Capossela trasforma “Da solo” il Civico in circo Barnum per una sera

La Spezia. Suoni di carillon e melodie su cartone, un gigante buono ed un megafono a far gracchiare la voce: il richiamo da fuori del teatro Civico nella sera in cui è illuminato dallo spettacolo di Vinicio Capossela ha il sapore del circo Barnum, con caramelle e note buone per tutti, nell’aria di dicembre che già ci racconta di Natale.
Dentro, poi, il primo teatro cittadino straborda da tutte le parti: la gente ci prova anche, a star seduta, ma poi il ritmo incalza, fino che alla fine qualcuno rompe gli indugi e guida come piffero di Hamelin stormi di ragazzini ragazzi giovani e nonpropriogiovani a ballare sotto il palco, dove il concerto, davvero, accade.
Capossela, generoso fino a farsi uscire il cuore dal petto, non lesina, come sempre. E in 2h30’ di commozioni, gioie infinite, lacrime e salti condensa tutto, strappando consensi sia quando innalza carmi verso i calzini spaiati, che si perdono per sempre o solo per un po’, sia quando tocca canta l’amore finito, che poi è la cosa in cui riesce meglio: tanto può il suo Verbo.
Un concerto diviso in due parti: “da salotto” la prima, che pesca a piene mani dal suo “da Solo”, cui la coreografia – curatissima - è interamente dedicata, è composta di “canzoni scacciacrisi”, in questo momento in cui anche Babbo Natale ha il grilletto facile per puntarselo verso la tempia e suicidarsi. Coerentemente, Vinicio, qui, è di un’eleganza minimalista: tuba in testa, luci d’avanspettacolo, i suoi archi, i suoi fiati, e il theremin; un occhio di bue lo segue ovunque va.
Poi, dopo l’intermezzo dell’”incredibile” Christopher Wonder, Vinicio cambia passo. Citando dai suoi pezzi storici e più amati, costruisce storie e legami come lui solo sa. Wonder fa la meraviglia che tutti aspettano: l’”human pignata”, la pentolaccia di carne ed ossa che è quasi un sacrificio pagano, cui Vinicio ha regalato anche un verso del suo “Gigante e il mago”. Stormi di personaggi mascherati lo percuotono con bastoni mentre lui si divincola dalla “pazzo jacket”, mentre Vinicio aizza su note tarantolate il popolo suo, maschera dei mammutones in faccia, a coprire il volto, non la voce, mentre Wonder, ormai nudo, scopre il suo tatuaggio ad effetto, la parola magica che da sola dà il là allo stupore: “Ta da”!
Vinicio chiude poi ricomponendosi, non prima di aver offerto da bere a due spettatori nella sua gabbia di ferro e luci, così come metaforicamente ad offrirne al pubblico tutto.
Finisce com’era prevedibile, un uomo sul palco, da solo, come l’uomo del XXI secolo di cui è il massimo cantore, perché per quanto rifugga in atmosfere altre, e cerchi di ricostruire storie da inizio Novecento, le sue antenne d’artista gli impediscono di godere di questi tempi appieno, provocandogli dolori piccoli e quotidiani, che lui narra ed esorcizza nei suoi pezzi. Di fronte, un pubblico che lo ama e lo venera come il nuovo Messia, lo ascolta, preferibilmente a coppiette, abbracciati, nell’attesa magari di “intrecciare le costole” ancora inebriati dalle sue note. Perché così è Vinicio: che lo si ascolti da soli, allora, per poterlo poi davvero condividere.

06/12/2009 15:02:10
Filippo Lubrano







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