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Longaretti e Santernetti, ricordo nell'anno della scomparsa

di Valerio P.Cremolini

Longaretti e Santernetti, ricordo nell'anno della scomparsa

La Spezia - Con sentimenti di affetto mi accingo a ricordare all’avvio della rassegna inaugurale del nuovo anno sociale 2020-2021, ancora una volta on line, due pittori scomparsi di recente che hanno militato nell’Ucai della Spezia. Affido ad alcuni pensieri la loro memoria, associata ad un paio di immagini per ciascuno, che documentato l’impegno creativo profuso nella ricerca artistica caratterizzata da vari momenti di indagine.
Il 21 giugno 2020 è mancato Carlo Alberto Longaretti. Aveva 82 anni. Già dipendente della Termomeccanica aveva manifestato in giovane età la propensione per lo studio del violino, ma è stata la pittura l’interesse extra-professionale mai venuto meno lungo la sua vita. Aggiungo, inoltre, la spontanea vena narrativa largamente rivelata nel libro autobiografico “Racconti del ragioniere” (2006), nel quale Longaretti, affrontando il mondo del lavoro, non si esime dal considerarlo non di rado ambito di problematicità e di crisi esistenziali. Nell’introduzione al libro osservavo che «quando la mano ed il cuore di Longaretti scavano nella memoria fanno magicamente affiorare un mondo lontano, scandito da puntuali annotazioni che fissano la genuinità di comportamenti diffusi e l’adesione a valori condivisi, che inducono a ritenerlo complessivamente migliore di quello di oggi».
Più volte sono stato invitato dal pittore a giudicare i suoi lavori di piccolo formato, che definiva “operine”, donati generosamente a colleghi e conoscenti. Stupito dalle sintesi cromatiche diffuse su quelle piccole superfici di carta, depositarie di non vaga espressività, avrei desiderato che trasferisse su spazi ben più estesi la carica di riflessività tanto prevalente in quei gradevoli bozzetti. La sua tavolozza emanava un tonalismo animato soprattutto da tinte tenui, capaci di generare una misurata luminosità, che faceva leva sul felice incontro fra la realtà e l’immaginario.
Affine all’esperienza della pittura informale, e non meno appagante, è il ciclo evidenziato da colori terrosi, che diventano il tramite per suscitare uno sguardo critico nel proprio vissuto e più complessivamente verso il mondo.
In tempi più recenti Longaretti si era dedicato a recuperare nell’immagine dell’albero altrettante situazioni attinenti alla persona umana. Ancora una volta aveva gradito un mio contributo sui suoi metaforici disegni e credo che sia felice se in questa circostanza ne richiamo alcuni passaggi.
Longaretti - scrivo - «eleva il protagonismo degli alberi, rigogliosi o spogli, per attivare delle narrazioni che si insinuano tra le pieghe della vita. Il tratto è all’occorrenza esuberante o misurato e alla stregua di un esperto scenografo il pittore colloca i suoi alberi tra precisi fondali, che favoriscono la definizione di un proprio linguaggio visivo. In esso elementi autobiografici si amalgano con gli accadimenti della più complessa realtà sociale. Longaretti ci invita a dialogare con i suoi alberi, volutamente semplici sul piano compositivo, che si propongono come speciali interlocutori nel nostro relazionarsi con la natura e con l’ambiente.
La genuinità ispirativa che presiede la consolidata ricerca astratta del pittore non si attenua nella diligente compilazione di questo album figurativo, che privilegia la tecnica del disegno e le potenzialità espressive che gli appartengono. Il disegno, sembra suggerire Longaretti, vanta un’indiscutibile ragione poetica doviziosamente rivelata nei suoi emblematici alberi, nei quali si rispecchia la vita nel suo divenire».

