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"Bocca amava dire che la città di mare di piemontesi non era Genova ma La Spezia"

Il ricordo di Pagano: "Il “ruvido” e “burbero” giornalista meriterebbe un ricordo da parte dei lericini, con una targa nella casa in cui abitò".

"Come quasi sempre, fu profetico"
"Bocca amava dire che la città di mare di piemontesi non era Genova ma La Spezia"

La Spezia - Mi ha fatto veramente piacere che, nell’occasione del centenario di Giorgio Bocca, prima Alberto Scaramuccia e poi Davide Besana, figlio della moglie Silvia Giacomoni, abbiano ricordato il legame del grande giornalista con Pugliola - dove aveva, fin dal 1972, una casa - e più in generale con il nostro territorio. Come ha ricordato Besana, il rapporto con gli abitanti di Pugliola e con gli amministratori lericini non fu semplice, anzi. Ci furono tensioni e polemiche. Una volta, scrisse Bocca su “L’Espresso” del 2010, “trovai nella cassetta delle lettere della mia casa questo messaggio poco amichevole: ‘Seconda casa, genocidio delle minoranze’. Tanto per dire…

Anche la vicina Lunigiana fu coinvolta, quando Bocca “bacchettò” i testaroli. Erano gli anni Settanta. “L’Espresso” ospitò una pagina di lettere con il titolo “Testarolo, tu sei la mia patria”: un gruppo di giovani pontremolesi decise di “punire il reo” sommergendolo di finte lettere a difesa dei testaroli, definiti addirittura “il pane della Resistenza” (che in realtà era stata la “pattona”). Eppure, come ha ricordato Besana, Bocca amava i nostri posti e certamente ne fu ispirato. E da buon piemontese non poteva che amare anche la città capoluogo, a cui ha dedicato, nel romanzo del 1991 “Il
provinciale”, una frase molto bella: “A Genova i piemontesi non hanno lasciato davvero alcun segno. La nostra città di mare è La Spezia, tutte strade dritte e caserme”. Da un piemontese orgoglioso di esserlo, non poteva arrivare complimento migliore.

Bocca, che sembrava persona “superba”, fu in realtà un giornalista “umile”: cioè concreto e curioso, e proprio per questo, come ha scritto Scaramuccia, “capace nell’analisi dei meccanismi che stavano cambiando il mondo”. Nella stesura del mio libro sugli anni Sessanta i suoi articoli su “Il Giorno” (allora il miglior quotidiano italiano) mi hanno molto aiutato: nessuno come lui ha saputo raccontare in poche e semplici parole il “boom” economico, la nevrosi degli operai nella fabbrica meccanizzata, l’angoscia e il furore per il Vietnam, l’antiretorica dei “capelloni”, l’arretratezza della scuola, le speranze degli studenti…

Questa sua frase - tratta da un articolo su “Il Giorno” del 27 marzo 1969 - dedicata alle lotte operaie dell’Autunno caldo contro la fabbrica-caserma, sarà una delle epigrafi del secondo Volume del libro: “E’ anche nuovo che il movente delle azioni [degli operai] sia ‘morale”, miri quasi sempre al rispetto della dignità personale, spessissimo a stabilire il libero diritto al cesso, che vale la libertà di pensiero per chi ne è privo”. Nel 2007 feci la mia “seconda scelta di vita”, allontanandomi dalla politica partitica così com’era allora.

Ricordo, quell’anno, una dichiarazione di Bocca, intervistato da “L’Espresso”: “Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l'emancipazione civile dell'Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti, la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il centrosinistra. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però c'erano principi riconosciuti: i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un paese in condominio con la mafia. È il successo di chi elogia i vizi, i tipi alla Briatore”. Come quasi sempre, fu profetico.

Il “ruvido” e “burbero” Bocca meriterebbe un ricordo da parte dei lericini, con una targa nella casa in cui abitò. Anche perché a Cuneo, nella casa natia, la data della targa è sbagliata: con i tempi che corrono anche troppo, direbbe lui… Potremmo provare a smentire il suo pessimismo, magari azzeccando la data.

Giorgio Pagano

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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