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Africa protagonista con l'associazione Mediterraneo. Pagano: "Italia e Europa si sono chiuse"

Africa protagonista con l'associazione Mediterraneo. Pagano: "Italia e Europa si sono chiuse"

La Spezia - Prende il via oggi pomeriggio alle 17 in Mediateca “Marzo africano”, iniziativa dell’associazione culturale Mediterraneo, con il patrocinio dell’amministrazione comunale. Nella struttura di Via Firenze 37 verrà inaugurata la mostra fotografica “Afriche. Immagini e voci” di Marco Aime docente all’Università di Genova, antropologo e scrittore.
Si tratta di una mostra di parole e immagini, in cui tradizionali proverbi africani accompagnano scatti fotografici realizzati da Aime in Mali, Ghana, Benin, Malawi, Tanzania, Congo e Algeria. In Africa gli anziani parlano spesso per proverbi, soprattutto nei contesti collettivi in cui la parola assume una valenza importante: pronunciare in un consiglio o in un’assemblea un certo proverbio significa ricordare agli altri la norma da rispettare, la tradizione. Si tratta di un “linguaggio mascherato”, caratterizzato da una forte valenza narrativa e da una carica metaforica quasi teatrale, che colpisce l’uditorio e arricchisce il racconto, soprattutto in un contesto collettivo. Marco Aime presenta una lettura visiva dell’Africa e delle sue molteplici anime, mescolando antropologia e fotografia, in un racconto suggestivo e poetico.

Abbiamo parlato dell'iniziativa con Giorgio Pagano, presidente dell'associazione culturale e cooperante a Sao Tomè e Principe.
Qual è l'obiettivo di "Marzo africano"?
"L’obbiettivo è discutere dell’Africa, conoscerla, superare la paura. E’ il continente del futuro. Sicuramente del futuro dell’Italia e dell’Europa, protese in un Mediterraneo che dell’Africa è la prosecuzione. L’Africa è il nostro grande Sud, noi siamo il suo grande Nord. Le migrazioni saranno sempre più “circolari”: gli africani continueranno a venire da noi, e torneranno nei loro Paesi per renderli migliori; noi andremo sempre più in Africa, perché lì c’è bisogno delle nostre imprese, c’è un’occasione di crescita anche per noi. L’Africa è una terra giovane, con un’età media di vent’anni, ed è un laboratorio di idee. Ne abbiamo bisogno, così come loro hanno bisogno di noi. Il futuro è il partenariato euroafricano. Stati Uniti, Cina, Paesi emergenti hanno capito da un pezzo l’importanza dell’Africa. Ora tocca a noi, con un approccio che punti allo sviluppo reciproco, e non ripeta la logica neocoloniale di altri".

Gli stessi temi toccati nel libro e nelle mostre “Sao Tomè e Principe - Diario do centro do mundo”, approdati anche al di fuori dei confini provinciali...
"Libro e mostra fotografica hanno 15 mesi di vita, ci sono state 26 presentazioni. Ora la mostra è a Genova, al Museo delle Culture del Mondo di Castello D’Albertis. Ho incontrato, anche grazie alla mostra, migliaia di persone: tanti giovani, tante associazioni, gli imprenditori, i missionari. Anche Papa Francesco ha avuto il libro, a Santa Marta. E’ lui che mi ha insegnato che il mondo si capisce soprattutto dalle periferie. Le migrazioni provocano paura, ma anche tante domande su quel che accade in Africa. Nel mio piccolo sto cercando di dare risposte nel segno della consapevolezza di un destino comune, come antidoto alla paura. Quando ero ragazzo c’era un forte sentimento verso l’Africa: l’Europa e l’Italia erano estroverse, aperte. Oggi siamo introversi, chiusi. In Africa l’Italia è l’Eni, e poi le missioni e le ong. Non c’è lo Stato, non c’è la società civile nel suo complesso. Dobbiamo tornare all’estroversione, a quelle che Giorgio La Pira chiamava le “passioni unitive”, l’interesse per l’altro".

