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Garavini: "Il 182 bis è una prigione. Le reti? Non si possono cedere"

L'amministratore unico di Acam di fronte ai commissari comunali per l'ultimo atto prima del voto della delibera sull'aggregazione con Iren. Caratozzolo: "Perché tanta fretta? Perché Iren si nega?".

Garavini: "Il 182 bis è una prigione. Le reti? Non si possono cedere"

La Spezia - Quella dell’aggregazione Acam-Iren è una delle patate bollenti in mano all’amministrazione comunale e giunge in commissione consiliare dopo una settimana di scossette interne alla maggioranza, con il duo Guerri-Caratozzolo a tentare una strada improbabile e possibilmente coerente con la loro netta e manifesta contrarietà verso quella prospettiva. Sarà poi il consiglio comunale del 21 a sancire la scelta politica dei due consiglieri di maggioranza e per il momento c’è spazio per l’ultimo dibattito prima del confronto in aula. L’amministratore delegato di Acam Gaudenzio Garavini, artefice del percorso di fusione con il colosso Iren, è chiamato a rispondere ai commissari: “Stiamo seguendo un piano di ristrutturazione approvato e vidimato dal Tribunale nel 2013 per affrontare il debito da 490 milioni, comprese le cosiddette spettanze infragruppo relative oggi alle sole Acam Spa e Acam Acque. Abbiamo peraltro concluso un accordo sindacale che è stato una pietra miliare e ci ha permesso di proseguire sulla nostra falsariga: erano 180 gli esuberi individuati con tre strade di intervento, ma senza ricorrere ad alcun licenziamento”. Da ottocento a settecento dipendenti in quattro anni, un debito che si abbassa a 195 milioni di euro e la questione delle tariffe: “Prima erano sottodimensionate”, sentenzia Garavini.

Nell’accordo di investimento si definisce che Iren all’atto del closing pagherà il debito, conferma il manager bolognese: “Mi pare che il fine di Acam sia quello di realizzare servizi competitivi e di qualità e credo questa soluzione di far fronte al debito porti alla possibilità di sviluppare un potenziale che l’azienda oggi non ha. Nell’offerta di Iren l’impegno è quello di superare esuberi e relativi demansionamenti, garantendo l’odierna occupazione, mantenendo la territorialità per almeno cinque anni per i non operativi e fino alla fine delle concessioni per gli operativi”.
Ma allora perché l’aggregazione sarebbe la strada migliore? Garavini ne fa una questione di prospettiva che, in altre parole, si traduce in quasi 200 milioni di euro a disposizione, almeno un terzo in più di quanto ci avrebbe potuto mettere da sola Acam, alla fine del percorso di cessione: “Cresce l’esigenza di un miglioramento dei servizi e delle tariffe cui Acam è impossibilitata a fare fronte. Iren ha sottoscritto la promessa di investire 33 milioni nel ramo ambiente, 4 milioni per lo sviluppo di energie alternative e predisposizione alla vendita: Acam non se lo sarebbe potuto permettere. Trenta milioni andranno ad Acam Acque. E’ prevista una diminuzione delle tariffe, legata agli investimenti ma attenzione perché Acam non può ridurre le tariffe a suo piacimento: di sicuro aumenteranno di meno di quanto accadrebbe senza aggregazione. Acam Ambiente e Acam Acque rimarranno al loro posto e, lo chiarisco, Iren non può cambiare idea in itinere visto che il presidente ha diritto di veto”.

Il numero uno di Acam, nella sua lunga dissertazione sull’attuale status quo della società di Via Picco, è chiamato anche a giustificare la cifra a cui viene ceduta al colosso di Reggio Emilia: “Se 59 milioni di euro è una svendita non lo so, c’è una società preposta che mi dice sia una cifra congrua. Per quanto riguarda le reti, non c’è alcun rischio di privatizzazione perché non si possono cedere, nemmeno ad una società pubblica. E a proposito di governance territoriale, fondamentale per avere voce in capitolo sulle scelte future, l’accordo prevede che per andare avanti ad oggi devono sottoscrivere il 70 percento dei comuni della Provincia: il che significa che per perdere quel diritto alla governance territoriale dovrebbero uscire di scena un minimo di dodici a venti comuni oppure il comune capoluogo che da solo vale il 35 percento”. Lo attendevano in tanti il commento del commissario-consigliere Caratozzolo che attacca Garavini su questa improvvisa fretta di chiudere la storia, sull’assenza di un bilancio relativo all’ultimo anno, sul reiterato rifiuto da parte di Iren che preferisce non sottoporsi ad alcuna domanda, sulla posizione di possibile conflitto di interessi della sindaca di Riomaggiore Fabrizia Pecunia. Garavini replica un pezzo alla volta: “Il 182-bis è il momento appena precedente al concordato: una prigione e se posso non starci preferisco uscirne con l’aggregazione. State ben attenti: ci hanno detto che il concordato non era ammissibile per questa società e comunque bisogna sempre ricordarsi che va accettato dal 50 percento dei creditori. Due milioni di dividendi? Ho preso il piano industriale che Iren pubblica in quanto quotato in borsa e ho calcolato quei numeri. Per quanto riguarda il discorso Pecunia, chiarisco che abbiamo complessivamente quattro persone in distacco da Acamtel e in esubero. Ma parlare di conflitto di interesse mi sembra una parola grossa visto che Pecunia si astiene a partecipare a qualsiasi situazione che riguardi Acam, consigli comunali compresi”.

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