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Ultimo aggiornamento: Martedì 14 Agosto - ore 18.55

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Il Sessantotto della missione di Buhoro

Una storia di fede e solidarietà con tanti protagonisti spezzini.

Burundi
Il Sessantotto della missione di Buhoro

La Spezia - Cinquant’anni fa, nel cuore di quello che è passato alla storia come “il Sessantotto”, nasceva in Burundi la missione di Buhoro. Tutto iniziò con il Concilio Vaticano II, quando il vescovo Giuseppe Stella conobbe Andrea Makarakiza, vescovo di Ngozi e poi arcivescovo di Gitega. La loro cordiale amicizia portò ad un rapporto di gemellaggio e di solidarietà tra le due diocesi. Ci furono aiuti e donazioni, ma non solo: nel mese di ottobre 1968 don Giovanni Tassano partiva per il Burundi, designato collaboratore dell’abbé Charles Kahebe nell’appena fondata parrocchia di Buhoro, dove giunse nel gennaio 1969. La situazione locale era di una grande povertà: abitazioni messe su da pali tenuti assieme da fango, il tetto di paglia, bambini che accorrevano scalzi e mal vestiti, spesso colpiti dal quash, una malattia conseguenza della denutrizione. L’ospedale più vicino era a Gitega, a circa cinquanta chilometri. C’erano la chiesa e alcuni casolari costruiti alla meglio all’inizio del Novecento, poi abbandonati a causa della prima guerra mondiale. L’arcivescovo Makarakiza utilizzò i fondi raccolti alla Spezia per far progredire la missione: sorsero così un centro sanitario e l’abitazione del personale.

Ma ecco inaspettato, di lì a poco, un primo segno della provvidenza: Ludovica Scacchetti, infermiera all’ospedale di Sarzana, da una lettera di don Giovanni era venuta a conoscenza di quella situazione e prese così la decisione, chiesto un anno di aspettativa, di partire per Buhoro. Il suo arrivo cambiò radicalmente le cose. Per dieci mesi Ludovica si adattò ad alloggiare in una baracca, ed è commovente notare come, senza conoscere una parola di kirundi, riuscisse da subito ad avere un rapporto di comunione e di intesa con le persone: prodigi del linguaggio dell’amore. Non aveva timore di entrare in quelle misere abitazioni e di curare le persone malate con i medicinali che portava sempre con sé. Ludovica insegnò anche a cucinare, a fare il pane, e la migliore alimentazione servì a limitare le morti ed a far scomparire il quash. Quando tornò a Sarzana, venne sostituita dalla crocerossina Giovanna Tassano. L’assistenza sanitaria di Ludovica e di Giovanna portò alla ribalta un altro serio problema: la necessità di avere un’ostetrica per assistere le donne incinte.

Così Giovanna, infermiera diplomata, si recò in Belgio per una formazione specifica all’istituto di medicina tropicale. Grazie al costante contributo della diocesi spezzina alla fine del 1970 era pronta la casa delle suore “Figlie della Carità” di Novara. La loro presenza permise di operare per la promozione sociale e religiosa della comunità di Buhoro. Nell’ottobre 1971 arrivò poi un altro sacerdote spezzino, già parroco di Valdellora: don Bruno Vincenzi. Il suo arrivo fu prezioso per far fronte a una felice coincidenza di eventi: i lavori dell’acquedotto erano quasi pronti, per cui finalmente Buhoro godeva dell’acqua corrente, mentre grazie agli aiuti erano in programma la costruzione delle classi per il catechismo, la chiesa, i locali per la falegnameria, la cooperativa .... Don Bruno diede così prova della sua bravura di saldatore e di idraulico. Soffriva però nel rendersi conto che non conoscere la lingua gli impediva di esercitare al meglio la sua missione di sacerdote, ma grazie alla familiarità con cui si relazionava con i barundi, che lo aiutavano nel lavoro, apprese ben presto il kirundi, alternando così al lavoro materiale quello pastorale. Imparò talmente bene la lingua da avere l’incarico di fondare la missione di Muliza, una succursale di Buhoro eretta a parrocchia nel luglio 1976, e da esserne nominato primo parroco. Vi costruì una bella chiesa su progetto dell’ingegnere don Pier Carlo Medinelli, con la collaborazione dal geometra don Orazio Lertora. Con lui si trasferirono a Muliza le sorelle Emanuela e Roberta, preziose collaboratrici nell' apostolato. Nel 1977, intanto, arrivò alla Spezia il nuovo vescovo Siro Silvestri, il quale, volle iniziare la visita pastorale nella diocesi proprio dalle missioni in Burundi, per indicare che la Chiesa locale è chiamata ad aprirsi alla Chiesa universale. Con emozione venne accolto il 4 luglio 1977, insieme al segretario don Luciano Ratti, a don Franco Martini ed a Clotilde De Micheli, del consultorio familiare. In un commento scritto al suo ritorno sulla pagina di “Spezia 7”, monsignor Silvestri definì Buhoro e Muliza “segno di una fraternità che proviene dalla stessa fede cristiana e costituisce la più profonda alleanza, perché è fraternità dominata dalla consapevolezza di avere un solo Padre e dal conseguente amore che i fratelli si devono portare”. Parole, quarant’anni dopo, di grande attualità.

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