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Cento anni fa nasceva il pittore Manlio Argenti

di Valerio P.Cremolini

Cento anni fa nasceva il pittore Manlio Argenti

La Spezia - Manlio Argenti è un artista che mi è molto caro, a cui dedico questo contributo nella ricorrenza del centenario della nascita. Nato alla Spezia il 5 settembre 1919 Argenti è stato pittore, scultore e musicista, ma è nell’ambito delle arti visive che ha lasciato un bel ricordo del suo eccentrico desiderio di mettersi continuamente alla prova. L’ho conosciuto alla fine degli anni Settanta e nel parlare della sua vita amava precisare il duplice itinerario artistico che la caratterizzata, distinta da professionalità e da lusinghieri riconoscimenti. Eccolo esibirsi, infatti, tra le luci di palcoscenici nazionali come eccellente violinista, sassofonista e simpatico intrattenitore e, dall’altro, manifestare passione e talento nell’eseguire, sostanzialmente da autodidatta, disegni, dipinti e sculture giovandosi dello stimolante clima artistico spezzino degli anni ’30-’40. Mostre e premi hanno scandito la vita di Argenti, ma è la sua personalità curiosa e onnivora a caratterizzare l’indole creativa, alimentata dall’attento studio delle opere del passato e del presente.
Nella sua biografia ha particolare rilievo la mostra del giugno 1967 alla galleria Torretto del dottor Pietro Livolsi comprendente opere, mai viste prima d’allora, costituite da movimentati e curiosi congegni tecnici che emettevano diverse sonorità.
Argenti ha caratterizzato la sua identità artistica prediligendo un percorso non rettilineo, per cui la sua indole estrosa lo ha condotto ad abbracciare con notevole disinvoltura la pittura figurativa, il vivace capitolo del linguaggio informale, la contaminazione dell’avanguardia surrealista ed anche esperienze dadaiste e concettuali a testimonianza della prorompente sensibilità ideativa davvero atipica. L’irrequietezza di Argenti è stata la linfa che gli ha permesso di fissare il suo linguaggio con una scelta di campo di vastissime proporzioni, che ha dato visibilità a quella condizione di “babele linguistica”, propria “della forte carica di rinnovamento e di rianimazione estetica dell’arte degni anni ‘80” (F. Menna).
In più occasioni ho sostenuto che l’eclettismo si associava alla sua inconfondibile identità; eclettismo tutt’altro che sinonimo di mera imitazione, bensì momento formativo con dimensioni di avvertibile originalità. Amava, infatti, percorrere strade inconsuete e, inevitabilmente, colpiva nel segno sorprendendo i numerosi visitatori che non mancavano alle sue mostre. Furono in gran parte diretti ai Totem di Argenti gli sguardi di quanti accorsero in Sala Dante nell’ottobre del 1989 per condividere l’interessante evento espositivo Tracce mediterranee, che riuniva opere di Arturo Carmassi, Paolo De Nevi, Emiliano Santoni e Mario Schifano. Con invidiabile manualità l’artista, con la mente rivolta a tempi preistorici, ricostruì con legname di recupero uno spaccato di umanità primitiva confermando l’indiscutibile impulso a provare nuove esperienze. Fu motivato in tal senso dal più giovane collega De Nevi e così concepì “una sorta di preistoria con una quarantina di personaggi” che raccolsero unanime apprezzamento.
Ferruccio Battolini, al pari di altri critici d’arte, ebbe buona considerazione di Argenti, definendolo nel 1985 «artista artigiano nel senso più genuinamente rinascimentale del termine». Nel suo persuasivo contributo rilevava che «questa componente di duro accanito lavoro ha più funzioni: liberare le sensazioni meno legate alla quotidianità, sconquassare le barriere fra reale e no, sconfinare nei miti, aggredire valori e disvalori, la bellezza e la brutalità, la dolcezza e la lussuria, con un colore che regola e chiarisce il discorso. C'è poi un ondeggiamento continuo, tutto positivo anche nelle conseguenze formali, fra attento "criterio "e intransigenza liberatoria».
