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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 21 Febbraio - ore 14.00

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Una città sotto la città, la Spezia che si preparava all'attacco nucleare

Un libro svela i progetti top secret della Guerra Fredda, lo firmano l'ammiraglio Benedetti e Stefano Danese. "Cinque basi sotterranee ora dismesse, un patrimonio unico di grande interesse storico". Desecretate e pubblicate 300 foto inedite.

Una città sotto la città, la Spezia che si preparava all'attacco nucleare

La Spezia - Erano le 17.19 di mercoledì 22 aprile quando i generatori furono staccati definitivamente. L'ora e la data rimangono impressi nell'orologio meccanico che da allora si è bloccato, cristallizzando la fine di uno dei progetti più segreti delle forze armate italiane. Un progetto che si svolgeva a due passi dagli spezzini, quasi tutti inconsapevoli del fatto che la base navale avesse un suo doppione sotto la montagna, protetto da quaranta metri di roccia contro un eventuale attacco nucleare del Patto di Varsavia. Un secondo arsenale scavato all'interno del rilievo che divide Fabiano dall'Acquasanta, a meno di un chilometro dal centro storico della Spezia.
Per decenni è rimasto un mistero quel portone in metallo su Viale Fieschi, un mistero oggi svelato in un libro che racconta della seconda vita della piazzaforte marittima della Spezia, quella sotto l'egida della NATO. E che traccia, con dettagli e 300 fotografie inedite, il profilo di una città ai più sconosciuta. E' l'opera dell'ammiraglio Silvano Benedetti, direttore del Museo Tecnico Navale, e dello storico Stefano Danese, studioso e vera enciclopedia di cose militari dall'Ottocento in qua, questo "Spezia nella guerra fredda. Il titanico sforzo di difendere l'indifendibile" (Edizioni Cinque Terre, 180 pagine, 25 euro), scritto a quattro mani dopo aver avuto accesso ad aree e documenti che fino a pochi decenni fa erano difesi a vista da soldati armati. Era un'altra epoca, prima della dissoluzione del Muro di Berlino. Oggi sono interessantissime testimonianze di cos'è stato il mondo nella seconda metà del Novecento.

"Il comparire sulla scena di missili e bombe ad alto potenziale mettevano in crisi qualsiasi struttura dello Stato - introduce l'ammiraglio Benedetti - Per questo nel periodo della contrapposizione tra blocchi nascono le cosiddette opere protette, ovvero strutture sotterranee che dovevano resistere all'uso di armi nucleari, garantire la sopravvivenza del personale e il funzionamento dei comandi. Il Patto di Varsavia disponeva di ordigni in grado di arrivare a trenta metri di profondità, per questo delle ventuno gallerie antiaeree di cui disponeva la Spezia durante la Seconda Guerra Mondiale, solo due furono ritenute idonee per essere modificate in vere e proprie basi".
La prima è quella dell'Acquasanta, i cui portoni blindati hanno incuriosito chi viaggiava in direzione Porto Venere per decenni ma anche gli stessi spezzini. E' lì sotto che rimane l'orologio, fermo alle 17.19 di mercoledì 22 aprile. Di che anno? Questo non si sa con precisione: potrebbe essere il 1981, il 1987 o magari il 1992. Difficile dirlo perché lo strumento non porta la data completa, servirebbero nuove ricerche. Di certo c'è che sotto la collina esiste una base della Guerra Fredda perfettamente conservata con officine, locali tecnici, alloggiamenti, mense, servizi: un presidio industriale rimasto intatto da dopo la dismissione. "Ci sono ancora gli abiti piegati dentro gli armadietti. Per garantire l'approvvigionamento di energia elettrica furono riciclati due grandi motori Fiat che appartenevano alle corvette di Classe Minerva e piazzati sotto la montagna - spiega Danese - da lì l'energia arrivava a quella che gli spezzini chiamano la Piramide, davanti a Fabiano, e trasformata. Chi costruì quest'opera grandiosa? La ditta del Conte Manfredi, ma chi la pagò furono gli americani".

Le opere protette erano in totale cinque: le altre erano ai Cappuccini, una sull'isola Palmaria, una a Marola e l'ultima sulla Castellana. Il forte in quota, prima napoleonico e poi sabaudo, porta infatti sotto di sé una rete di cunicoli che arrivano a 92 metri di profondità. "Qua si sarebbe trasferito tutto il comando della Marina Militare in caso di guerra", sottolinea Danese. Il presupposto è che la città sarebbe stata cancellata dalla furia nucleare: una base navale, una centrale elettrica, un porto, una raffineria, un rigassificatore, i cantieri navali... la Spezia sarebbe stato un obiettivo strategico tra i primi a venire colpito con tutta probabilità. Ma da sotto la montagna gli italiani avrebbero continuato a combattere.
L'attacco sarebbe probabilmente stato portato da un sottomarino nucleare. Per scovare in tempo questo tipo di minaccia, sulla vetta della Castellana era installato anche un gigantesco radar che tutti chiamavano Serchiapone, visto che il nome ufficiale del progetto - top secret - è tuttora sconosciuto. "Era così potente che si diceva avesse battuto il mare fino alle coste della Sicilia e che i gabbiani che gli passavano davanti stramazzavano al suolo - riporta Danese - Aveva come compito di rilevare i cambiamenti nei campi magnetici per segnalare gli indizi che sotto la superficie marina ci potesse essere un grande oggetto metallico".

Ma le stupefacenti ricostruzioni del libro non finiscono qui. C'è per esempio la vicenda di Herman Hobert, scienziato tedesco tra i padri dei propellenti che poi avrebbero spinto l'Apollo sulla luna negli anni Sessanta. Sfuggito alla cattura da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, fu ritrovato dai servizi segreti italiani in Svizzera sotto mentite spoglie (lavorava in una fabbrica di fuochi d'artificio) e portato alla Spezia per lavorare a un segretissimo progetto missilistico. Rimase qui tre anni prima che gli americani non lo traslassero oltreoceano per ricongiungerlo al suo vecchio collega Wernher von Braun. Gli stessi americani fecero poi propri gli studi spezzini di Hobert, che avevano portato a creare i progetti per un missile nostrano potenzialmente in grado di trasportare una testata nucleare.
Di aneddoto in aneddoto: chi frequenta l'isola sa che il Forte Palmaria è semisommerso da una grande quantità di terra. Ebbene, si tratta della risulta degli scavi compiuti negli anni Sessanta per creare la base sotterranea, ammucchiata all'esterno a coprire le opere di età sabauda e del primo Novecento. Cosa fare oggi di questa la Spezia segreta e appena svelata? L'ammiraglio Benedetti non ha dubbi: "Si tratta di un patrimonio unico al mondo che potrebbe essere valorizzato e musealizzato - dice - Io stesso ho portato un tour operator di livello nazionale in visita alla base dell'Acquasanta e questi si é detto entusiasta della possibilità di far visitare queste gallerie. In altre parti d'Europa, anche di fronte a strutture molto meno ricche di storia, questo tipo di offerta esiste e funziona con ottimi ritorni economici. Certo, servirebbe innanzitutto la bonifica dall'amianto, ma poi il potenziale che potrebbero esprimere come attrattiva turistica è semplicemente incommesurabile".

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