allora per altro anch’egli in fasce. Avevi poco, lo sfruttavi al massimo, e quel massimo era il calcio. Ricordo molto bene le partite del Maccheroni con la mia squadra, e non ci tirava proprio bene il vento. Diciamo che sopravvivevamo: l’allora Candor, aveva un difensore già alto quanto una pertica, capace spesso di fare da solo la differenza, poi la Migliarinese. Che, tanto per dirla lunga, aveva all’attacco un tale che chiamavano Cartella, tanto la tirava forte con il sinistro. ne vidi un paio passare, delle sette che prendemmo. Ma il Bianchini ed il Maccheroni erano queste, goleade forti, di gente che magari avrebbe solo sognato uno stadio vero e che si accontentava di quello della speranza. Comunque fosse, era il calendario delle partite di quel torneo a scandire la nostra vita, dell’avventura che vivevamo a quei tempi. Se per Cavina la storia era, come lui racconta “sprofondata nella bassa, sotto un cielo esagerato, circondato da milioni di pesci”, per noi era una città appena appena mossa, fatta di Solini militari che giravano anche di notte e di tanta brava gente, che viveva dello Stato e Parastato. Il Sud al Nord, pochi Cozzani tanti Esposito. Si, il calcio bruciava la nostra vita, rendendola però solida. Da ragazzino di allora, non mi rivedo nei ragazzini di oggi. Neppure sapevo cos’era un parastinco, ora anche nei tornei a sette i bambini li portano, a nove anni. Tutti uscivano dagli spogliatoi con i borsoni in spalla, sembravamo anche noi davvero fieri come paracadutistici in parata. Porca vacca, rivoglio il mio calcio, non i miei tredici anni, quelli non si po’ proprio. Richard Nixon si dimetteva allora dalla carica di presidente degli Stati Uniti a seguito dello Watergate, Obama diventa presidente Usa. Ora. Ammetto che oggi come allora mi interessa di più vedere le zolle staccarsi da un campo di calcio. Detto per inciso: non posso neanche raccontare di aver mai vinto ne il Bianchini ne il Maccheroni. Si può ancora rimediare?
(spendeteli questi 14 euro, e compratevi questi libro “L’ultima stagione da esordienti” edizioni Marcos y Marcos. E qualcuno dica a Cavina che io l’ho letto)
Giovedì 6 novembre 2008 alle 20:36:43
ARMANDO NAPOLETANO
© RIPRODUZIONE RISERVATA