Ed eccomi a Giovanni Santernetti “brusco toscanaccio”, attributo simpaticamente coniato dall’amico di sempre Fabrizio Mismas. Nato nel 1942 in provincia di Grosseto è mancato il 10 agosto 2020. La notizia della morte mi ha rattristato tantissimo. Di Santernetti ho francamente e ripetutamente lodato la talentuosità grafica, ma non ho avuto difficoltà a contestargli il carattere irremovibile e la poca duttilità, a mio avviso controproducente. Ciò, comunque, non ha avuto conseguenze sulla continuità del nostro rapporto.
Chiudo questa brevissima parentesi per occuparmi della genuina testimonianza che Santernetti ha reso all’arte, quale appassionato interprete e divulgatore della tecnica del disegno. Sono migliaia e migliaia i disegni eseguiti con la fedelissima Staedtler 6B per riprendere dal vivo eventi culturali e non solo. I più lo hanno conosciuto per la puntualissima presenza per anni nella prima fila della platea del Teatro Civico, dove registrava con pochi segni ed invidiabile rapidità musicisti, cantanti, attori e direttori d’orchestra. Nel suo enorme archivio sono inoltre catalogati la Biennale dell’Antiquariato di Firenze, il Palio di Siena (era contradaiolo della “Civetta”), i visitatori del Museo Lia, il Festival Paganiniano di Carro, la Sagra dell’Uva e del Vino di Vezzano Ligure ed altri numerosi reportage.
Risale al 26 febbraio 2017 l’ultima personale allestita nella sede del Circolo Culturale "A. Del Santo", nella quale confermando la sua passione per la musica classica ed operistica aveva riunito nel titolo “Linea e tratto raccontano la musica” una cinquantina di scelti disegni dedicati a vari concerti. Mismas, che annovera nella sua esperienza artistica un’alta considerazione verso il disegno, scriveva nella presentazione che Santernetti “è interprete di un suo spartito figurale con tanto di acrobazie del braccio e del dorso sulla tavola incollata alle ginocchia”. Ed ecco che le appropriate “acrobazie” della spedita mano dell’artista gli hanno permesso di fissare con rara efficacia violinisti, flautisti, pianisti, ecc. colti nelle loro tipiche gestualità.
In occasione della scomparsa è stato richiamata la sua assidua frequenza alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Santernetti non si consentiva un giorno di assenza e doveva essere ben più di un semplice allievo se l’8 giugno 2010 ha avuto l’onore di esporre nell’autorevole Aula Magna, occupando il pavimento e la parete frontale. In ventidue fogli di grandissimo formato (10 m x 0,80) ha ritratto le modelle dell’Accademia riprese in un’interminabile sequenza di pose, realizzando un’ammirevole e suggestiva installazione, accolta da commenti unanimemente favorevoli. Quella mattina ero presente con alcuni amici dell’Ucai che hanno voluto condividere lo straordinario evento curato dal professor Renato Carozzi. L’allora docente dell’Accademia interpretò quell’insieme come «il prodotto di quel senso di gigantesco che abita l’interno dell’animo di Santernetti, qualcosa che per forza doveva esplodere e doveva spargersi in quello spazio dove, da anni e anni, vengono consumati chili e chili di grafite, carboni e sanguigne». Mi duole non essere riuscito a trasferire nella nostra città quella innovativa esposizione che avrebbe stupito non poco i fruitori.
L’amico Mismas, più volte estensore di precisi testi, avrebbe da aggiungere tantissimo sul profilo umano e artistico di Santernetti. Riporto in conclusione della mia nota uno stralcio di una sua presentazione valorizzata da una prosa colta e limpida all’unisono. «Ancora il disegno - scrive Mismas - si rivela diretto, estraneo all’operatività governata: pressato dall’urgenza, fa affidamento più sull’orecchio che sul manuale e così il cimento insidia l’armonia e l’invenzione. E per questo può capitare che nella velocità cali la consistenza al dettaglio anatomico, come la nota al pianista incendiario di platee».

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Carlo Alberto Longaretti


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