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Ultimo aggiornamento: Sabato 25 Marzo - ore 23.11

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L'anno dei Planet Funk: "Il nuovo album è pronto"

Marco Baroni racconta a CdS il ritorno della band e il suo percorso in questi anni, dal ruolo dell'Alhambra al tour in Australia al rapporto con i fan: "Dal vivo il contatto più forte".

L´anno dei Planet Funk: `Il nuovo album è pronto`

La Spezia - Una storia lunga quasi diciott'anni, quattro album all'attivo, uno in uscita e una ventina di singoli che sono valsi premi, collaborazioni eccellenti e il grande affetto di un pubblico trasversale ed internazionale. Il nuovo anno dei Planet Funk, band elettro-dance fra le più importanti ed influenti degli ultimi tempi, riparte da qui. Da un ritorno con una formazione allargata alle tre voci che ne hanno segnato un percorso partito fra Sarzana e Napoli nel 1999 e che ha toccato Firenze e Londra arrivando con un suono inconfondibile in ogni angolo del mondo. Un progetto che Marco Baroni, tastierista programmatore e fondatore (con Alex Neri, “GG” Canu, Marco della Monica e l'ex Alessandro Sommella), racconta a CdS nell'Abygaille Cafè di via Landinelli, a pochi metri da dove tutto, o quasi, è partito.

Iniziamo dalla fine, ovvero dal Capodanno di Torino dove siete stati gli headliner di uno degli eventi live più importanti a livello nazionale
“E' stato tutto molto bello. Per me ed Alex Neri si è trattato anche un ritorno significativo visto che a Torino avevamo fatto il militare tanti anni fa e Piazza San Carlo l'avevamo frequentata a lungo. Al di là degli ottimi ricordi personali è stato bellissimo suonarci anche perché dal punto di vista musicale e dell'elettronica in particolare è sempre stata una città molto attenta e ricettiva con la quale è sempre piacevole confrontarsi. Ovviamente quella di Capodanno è una serata particolare e un po' diversa perché aperta a tutti e non solo al tuo pubblico ma è andata molto bene ed è stato bello esserci con la formazione al completo”.

L'anno che si è appena concluso è stato particolarmente importante, ha segnato il vostro ritorno sia in studio che sul palco. Qual è stata la scintilla?
“Il 2016 è stato indubbiamente un anno cruciale per i Planet Funk, ci siamo lasciati coinvolgere e trasportare da questa grande voglia di darci per quello che siamo sempre stati, coinvolgendo anche i nostri cantanti storici ai quali il pubblico era affezionatissimo. Nell'approccio di Dan Black, Alex Uhlmann e Sally Doherty abbiamo riscontrato lo stesso entusiasmo e la voglia di ritrovarsi. Sono passati diversi anni e siamo tutti un po' cresciuti ma i rapporti umani, oltre che professionali, sono sempre stati ottimi ed è stato naturale tornare insieme”.

Prima della data di Torino fra novembre e dicembre siete stati in tour al Live Club di Trezzo e in città come Napoli, Roma e Bari dove avete proposto brani nuovo ma anche grandi classici che non sono per nulla "invecchiati". Quali sensazioni vi hanno lasciato questi concerti?
“Abbiamo ricevuto grande energia da un pubblico sempre coinvolto e sorridente. Ci sentiamo ancora giovani ma è bello scoprire come davanti a noi ci siano anche genitori che ci seguono fin dall'inizio e figli che magari si sono avvicinati alle nostre produzioni solo dopo l'ultimo album. Di questi tempi non è facile riempire club e locali ma possiamo dire di avere un repertorio importante che piace, coinvolge ed è ancora attuale nonostante sia ormai passato un po' di tempo. Forse inizialmente abbiamo un po' anticipato i tempi essendo stati fra i primi a mescolare elettronica con chitarre e live quando ancora si ragionava per settori “dance” o “rock”. A fine febbraio riprenderemo dal Tenax di Firenze per poi proseguire con altre date che sono ancora in via di definizione”.

Questo 2017 sarà anche l'anno del vostro nuovo album. I primi estratti “Revelation” e “Non stop” sembrano già ottimi biglietti da visita
“Questo nuovo lavoro era diventato un po' una chimera ma ora è finito e si sta avvicinando l'uscita, forse già entro febbraio. Dopo una prima sessione a Roma e alcuni passaggi a Firenze il grosso del lavoro è stato fatto a Londra dove abbiamo avuto contatti anche con musicisti, arrangiatori e giovani programmatori. Dal punto di vista vocale invece non ci saranno altre collaborazioni oltre a quelle dei nostri tre cantanti. Per quanto riguarda i singoli posso dire che sono piaciuti e ce ne siamo resi conto anche dalla resa dal vivo. Ormai i meccanismi di vendite e classifiche sono molto cambiati e non è facile avere un quadro preciso visto che magari fra la posizione numero 5 e la 40 ci sono cento download di differenza. Poi noi da sempre non siamo ben classificabili come genere visto che il progetto dei Planet Funk sfocia spesso nel pop pur mantenendo un'origine diversa. Per questi motivi l'ottima accoglienza ai concerti ci ha dato sensazioni molto positive".