Assaporava davvero la libertà ed il gusto di sperimentare nella sua casa di Migliarina, strapiena in ogni spazio di tele, sculture e disegni, dove concretizzava la sua inesausta creatività. Trovo, a proposito, molto pertinente l’analisi d Giovanna Riu per la quale «i dipinti di Argenti sono più vicini ad un episodio di esplosione che di composizione, come se si sentisse il bisogno di demolire, di ripartire da zero, di liberare il visibile dalla sua incrostazione figurativa e di rituffarlo in una sostanza indistinta, magmatica, piena di fibrillazioni».
Ho avuto il piacere di occuparmi più volte della ricerca di Argenti, il quale, ho sottolineato in un mio testo del 1991, «non ha mai smesso di considerarsi un animatore estetico e tutto il febbrile procedere della sua vita artistica è pervaso di tale inestinguibile tensione. Anche i rapidissimi tempi esecutivi di molte opere gestuali se da un lato segnalano filosoficamente la condizione relativa del tempo, dall’altro lasciano aperta la visione volontariamente segmentata del proprio fare arte, per cui al prevedibile si sostituisce il piacere della sorpresa».
La prima sorpresa si avvertiva, come sopra accennato, superando l’uscio della sua abitazione-studio, nella quale, come ha ben rimarcato con felice prosa Marzia Ratti, «l'arte ha compiuto un'invasione pacifica, allegramente infestante, proprio come fanno le piante quando si lasciano crescere spontaneamente e non si potano. È difficile infatti potare il rigoglio della vita, la bellezza dei colori, dello spirito che si incarna nella materia. Argenti ha scelto di non porre freno al bisogno di fare, di vivere intensamente ogni attimo, saggiamente carpito, del suo tempo». È vero, nella longeva vita dell’artista il “bisogno di fare” è stata una costante mai disattesa ed ogni giorno sembrava che lo attendesse un foglio bianco da riempire con una o più figure, una tela, pronta a raccogliere la replica a modo suo di un dipinto di un antico maestro, la personale interpretazione futurista del golfo della Spezia, oggetto di un centinaio di tele donate al Comune, una tavola e una qualsiasi porzione di legno su cui scolpire il volto della Madonna e una commovente Crocifissione.
Mostre personali e rassegne collettive sono censite nella sua biografia e durante la conversazione Argenti dava valore a ciascuna di esse: dalle primissime del 1936, 1937 e 1938, nelle quali il suo nome era compreso tra i premiati, alla significativa antologica del 2005 alla Palazzina delle Arti, promossa dall’Istituzione dei Servizi Culturali del Comune della Spezia. Sede di prestigio per omaggiare, dichiarò l’allora sindaco Giorgio Pagano, «uno dei maestri viventi del Novecento spezzino, della cui inesauribile vena creativa la città era già conscia». Quell’evento espositivo, che mi vide coinvolto nella sua realizzazione, fu molto gradito al pittore, che, per l’occasione, restaurò anche un paio di quadri tecnologi del 1967. Ricordava Argenti che uno di essi s’intitolava La droga, testimonianza artistica che contestava «la già pericolosa diffusione dell’LSD, accentuando efficacemente l’idea dello smarrimento», vera piaga che negli anni successivi si allargò a dismisura. Molto ci sarebbe da scrivere, ma ritengo che il contenuto di questo contributo sia sufficiente ad alimentare curiosità attorno a questo personaggio della cultura spezzina che ha continuamente subito il fascino nell’avvicinare con entusiasmo nuove esperienze.

Valerio P. Cremolini

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Manlio Argenti visto da Fabrizio Mismas (1998)
Manlio Argenti, "Vele", anni Ottanta del Novecento
Manlio Argenti


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