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"La città Porta di Sion ci insegna a tendere la mano"

La scrittrice Lia Levi riceve il Premio Exodus 2019: "Credo nel romanzo, che non racconti la tragedia dell'umanità ma la tragedia degli umani che la compongono. Il giudizio scaturisce dalla sincronia con il lettore".

lectio magistralis
"La città Porta di Sion ci insegna a tendere la mano"

La Spezia - La lezione di Lia Levi è innanzitutto un'operazione linguistica. Pronuncia parole come accoglienza e solidarietà e lo fa riportandole indietro all'accezione che avevano quando l'onorificenza è stata creata, quasi vent'anni fa. Non più sinonimo di debolezza, non più condite dalla semantica della paura e della diffidenza che le contestualizza oggi. Usate nel discorso pubblico per smuovere sentimenti che sono l'esatto contrario di quelli che guidarono la popolazione spezzina nel 1946. Per aiutare i profughi ebrei scampati ai lager ci volle tanta forza, la stessa che è richiesta oggi per trarre una lezione universale da quel fatto particolare. E poi servono le parole, da rimettere al loro posto, un compito difficile a cui che solo una scrittrice può assolvere.

Così confezionato, quell'abito ieri è calato sui presenti alla lectio magistralis del Premio Exodus 2019 in Sala Dante, come un tessuto caldo. Ci sarà sicuramente chi rischia di averlo indossato per un solo pomeriggio, per poi dismetterlo il prima possibile. Questa è la politica. E poi c'è la cultura, che invece lo ha compreso nel proprio metabolismo e che ha offerto ancora una volta un punto di vista diverso ai cittadini-lettori. "La storia è filosofia che insegna per esempi". Apre così il proprio discorso Lia Levi, con una citazione di Dionigi di Alicarnasso. I suoi esempi sono i personaggi di 'Questa sera è già domani' uscito nel 2018. Si muovono sullo sfondo della storia e quindi "diventano carne e sangue, uomini e donne che sono al tempo stesso sia immaginari che reali".

Ha rischiato la deportazione durante gli anni della guerra. Come Alessandro, 8 anni, protagonista del romanzo che le è valso a 88 anni il Premio Strega Giovani. "Ma non ho iniziato a scrivere mossa da una necessità di testimoniare - spiega, tracciando un confine con tanta letteratura della memoria - Credo nel romanzo perché, come ha detto Proust, un’opera che contenga teoria è come un oggetto a cui si sia lasciato il cartellino del prezzo. Io affido la storia, quella grande, a personaggi strattonati da accadimenti che li sovrastano, ma soprattutto a creature umane con pregi, slanci e cadute. Più che una tragedia dell’umanità è la tragedia degli umani che la compongono che voglio raccontare". Un percorso che non è una rinuncia. "I lettori mi raccontano come leggendo il libro abbiano fatto il tifo per il protagonista - continua - Ce la farà a salvarsi? E da cosa deve salvarsi? Dalle Leggi Razziali, dai tedeschi, dalla deportazione. Ecco che la storia grande è arrivata, ad occupare il suo posto e a sollecitare un giudizio. Un giudizio che viene fuori con una sincronia tra autore e lettore".

E' arrivata così l'identificazione, il romanzo ha risvegliato l'empatia nel lettore. La forza di capire il prossimo e di farne un metro per l'agire di tutti i giorni. Un romanzo ambientato in un'Italia di tre quarti di secolo fa, che si percepisce troppo lontana, offre una lente per mettere a fuoco l'oggi. Il senso più profondo del Premio Exodus dopotutto è questo, enunciato alla nascita come strumento "per il dialogo tra i popoli". Se si limita a celebrare quanto siano stati generosi gli spezzini di tanto tempo fa, si svuota di contenuti. Anche oggi ci sono porti e navi cariche di umanità che tentano di prendere il mare, storie piccole sullo sfondo della storia grande. "Nei momenti tragici c’è una cosa che accomuna gli esseri umani: la lotta per sopravvivere - chiosa l'autrice - E la risposta di chi è rimasto umano può essere solo una: tendere una mano a chi sta lottando. Assecondare la legge morale dentro di noi. La città della Spezia, la vicenda della Porta di Sion, è proprio questo, un esempio della spinta alla solidarietà".

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