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L'albero, specchio della natura e metafora della vita

di Valerio P. Cremolini

Un ricordo
L'albero, specchio della natura e metafora della vita

La Spezia - Nel dicembre scorso si è spento improvvisamente nell’isola di Ischia, dove era nato e risiedeva, Pietro Greco, chimico, giornalista scientifico di fama internazionale, autore di opere scientifiche e divulgative, conduttore radiofonico, tra i giornalisti italiani più autorevoli nel suo settore. Aggiungo, letterato dalla considerevole cultura che, personalmente, ho avuto modo di constatare leggendo il libro L’Albero (Digital Team srl, Fano), nel quale i suoi testi affiancano le ben più che pregevoli fotografie di Roberto Besana, nostro concittadino, in quanto spezzino d’adozione. Besana aveva sentito l’amico Pietro il giorno precedente la sua scomparsa per definire un innovativo progetto editoriale, ancora una volta di contenuto ambientale, dedicato al paesaggio
In una toccante testimonianza, non diversa da quella di autorevoli studiosi, Besana lo ha definito «saggio e posato nei giudizi e commenti, infaticabile ricercatore del nuovo, delle interazioni tra le culture, tra le menti, catalizzatore di esperienze e persone». Gli amici hanno desiderato celebrarne la memoria impiantando un olivo secolare in sua memoria nel luogo natio.
Le misure anti Covid hanno impedito, come programmato, di poter presentare alla Spezia L’Albero, dove avremmo potuto apprezzare il sapere e la capacità comunicativa di Greco.
Ho piacere di associarmi a quanti hanno onorato la sua figura, proponendo la mia recensione del citato libro, pubblicata di recente sul n. 4/2020 della rivista Il Porticciolo, diretta da Rina Gambini.

