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Scaramuccia racconta Spezia nel 1917: "Città generosa"

Nuovo libro dedicato alla storia della città ai tempi del primo conflitto mondiale.

Scaramuccia racconta Spezia nel 1917: "Città generosa"

La Spezia - Da un paio di giorni è sugli scaffali il nuovo libro di Alberto Scaramuccia, intitolato “Spezia 1917 – Rotta e rivoluzione” (p.184, €. 10, Edizioni Cinque Terre). Il volume è il quarto capitolo della storia della Spezia nei cinque anni della Grande Guerra. Proseguendo l’analisi già condotta nei tre precedenti libri con un accurato lavoro di ricerca, nel nuovo lavoro esaminate, approfondendole, quelle che erano le condizioni in cui viveva la città nel 1917, l’anno della Rivoluzione russa e della disfatta di Caporetto, due eventi che non mancarono, specie il secondo, di far sentire la loro influenza sul Golfo. Non a caso, quindi, il sottotitolo si riferisce proprio a questi due avvenimenti: rotta e rivoluzione, parole di cui viene fornita anche un’originale interpretazione in chiave spezzina.

Allora, Alberto, visto che è uscito il tuo libro sul 1917, che cosa c’è di nuovo su quanto successe alla Spezia cento anni fa?

Direi tutto visto che nessuno finora ha mai descritto analiticamente quel periodo.

E come mai?

Penso che, salvo un paio di eccezioni, non abbia interessato le Istituzioni cui spetterebbe invece la diffusione della conoscenza del trascorso del territorio.

Allora, per riempire qualche buco nero, come si viveva qua un secolo fa?

Male. C’era tanta fame che non dipendeva dalla capienza del borsellino ma dal fatto che non c’erano generi alimentari. La guerra li aveva fatti sparire dal mercato chiamando i contadini al fronte e distruggendo le coltivazioni. Dunque, tutti tiravano, e tanto, la cinghia.

Le Autorità non assunsero nessun provvedimento?
Ci fu il metodo classico, il razionamento. La farina con cui si faceva il pane, alimento base, era assegnata al Comune in base al numero dei residenti risultante dal censimento del 1911. Però, dovevano mangiare anche i marinai delle navi, gli operai chiamati da fuori e quelli che venivano a lavorare qua dai comuni vicini. In conclusione, gli Spezzini dovevano dividere la quantità di farina decisa per loro, anche con persone che non era previsto che mangiassero alla Spezia. Poi scoppia la bomba: un giornale rivela che i dati del 1911 sono sballati perché 12.500 persone non sono state registrate dal censimento o per disinteresse loro o per calcoli politici. Carne poi ce n’era poca, latte ancor meno e si pescava poco causa i divieti.

È un quadro davvero poco piacevole. Come finisce la storia?

Siccome la Spezia è piazza di guerra, a settembre la Marina esautora il Comune dalla distribuzione del cibo assumendone la gestione in proprio. Il Governo dà una mano elevando il numero degli aventi diritto ed escludendo dal conto i marinai delle regie navi. Alla fine, a metà dicembre, il Presidente del Consiglio firma il decreto di scioglimento del Consiglio Comunale e l’amministrazione della città passa ad un Regio Commissario. Di fatto, dopo vent’anni, la Marina torna padrona del territorio e gli Spezzini rivedranno un Sindaco eletto da loro solo nel novembre del ’20.

Non sembra davvero un bel quadro, ma l’economia cittadina come va?

Si punta tutto sul porto sul cui sviluppo si vede il futuro della Spezia. E qui si apre un’altra questione mai affrontata dalla ricerca precedente. All’altezza dell’odierno cinema multi sala, stava in un arenile dato in concessione, il Cantiere Orlando. Il Comune lo giudica poco produttivo e, scadendo la concessione, lo chiede per l’ampliamento dello scalo e per farvi passare un nuovo collegamento ferroviario. Ci sono tanti interessi economici in ballo, non ultimo il fatto che gli Orlando sono di Livorno che è il porto concorrente con quello spezzino. Le accuse di voler tenere l’arenile solo per danneggiare lo scalo locale, si sprecano. La questione che è aspra e divide la città, è poi risolta dallo scioglimento del Consiglio che fa decadere la controversia: il Cantiere resta al suo posto e la ferrovia del porto prende altre strade.

Il 1917 è anche l’anno della rivoluzione russa e di Caporetto. Che incidenza hanno questi eventi sulla vita spezzina?

La stampa locale, che è la mia fonte, s’interessa quasi esclusivamente di fatti locali demandando alla grande stampa nazionale l’informazione sulle grandi questioni. Per di più, in questo periodo non esistono testate di sinistra, cosicché quel che sappiamo sull’impatto che le due rivoluzioni russe produssero sulla vita spezzina, lo dobbiamo a fonti che sono ideologicamente avverse. Manca, in altre parole, l’altra campana. Caporetto, come nel resto d’Italia, è il momento in cui tutto il popolo reagisce di fronte alla possibilità che era concreta, di invasione. Gli è che in questo momento la guerra da offensiva diventa di difesa e la resistenza è massiccia. Va detto anche che tutto il popolo spezzino diede generosamente il proprio contributo per gli sfollati del Nord Est e non si tirò indietro. Di gente dalle zone invase ne venne poca perché la legislazione ne proibiva l’arrivo in una piazza di guerra, ma la generosità che si mostrò nell’offrire danaro e vestiario, fu davvero tanta: non lo dico per retorica, ma perché lo testimoniano gli elenchi delle somme e della roba raccolte.

Insomma, gli Spezzini non si tirarono indietro.

No, mai. Lo si vede anche dal fatto che in un momento particolarmente difficile quale era quello di cento anni fa, sebbene molti borsellini fossero al loro interno colorati di verde, furono sempre copiose le offerte a favore degli orfanelli del Garibaldi. Non era per nulla facile, ma anche chi aveva poco, mai tirò indietro la mano. La città considerò sempre quei bimbi sfortunati come propri figli e in nessun momento fece mancare loro il proprio appoggio.

Hai disegnato un panorama veramente interessante, ma certo qualche particolare manca. Per avere una visione completa, conviene leggere il libro.

Io sono del tutto d’accordo e non posso che augurare buona lettura a tutti!

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