Da quando siete partiti nel 1999 sono cambiate molte cose, nel mondo della discografia ma anche nell'approccio stesso alla produzione. Il vostro successo è stato costruito su basi molto solide, oggi invece in alcuni casi bastano un pezzo orecchiabile e un buon video per ottenere enorme visibilità. Come vi siete rapportati con questa svolta?
“Possiamo dire di aver attraversato un primo cambiamento ancora prima, io nel 1989 ho fatto il mio primo disco nel mio studio, si lavorava ancora con le bobbine e se volevi un eco te lo dovevi comprare spendendo due milioni. Oggi tutto è più semplice e a portata di mano anche dal punto di vista della produzione. Fortunatamente però per fare dischi di un certo livello ci vuole comunque un grande lavoro. Mi ricordo perfettamente il momento in cui si iniziò a percepire questa “rivoluzione digitale” e lanciai un po' l'allarme dicendo “come venderemo questi dischi?”. In ogni caso noi siamo sempre stati aperti alle novità che in linea di massima abbiamo accolto in modo positivo, ricordo che nel giro di due anni cambiò completamente il modo di lavorare al quale tutti eravamo abituati. Tanti amici e colleghi si trovarono costretti a chiudere o a cambiare mestiere.
Per quanto riguarda il riscontro immediato che si può avere ora forse riporta agli anni d'oro della discografia quando capitava che qualcuno aggiungendo una bella voce ad una base tirasse fuori una hit destinata a durare per sempre oppure giusto il tempo di una stagione. Attualmente il vero lato negativo è dato dall'importanza assunta dal marketing diventato quasi prioritario rispetto al prodotto, anche ad alti livelli in certi casi si investe più sulla promozione a discapito della produzione. Sono convinto che il prossimo cambiamento tecnologico “epocale” sarà quello dell'intelligenza artificiale ormai alle porte. In ambito musicale di fatto c'è già qualcosa di analogo visto che utilizzando un software si hanno “suoni surgelati” registrati magari dal violino o da uno strumento di chi ha studiato anni per utilizzarlo in quel modo”.

L'avvento dei social ha invece riscritto il rapporto con i fan. Come è cambiato il vostro dialogo con chi vi segue e oggi può commentare un video o una foto dall'Argentina come dagli Usa?
“Il contatto con le persone è sempre importante, il live resta il momento del confronto diretto e senza filtri, il più appagante per chi fa questo mestiere anche se personalmente posso emozionarmi davanti ad una piazza gremita come quella di Capodanno a Torino oppure in casa suonando al piano per due persone. È il lato romantico del fare musica, quello che ti manda avanti quando le cose diventano più difficili. E' molto gratificante sapere anche di entrare nelle vite delle persone, di trasmettere loro qualcosa oppure essere d'aiuto in momenti complicati come ci è capitato con una ragazza, fondatrice del nostro fanclub, che nelle nostre canzoni ha trovato forza e sostentamento per affrontare delicati momenti di salute. Facebook sicuramente consolida i rapporti fra band e pubblico e consente di capire come viene accolto quello che fai”.

Tornando al nuovo album e ai frequenti contatti con Londra dove questo genere ha solide radici, c'è qualche sonorità che ha influenzato particolarmente il vostro lavoro degli ultimi mesi?
“Personalmente no. All'interno del gruppo ciascuno ha sempre portato la propria istintività ed è accaduto anche questa volta. Ho avuto modo di fare alcune session con la London Symphony Orchestra che ha musicisti pazzeschi, e di confrontarmi con realtà molto giovani cercando di trasformare queste esperienze in un linguaggio personale. Posso dire di essere “colto” e di mantenermi volutamente “ignorante” perché mi piace aprirmi ad altre sonorità ed influenze, una filosofia di vita che mi aiuta anche a pormi davanti al pubblico. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una cultura spesso basata sull'ego, anche in ambito musicale, mentre ho sempre cercato di togliere sovrastrutture per cercare la verità interiore”.

