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Le sculture della statunitense Filaccio allo Studio Dna

Le sculture della statunitense Filaccio allo Studio Dna

La Spezia - Jenamarie Filaccio espone le sue scultura allo Studio Dna della Spezia, in Via Tazzoli 40. Inaugurazione sabato 23 novembre alle 16.00. La mostra, intitolata 'Reverence', sarà allestita fino al 4 gennaio. Nelle forme precise, pure, morbide ed elementari eppure ricche di storia e memoria delle sculture di Jenamarie Filaccio c'è, come suggerito dal titolo ( Reverence) di questo progetto espositivo, un sentimento di reverente rispetto per le morfologie e i ritmi della natura, che l'artista continua del resto a saggiare in prima persona accudendo varie colture in un appezzamento di terra nello Spezzino. Jenamarie Filaccio, nasce e cresce nelle campagne dell'Ohio e i ricordi inconsciamente continuano a influenzare nei decenni il suo lavoro e il suo modo di pensare.
Nell'eclettica produzione della scultrice nordamericana, da quasi quattro decenni residente in Italia dividendo il suo tempo tra laboratorio dell'amato marmo, insegnamento e attivismo nella scena artistica underground, troviamo quindi quantità di fiori, funghi, spore, alghe, piante tropicali e sottomarine o d'imprecisata origine aliena, esotiche formazioni coralline, fantasmagoriche "improvvisazioni organiche" dove il grande e l'infinitamente piccolo (divisioni e moltiplicazioni cellulari, gentili mutazioni virali) si incontrano in suggestivi ibridi replicanti simmetriche geometrie frattali. C'è poi un composito bestiario di creature domestiche e immaginarie, figure iconiche e rasserenanti di gatti, tartarughe, maiali, animali a rischio d'estinzione come pinguini, foche, orsi, e poi sardine, seppie, polipi e altri abitatori degli abissi, oppure esseri mitici (come il Bigfoot dall'enorme mono-piede) ed umanoidi che soli o in gruppo paiono azzardare una giocosa transizione dal mondo animale a quello vegetale e/o minerale. O ancora, ci imbattiamo in strutture totemiche beneauguranti, feticci con volti buoni e felici o pure "un po' cattivi" evocanti arcaiche attività sciamaniche e oracolari, quasi reperti di antiche e misteriose culture preservati nelle teche di un'ottocentesca Wunderkammer, oppure accumulazioni falliche di solidi dalle sagome più bizzarre, come un accrocco Memphis di Alessandro Mendini trasportato nell'universo gommoso di Jim Woodring e poi morbidamente modellato in pietra.
Le anatomie stilizzate di Henry Moore, così come le forme simil-organiche e futuristiche di Barbara Hepworth (a cui è dedicata una sua scultura del 1996) fanno parte del bagaglio culturale della scultrice, ben consapevole dell'esistenza di una consolidata tradizione in materia di biologia fantastica, anche nell'ambito del cinema e del fumetto di fantascienza. Nel 1976, il compositore elettronico Mort Garson ha registrato al sintetizzatore Moog Plantasia, un singolare album di "musica per aiutare le piante a crescere" con titoli come Rhapsody In Green. Dalla vorace Audrey, il fiore carnivoro del film/musical La piccola bottega degli orrori, fino all'amabile uomo arboreo Groot protagonista di fumetti e film Marvel, ciò che poeti, scrittori e artisti hanno sempre sospettato, ovvero che le piante possono ragionare e provare sensazioni, sta divenendo sempre più oggetto di serio studio scientifico, con esperti in "neurobiologia vegetale" che indagano i modi in cui le piante comunicano, prendono decisioni, ricordano e hanno perfino coscienza di sé. Da questo ad immaginare, come ha fatto Jenamarie, un vero e proprio nucleo familiare di vegetali, ci passa molto poco. In incisioni e sculture realizzate a più riprese dalla fine degli anni '80 ad oggi, con soggetti come L'Uomo Verdura, La Donna Verdura (che funge anche da autoritratto dell'artista) e la loro figlia Daisy, La Velina Verdura (sfrontatamente sexy) e la di lei figlia adottiva Lucy, si compone una peculiare e ironica galleria di personaggi privi di volto, che con espressivo minimalismo mutuano nel loro "linguaggio del corpo" pose e comportamenti marcatamente umani (seduti al desco, immersi nella lettura, oziosi, imbronciati, ecc.). Sculture in pietra di piccole e medie dimensioni che, come benevoli Lari del focolare, sembrano offrire protezione alla dimora in cui sono collocate, servendo al tempo stesso come monito di difetti e pregi della condizione umana.
