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Ultimo aggiornamento: Venerdì 05 Giugno - ore 22.04

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Alla sera la paura di aprire la porta di casa al virus

Centinaia di impiegati e lavoratori tengono in piedi l'industria cittadina. Vivono con l'ansia e la necessità di fidarsi del vicino: "Nessuno scherzi con le regole e con la salute".

la trincea del lavoro

La Spezia - Stipati sugli autobus per i cantieri e poi seduti accanto negli spogliatoi, al lavoro gomito a gomito dentro i capannoni e schiena contro schiena nei box modulari. Accompagnati a timbrare il cartellino dalle auto della Protezione civile che battono la città con gli altoparlanti. Parole metalliche che dicono agli occhi dietro le finestre chiuse di uscire solo in caso di estrema necessità. Di non esporsi a quel mondo che continua a girare per centinaia di lavoratori, chiamati a farsi coraggio sul fronte del contagio. Appesi al buonsenso del vicino di postazione e alla buona sorte. Seguiti dal fantasma del dubbio che ogni gesto possa essere imprudente, ogni incontro qualcosa di cui pentirsi. Soprattutto dopo il primo caso di positività riscontrato alla Fincantieri del Muggiano. Oggi il più grande presidio industriale del territorio per numero di occupati insieme al porto: oltre 3mila persone con l'entra ed esci delle ditte esterne che proietta quel microcosmo in ogni angolo della provincia e non solo.

Chiamati a mantenere vivo l'encefalogramma della produzione industriale nazionale mentre tutto attorno si ferma. Soli, dopo che anche le cravatte della finanza europea hanno dimostrato di non voler gettare uno sguardo a quella trincea che brulica di uomini e donne che sono lì per necessità o per spirito di servizio. "Perché noi dipendenti di azienda dobbiamo continuare ad andare quotidianamente a lavoro dove il rischio di contrarre e di contagio del virus cresce esponenzialmente ogni giorno di più? - si chiede M., ingegnera navale che lavora in un'azienda nautica di caratura mondiale - Ragionando in termini numerici, un possibile contagio in azienda si traduce nella possibilità di contagiare il numero dei dipendenti moltiplicato per il numero di persone del nucleo familiare di cui si fa parte". E' la paura di molti, aprire la porta di casa la sera e invitare il virus a tavola.
Nei piccoli comuni, che spesso hanno meno abitanti di un'industria, il timore ha una scala diversa. A Piana Battolla c'è la Fonderia Boccacci. "Qui all'interno lavorano più di 130 operai, oltre impiegati, ditte esterne e il personale della mensa - spiega L. -. Ad oggi si conta che quasi l'80% dei lavoratori è residente e vive a in zona con la famiglia. Un solo caso di positività farebbe di tutto il nostro comune una nuova Codogno. Tra tutti, ci sono circa 400 persone che rischiano".

Le regole per proteggersi ci sono, le ha spiegate anche ieri il commissario Angelo Borrelli e le ha confezionate il comitato tecnico scientifico. I medici, quelli che ci stanno spiegando che con senso di responsabilità ne usciremo. In estrema sintesi: tenere una distanza di almeno un metro sul luogo del lavoro e dove questo non sia possibile indossare le mascherine. Poi le aziende si sono attrezzate al loro interno con misure che variano a seconda del contesto e delle dimensioni. Si parla di turnazione breve e smart working, chiusura delle mense con distribuzione di ticket (ma ora sono chiusi anche bar e ristoranti), serrata delle macchinette del caffé per evitare la tentazione della socialità superflua, l'apertura di punti sanitari di primo intervento e disinfezione puntuale di stanze e corridoi.
Da ogni crepa del sistema però torna a filtrare il buio. "La mia ditta si è rifiutata di fornirmi una mascherina che dovrei indossare tutti i giorni - racconta a CDS A., dipendente di una fornitrice di un grande cantiere navale - e poi mi hanno cacciato dal cantiere mandandomi a casa perché volevo parlare con il capo della sicurezza. A bordo nave siamo sempre in 4 o 5 persone a lavorare in spazi strettissimi. Noi abbiamo paura, so di parlare anche a nome dei miei colleghi. Viviamo con l'ansia addosso, non ce la facciamo più a vivere con questa paura...". E ancora. "In alcuni cantieri della città non è cambiato nulla, ci si ritrova a lavorare come tutti i giorni e purtroppo l’affollamento è inevitabile - scrive L. - Inoltre ci sono tante ditte che hanno operai provenienti da zone dove si presenta un gran numero di contagi. Come faremo a rallentare il virus in questo modo?".

Le strette di mano sono vietate, ma i sorrisi sono cancellati anche senza mascherine. E' la diffidenza che monta nel trovarsi accanto qualcuno mai visto prima e dover sperare che abbia seguito le regole anti contagio. Costretti ad investire tutto sulla fiducia in un Paese che in questi anni si è spesso sentito comunità solo nello scandire la propria diversità dall'altro. Una rivoluzione culturale. "Lavoro al varco dei Boschetti del porto, io e ed i miei colleghi siamo a contatto con camionisti che vengono dalla zona rossa senza nessun dispositivo e controllo - racconta S., impiegato di un'azienda compartecipante Contship - Siamo stipati in sportelli per diverse ore al giorno ed esponiamo cinquanta famiglie ogni sera al possibile contagio. Solo dalla scorsa settimana siamo stati dotati di disinfettanti e guanti. Chiediamo che le autorità controllino e facciano rispettare le regole ai camionisti per evitare che qualcuno porti dentro il porto un focolaio. Siamo molto preoccupati giustamente, che nessuno pensi di poter scherzare con la salute e con le regole!".

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