Sotto questo aspetto avete fin da subito rotto gli schemi impostando il gruppo come collettivo basato prima sui musicisti e poi sul carisma dei cantanti
“Il nostro primo pezzo “Chase the sun” fu un successo internazionale devastante che ci portò al numero 5 della classifica inglese quando ancora stavamo scrivendo il nostro primo album. La cantante però aveva altre influenze e non era interessata a proseguire nel progetto così entro Dan Black per una serie di brani. Lui aveva un altro gruppo al quale decise di rimanere fedele così vennero fuori altre collaborazioni. Non è mai stato un problema ed oggi siamo contenti di poter di nuovo contare su di lui, Alex Uhlmann e Sally Doherty”.

Proprio con Uhlmann nel 2015 avete pubblicato “We People”, brano che ha accompagnato una campagna di Save the Children. Ci saranno altre collaborazioni di tipo sociale e solidale?
“E' stata sicuramente un'operazione molto bella, il pezzo si prestava particolarmente ed è stato importante conoscere più da vicino le persone impegnate in realtà così difficili. Personalmente sono dell'idea che sia già importante fare qualcosa nelle nostre vite per cercare di non alimentare il clima di odio e violenza che ci circonda e che aggrava questa “moda” della paura del diverso oggi ingigantita dalla crisi. Dobbiamo smetterla di farci la guerra per niente”.

Prima si parlava delle vostre origini e qui di fronte c'era l'Alhambra. Quanto è stata importante per la vostra carriera e quanto si è sentita negli anni successivi alla sua chiusura la mancanza di un luogo simile anche nell'ottica della promozione di una cultura musicale che ad esempio a Firenze col Tenax continua ad incidere molto?
“A livello personale il locale ha avuto un ruolo fondamentale. Alex era il figlio del proprietario e ci lavorava e con lui ci siamo conosciuti che avevamo circa 14 anni, lui dj ed io musicista. Era la fine degli anni Ottanta, mi ero comprato un campionatore, mi piacevano i sintetizzatori e dall'Inghilterra mi facevo mandare libri per studiare questo nuovo mondo. Entrambi eravamo sulla stessa lunghezza d'onda per tantissime cose e l'Alhambra era il collante ideale, il luogo nel quale provare nuove tracce e vedere la reazione del pubblico. Ci giravano moltissime persone e di sicuro manca anche se logisticamente oggi sarebbe un luogo impensabile. Purtroppo la sua eredità è andata un po' persa anche perché noi per primi siamo mancati a lungo ma la memoria di quei giorni è sempre viva nel ricordo ci li ha vissuti. È un peccato che non sia venuto fuori nulla perchè il Tenax dimostra come si possa portare avanti qualcosa ottenendo dei risultati anche se purtroppo in Italia non siamo bravi a valorizzare o capitalizzare al meglio esperienze che all'estero diventano luoghi di riferimento per tutta la scena”.

In questi quasi diciott'anni di attività dei Planet Funk vi siete esibiti un po' ovunque, spesso anche fuori dall'Italia. C'è una data o un tour che ha lasciato una traccia particolare?
“Abbiamo suonato in Russia, Romania, Polonia ad Ibizia e in molti altri luoghi ma il ricordo più bello è legato al tour del 2006 in Australia dove abbiamo sicuramente lasciato un segno visto che anni dopo sono usciti gruppi come gli Empire of the sun con un suono molto simile al nostro. A Sidney suonammo davanti a settemila persone e fu sicuramente bello anche se la data più particolare fu la prima a Brisbane. Gli strumenti andarono persi nella coincidenza del volo e girammo tutto il giorno per recuperarne altri per mettere in piedi la serata in un locale sold out e davanti ad un pubblico entusiasta. Sul palco fu difficile ma venne fuori un'energia incredibile, spaccammo tutto".

A proposito di concerti, avete suonato ovunque ma se non sbaglio mai a Sarzana né in provincia o comunque nel raggio di pochi chilometri. Non c'è mai stata occasione o è mancata la volontà da parte degli organizzatori?
“Forse entrambe le cose visto che chi organizza non ci ha mai chiamato ma come si suol dire “nessuno è profeta in patria”. Magari ha influito anche il fatto che per lungo tempo in molti non abbiano capito da dove venissimo, se da Londra, Sarzana o Napoli. La data più 'vicina' fu in Versilia qualche tempo fa ma alla fine fu l'unica cancellata di quel tour. Quest'anno ci hanno detto che c'erano stati dei contatti per il Capodanno di Spezia poi è venuto fuori quello di Torino ed è stata una grandissima esperienza. E' curioso che in estate i Subsonica, con i quali oltre alla stima reciproca c'è stato un percorso per certi versi simile, abbiano suonato qui mentre noi ci siamo ritrovati ad esibirci nella loro piazza a Capodanno. Magari in futuro ci capiterà di salire su un palco qui "a casa" davanti al nostro pubblico".

(nella foto il gruppo durante la recente esibizione a "Che tempo che fa")

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