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La casa di Pugliola e il mare, cent'anni di Giorgio Bocca

di Davide Besana

ritratto di famiglia
La casa di Pugliola e il mare, cent'anni di Giorgio Bocca

La Spezia - Il Bocca è arrivato nel golfo nel 1972, quando una gamba spezzata sciando gli impedì di passare le vacanze girovagando con la sua Alfa 1750 piena di bambini per le coste d’Italia come aveva sempre fatto.
Dopo aver soggiornato nella casa degli amici Rigoli a Trebiano decise di comprare una casa che non gli piacevano gli alberghi e non voleva chiedere favori o essere ospite.
Assieme a sua moglie, mia madre Silvia Giacomoni, scelsero Pugliola dove trovarono una casa a tre piani a un prezzo basso, che a quei tempi il borgo non era considerato appetibile per il turismo.

Al piano terra avevano sede il Partito Comunista e quello Socialista, con tanto di insegne e bandiere (abbiamo ancora tutto), che pagarono diecimila lire di affitto per pochi anni, poi mandarono qualche volta gli auguri e poi basta.
I rapporti con il PCI erano tesi. Era appena uscita la biografia di Palmiro Togliatti che il Partito non aveva digerito, al punto che L’Unità non la recensì per vent’anni dopo i quali, facendo ammenda, ne fece una sua edizione allegata al quotidiano.

E poi il Bocca scriveva tutto quel che non gli piaceva, a partire dagli amministratori pubblici che facevano monumenti piccoli per risparmiare, proseguendo con i vicini di casa e il loro baccano, per cui da una parte i pugliolotti e i lericini erano contenti di trovarsi sul giornale, dall’altra avendo occasione se ne lamentavano.
Mille motivi di dissapore fra il grande giornalista che non sa stare zitto e i benpensanti del main stream. Quando definisce “Rospi Bolliti” i testaroli un drappello di pontremolesi scende su Pugliola per scrivere minacce sul muro di casa (del vicino).

Peraltro era entusiasta dei datteri, del ristorante al Pozzale di Palmaria, di Ciccio a Bocca di Magra, dell’Eco del Mare, di Iseo a Portovenere, e del Gambero a Vernazza dove andavamo prima col gommone e poi con la barchina a vela, gli piaceva nuotare a lungo quanto in montagna fare sci di fondo. Il programma era più o meno lo stesso: in macchina fino al parcheggio di piazza Garibaldi, venti minuti di battaglie per trovare posto, imbarco da Beppe Nardone, ancora in qualche baia, insalata di pomodori o prosciutto e melone e ritorno a casa nel pomeriggio.

Un pomeriggio il Mercury non voleva partire, e tornammo da Cala Fornace usando gli asciugamani come vele. Io e mio fratello Guido andavamo in barca con nostro padre tutti gli anni e ce la tiravamo un po’ da grandi marinai. Lui trovò la cosa divertente e ci assecondò. Comprammo una barca di quattro metri e novantanove centimetri, il massimo conducibile senza patente, e cominciammo a tirare bordi nel golfo con quella. Aveva una poppa enorme tagliata verticale. I Nardone, vedendola ci chiesero quando arrivava l’altra metà, e fu chiamata Culandrona in omaggio allo scrittore Gerald Durrel, quello di La mia famiglia e altri animali. A questa seguì una barca un po’ più grande e poi nel 1986 Midva, che ancora è ormeggiata a un gavitello a Lerici. Questa è lunga dieci metri e ha un raggio d’azione che ci permise crociere anche lunghe e ridusse la casa di Pugliola ad un appoggio per la barca.

Facevamo ancora tanti week end in primavera con il prosciutto e melone e il bagno all’ancora, ma sempre meno. Ne ricordo uno. Salendo a Pugliola la taxista ci disse dell’attentato a Borsellino. Il Bocca non disse nulla, salimmo a casa e dopo un’ora stava dettando a Repubblica il pezzo sull’attentato.

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Giorgio Bocca al mare
Giorgio Bocca su Midva


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