Il profondo rispetto espresso dall'artista per le manifestazioni naturali si applica conformemente ai materiali impiegati nelle sculture (marmo, legno, terracotta, ecc.), da cui consegue anche la scelta di lasciare inalterate le tinte e tonalità di origine, senza alcun intervento di tipo coloristico. È un intuitivo e amorevole interscambio che si instaura con le striature e nuance cromatiche proprie dei diversi marmi e pietre (in un lucido Tricheco del 1996, ad esempio, le venature del marmo grigio veneto richiamano sorprendentemente la pelle callosa del mammifero marino), in aggiunta al diretto confronto con le forme che rocce o tronchi trovati e riutilizzati possono suggerire. La scultrice si dispone in modalità percettiva ed è lo stesso supporto a guidare la mano verso destinazioni spesso inaspettate, a far emergere possibilità di dialogo e coesistenza tra realtà differenti (ad es., spore di Das su legno susino, con base di sughero e paglia, a comporre una fantasiosa arborescenza acquatica). Sono opere di grandezze variabili, collocabili in interni ma che si integrano spontaneamente anche nel paesaggio, chiudendo idealmente il cerchio quando assumono funzioni precise nell'ambiente che le ospita: vasche istoriate di conchiglie o sagomate a forma di pesci per il bagno e l'abbeveraggio dei volatili, pestelli per preparare pozioni, imponenti cornici in bassorilievo per portoni a foglie arricciate, e via elencando.
Nei lavori di Jenamarie Filaccio confluisce pertanto linfa da radici diverse, ramificate e profonde. Nei temi e nella stilizzata e organica modellatura, le sculture esprimono implicite preoccupazioni ecologiche ed animaliste, riverberando anche l'impegno sociale e l'attitudine collaborativa dell'artista (esplicitata ad es. in serie di opere a quattro mani con Gianluca "Prof. Bad Trip" Lerici, che a sculture della compagna si è ispirato per vari acrilici di "fiori acidi" e piante mutanti). Su tutto, prevale un impulso di devozione quasi religioso, misto a meraviglia e timore, per la Madre Gaia sempre più oltraggiata e messa in pericolo, dopo millenni di evoluzione, dal comportamento dissennato della razza umana. Tra incendi e alluvioni, il corpo del pianeta si ribella e "Good Jena" ha preso l'abitudine di annotare in un quaderno le variazioni di temperatura, le bizzarrie del meteo, le notizie che ormai quotidianamente ci raggiungono di preoccupanti eventi climatici fuori dalla norma e fuori dal nostro controllo (un diario che potrebbe benissimo essere sfogliato di complemento alle sue sculture). Entrare a La Spezia nella casa-studio della scultrice è come accedere ad una serra fantastica dove una varietà di vere piante grasse premurosamente curate si mischia e confonde senza soluzione di continuità con le altrettanto reali sculture "biomorfe". Uno spazio franco sottratto all'entropia dilagante, che alimenta il nostro infantile senso di meraviglia per i processi di germinazione e riproduzione di una (fanta)botanica e una zoologia molto distanti dagli asettici ambiti dell'arte contemporanea di frontiera (col suo carico di trendismo e hipness stereotipata) o da quelli asfittici e alienanti del mercato dell'arte quotato in Borsa. Nella loro sede abituale o in mostra, le opere di Jenamarie compongono uno sfaccettato e immersivo diorama, un piccolo habitat edenico in cui concedersi una parentesi di riflessione e ricarica mentale, come nella celebre canzone di Ringo Starr dove la vagheggiata felicità consiste nel rilassarsi all'ombra sotto i mari, "nel giardino di un polipo assieme a te".

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