Roberto Besana, eccellente fotografo, spezzino d’adozione, e Pietro Greco, raffinato letterato con esperienze scientifiche, sono gli autori di un magnifico libro intitolato “L’albero”. Il primo aspetto che emerge è l’alleanza professionale e umana fra Besana e Greco, a cui si devono distillati saggi che trasudano di considerevole cultura e di convinta condivisione del tema, che richiama un’assunzione di responsabilità individuale e sociale. Il loro amabile dialogo si protrae lungo le pagine del volume, nel quale sessantacinque sceltissime fotografie in bianco e nero raccontate con intense riflessioni da Greco celebrano la vita e la bellezza di alberi disseminati in varie località italiane, compresa la provincia della Spezia.
Quanto siano importanti gli alberi nella vita dell’uomo è cosa ben nota, anche se talvolta non sembra proprio così. Ne argomenta nell’introduzione Lorenzo Ciccarese, aggiungendo che gli alberi «sono fonte di ispirazione scientifica, artistica e letteraria, dimora del divino e oggetto di culto». È vero, nell’arte e nella letteratura è diffuso il protagonismo dell’albero, dipinto, tra gli altri, da Klimnt, Matisse, Mondrian, Derain, de Pisis, Morandi, Mattioli. Splendidi sono gli ulivi di Monet, Renoir e Van Gogh; esemplari quelli di Nomellini, Merello, Discovolo e del nostro Ercole S. Aprigliano. Altrettanto efficaci sono i versi di Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Ungaretti, Sbarbaro, Montale, Quasimodo, Calvino, Brecht, Prévert, Neruda.
Gli scenari fissati dall’obiettivo di Besana sono quanto mai coinvolgenti. Tra appaganti chiaroscuri si stagliano alberi possenti, ma anche esili, che sono gli attori del suo linguaggio visivo, cantore con Greco degli alberi, quali «nostri indispensabili, partecipi, umili e a volte giganteschi compagni». Nella pubblicazione, che accoglie quattro poesie di Francesca Boccaletto e un contributo di Melina Scalise, affiora di continuo una non vaga partecipazione emotiva. Le distinte interiorità di Besana e Greco, infatti, si intrecciano nelle suadenti immagini del fotografo e nella chiara e colta prosa dello scrittore, che contribuiscono a comporre una vera e propria elegia dove senza urtarsi si incontrano serenità e malinconia, presente e memoria. Entrambi hanno rivelato un convincente e profondo legame nei riguardi del binomio terra-natura e nella preparazione del libro si saranno posti non poche domande. Besana dinanzi all’habitat dell’albero, intento a scegliere la posizione più felice per immortalarlo, perseguendo la migliore coerenza compositiva; Greco nell’accompagnare senza cadere nella banalità le immagini dell’amico, caratterizzate da una straordinaria resa fotografica.
Davanti ad un buon dipinto si cerca di svelare gli aspetti formali ed il contenuto e ciò vale per la fotografia. Quelle di Besana trasmettono sensibilità nei riguardi dell’ambiente, avvicinato con sentimenti, non è retorica, di amore. Ho scoperto che argomenta in tal senso il noto fotografo Franco Fontana (1933) nell’affermare che: “Fotografare è un atto di conoscenza, è un rapporto d’amore. Ti appropri di qualcosa che ti appartiene, che è dentro di te”.
Non è il solo Sulla medesima linea, ben prima, il fotografo americano Edward Weston (1886-1958), ispiratore di celebri maestri, tra cui Henri Cartier-Bresson (1908-2004), esortava a “vedere la foto dentro di sé prima di scattarla”. Al fotografo francese si deve l’ineguagliabile definizione dell’esercizio fotografico, quale “istante decisivo per fissare una frazione di secondo della realtà”. Di un succedersi di frazioni di secondi si compone la cornice temporale nella quale si situano gli scatti di Besana, sintesi dell’elevato equilibrio interiore ed esteriore dell’artista.
Fotografare è un gesto creativo, non di rado spinto verso la sperimentazione tecnologica, al rinnovamento delle immagini e dei linguaggi, aspetto di rilievo dell’evoluzione contemporanea riguardante il più ampio contesto delle arti visive, dove alla fotografia si addice un riconosciuto protagonismo.
Nel suo affettuoso reportage Besana rivela pregevole identità stilistica e un collaudato esercizio della visione, che gli consentono di cogliere con autenticità quanto si offre al suo sguardo curioso. Ne sono scaturite immagini ariose, limpide, piene di vita, che hanno trasferito straordinari e realistici scenari rendendo il suo viaggio fotografico, dalla evidente partecipazione emotiva, pieno di sorprendenti incontri e di diffuso stupore, partecipe dei racconti di Greco, elaborati con personali riflessioni e appropriate citazioni.
È lecito fare uso della parola “meraviglia” con quanto essa evoca, al pari dei sinonimi, che hanno piena cittadinanza nel vedere con la mente lo shock visivo che avrà coinvolto gli autori del libro dinanzi ai suggestivi scenari della natura in cui si sono imbattuti lungo il loro “viaggio alla scoperta dell’albero” (Melina Scalise).
Davanti ad un buon dipinto si cerca di svelare aspetti di forma e di contenuto. Non diversamente per la fotografia. Besana mostra una pregevole coerenza compositiva, evitando toni enfatici nel cogliere e nell’esaltare la spontaneità della visione. Inoltre, è padrone di una unità linguistica, dove presente e memoria, realismo e poesia, si incontrano in una felice intesa. Ne scaturisce una concentrazione lirica nel celebrare l’albero, simbolo di protezione, metafora della vita e del suo inesauribile divenire.
Il libro va gustato alla stregua di un poema, che ci viene consegnato come un complesso messaggio di amore per la terra, custode del fascino, della forza, della fragilità e della silenziosa voce degli alberi.
«Gli alberi - scrive Greco – come tutti gli organismi viventi sono soggetti all’evoluzione della specie per selezione naturale. Dove a quel naturale dobbiamo aggiungere anche per selezione artificiale, la selezione proposta e/o imposta dall’uomo, che è a sua volta figlio della natura. Anche se, talvolta, un po' irresponsabile».

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