Quale ritiene debba essere il ruolo dell'Italia?
"Serve una grande politica euroafricana. Che ci sarà solo se l’Italia sarà protagonista, perché un’Europa retta da Germania e Francia non potrà mai essere mediterranea. E’ una grande opportunità per il nostro Paese, per i nostri giovani. Ma non ci siamo ancora. Dobbiamo evitare di concepire la cooperazione come l’ha concepita la Germania con il suo patto scellerato con la Turchia: io ti pago perché tu ti tenga i migranti, non importa come e dove. Purtroppo i recenti accordi dell’Italia con Libia e Niger hanno un segno analogo. In gioco non c’è solo il futuro dell’Africa, ci sono anche i valori del progetto europeo. Abbiamo difficoltà a gestire il fenomeno migratorio perché non sappiamo bene chi siamo e cosa vogliamo. Vogliamo l’Europa dei diritti democratici? Ma allora non possono riguardare solo alcune popolazioni, devono valere per tutto il popolo-mondo. Per bloccare i flussi non possiamo rinchiudere centinaia di migliaia di persone nei campi libici o costringere i migranti, come succede in Niger, a viaggi più lunghi e pericolosi, nelle mani di trafficanti ancora più spietati. I morti nel Mediterraneo si vedono in tv e si contano. I morti nei campi libici e nel deserto subsahariano non si vedono e non si contano. Ma sono tanti, troppi morti".

C'è un'alternativa?/b>
"Certamente. L’alternativa è un’operazione umanitaria multinazionale sotto il controllo dell’Italia, una sorta di missione Mare Nostrum allargata e finanziata direttamente dalla Commissione europea. Lo dico con le parole pronunciate da Roberto Camerini, già Capo del Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno, durante un incontro che l’Associazione Culturale Mediterraneo ha organizzato con gli studenti: “Mare Nostrum costava 10 milioni di euro al mese, ma se avessimo diviso la spesa con gli altri Paesi europei il costo sarebbe stato di 350.000 euro al mese… Dobbiamo fare cooperazione in Africa, i risultati si vedranno tra vent’anni… Nel frattempo dobbiamo salvare vite e accogliere, senza delegare il problema ai dittatori africani, come abbiamo fatto per anni con Gheddafi”. Meglio di così non si potrebbe dire. Aggiungo solo due cose. La prima è che occorre la riforma della legislazione europea, a partire dalla sospensione del regolamento di Dublino che obbliga i migranti a fermarsi nello stato di primo approdo, Italia, Spagna e Grecia. La seconda è che accogliere significa dare occasioni di formazione e di lavoro. Come alle Cinque Terre, dove abbiamo formato i giovani, italiani e migranti, per fare ciò che nessuno fa più: costruire i muretti a secco".

Su queste tematiche lei vanta un'esperienza di cooperazione a Sao Tomé e Principe. Cosa le ha lasciato?
"E' stata un'esperienza entusiasmante. Da molti è considerata una sorta di modello. Basti pensare che il “Diario” ha due prefazioni. Una è del grande africanista Gian Paolo Calchi Novati: il suo ultimo testo prima di lasciarci, che ha voluto assolutamente scrivere. L’altra è del Viceministro alla Cooperazione Mario Giro, che pure conosce le mie posizioni spesso critiche verso il Governo. Ma vorrei dire che la mia esperienza, oltre a essere il frutto di un lavoro comune con i saotomensi, ha radici in un’opera “pionieristica” nel campo della cooperazione - che fa rotta sullo sviluppo locale e sull’autogoverno delle persone -, che mi ha impegnato per dieci anni insieme a un gruppo di amici liguri e toscani. Ora gli amici toscani mi hanno chiamato a Firenze, a seguire i progetti di Water Right Foundation e Euroafricanpartnership, due realtà con cui collaboro da tempo. La prima si occupa in tutto il mondo del diritto all’acqua, la seconda è impegnata nel partenariato tra Comuni europei e africani. I miei primi impegni saranno in Senegal e ad Haiti. Ma naturalmente non vedo l’ora di tornare a Sao Tomé".

Ha nostalgia dell'Africa?
"Direi nostalgia degli africani. Il mio rapporto con l’Africa non è stato semplice. All’inizio è stato traumatico: l’Africa è una realtà molto diversa, che ti sfida ad accettare le sue contraddizioni, le sue passioni, i suoi tormenti. La prima volta la reazione fu, dopo un po’, quella di fuggire. Ma poi sentii il bisogno di tornare: l’Africa ti penetra dentro, e nasce un rapporto indissolubile. Con i bambini, innanzitutto. Sono stato in villaggi dove i bambini non avevano mai visto l’”homem branco”: un essere curioso, da scoprire con il loro sguardo, con cui giocare… Un rapporto indissolubile è nato anche con gli adulti: in loro c’è un’intensa spiritualità, una grande solidarietà comunitaria, una ‘forza vitale’. Sono andato con tanta fiducia e ne ho trovata altrettanta: è così che abbiamo potuto costruire un piano di sviluppo partecipato, frutto del lavoro di centinaia di persone".

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