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Ultimo aggiornamento: Martedì 21 Agosto - ore 22.00

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"Alfabeto segnico", codici e periodi artistici a confronto

Inaugura domani il progetto espositivo per rintracciare le strutture testuali che si nascondono all’interno dell’immagine, dalla fine degli anni ‘50 a oggi.

"Alfabeto segnico", codici e periodi artistici a confronto

La Spezia - Una mostra che coinvolge Italia e Catalogna con quattro artisti di generazioni differenti impegnati nella ricerca di un segno primario. Sergi Barnils, Giuseppe Capogrossi, Achille Perilli e Joan Hernández Pijuan sono i protagonisti di "Alfabeto segnico", la mostra a cura di Alberto Fiz che si tiene – dopo la tappa milanese alla Fondazione Stelline – al Camec.
"Alfabeto segnico" è una rassegna che ha lo scopo di rintracciare le strutture testuali che si celano all’interno dell’immagine in base a un percorso che parte dal 1950 per arrivare sino a oggi. Non scrittura, ma una forma-segno che si pone come atto creativo superando il dato appartenente alla realtà sensibile. Capogrossi e Barnils, Perilli e Pijuan, pur nelle differenze dei loro percorsi stilistici, sono legati da un sottile filo rosso evidenziato dall’aggregazione costante degli elementi in una continua rivitalizzazione del segno archetipale che determina un progressivo allargamento dello spazio dipinto.

"Proprio in una società altamente tecnologica l’alfabeto segnico non è mai stato così attuale - afferma il curatore Alberto Fiz -. Loghi, simboli, codici ed emoticon sono entrati nella nostra vita quotidiana come se fosse necessaria una semplificazione del messaggio, recuperando la dimensione emozionale in base a una consapevolezza trasmessa dai maestri dell’astratto-informale e riproposta oggi con determinazione e persino con ironia".
"Un'esposizione diacronica, che mette a confronto due italiani e due catalani, con opere delle collezioni cittadine che arricchiscono quanto esposto a Milano", ha aggiunto la curatrice Cinzia Compalati.
"Abbiamo una grande tradizione ed è necessario valorizzarla - ha sottolineato l'assessore alla Cultura, Paolo Asti -. Tutto questo è utile agli spezzini perché chiarsice che il nostro patrimonio ci permette di dialogare col contemporaneo e con altri Paesi del mondo. Siamo in grado di produrre mostre, non solo di comprarle, come accade poco distante da noi (chiaro il riferimento alla mostra di Warhol a Sarzana). Faremo anche noi esposizioni di livello e di richiamo, ma sempre partendo dalla valorizzazione di quello che abbiamo".
"Questo è lo scopo dei musei e delle istituzioni, il resto è blockbuster - ha proseguito Marzia Ratti, dirigente comunale dei Servizi culturali -. L'aggancio alle collezioni richiede sempre prima un'analisi e quando ci è stata avanzata la proposta di questa mostra l'abbiamo ritenuta interessante perché mette a confronto autori diversi sul tema del segno e dell'astrazione nel '900, evidenziando come i movimenti italiani abbiano sempre avuto rapporto con altri Paesi".

Sono più di 40 le opere esposte provenienti da collezioni pubbliche e private. Sono stati coinvolti il Mart di Rovereto, le Gallerie d’Italia – Piazza Scala (sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano) e il Museo d’Arte Contemporanea di Lissone. Sono molte le testimonianze fondamentali presenti in mostra, tra cui: Emploi du temps (1959) di Perilli che, con quest’opera emblematica, vinse il Premio Lissone; Superficie 678 – Cartagine (1950) di Giuseppe Capogrossi; sempre di Capogrossi, Superficie 399 (1961), che appartiene alla collezione VAF di Volker Feierabend.
La mostra vuole essere l’occasione per indagare un processo linguistico in continua evoluzione che sviluppa, nel tempo, una serie di varianti e combinazioni riscontrabili nelle opere di Sergi Barnils e Joan Hernández Pijuan, due artisti che hanno saputo reinterpretare la lezione dell’immediato dopoguerra rinnovando la dimensione germinale e primaria di un immaginario libero da condizionamenti ideologici. Le trame irregolari di Pijuan, che evocano i percorsi di un paesaggio scavato nella materia pittorica, sono accostabili ai graffiti di Perilli, intesi come mappe segrete. Barnils, invece, affolla la superficie di un segno miniaturizzato (basti pensare a Del verger celeste, il dittico di quattro metri datato 2015, esposto in mostra) che si ripete in un mantra liberatorio in cui la pittura contiene emozioni, ironia e un’infinità di combinazioni imprevedibili. Pur partendo da presupposti differenti rispetto a Capogrossi, non c’è dubbio che si ritrovi in entrambi la tensione verso un’ars combinatoria che conduce verso “la proliferante molteplicità di ciò che ci circonda, imponendo la riorganizzazione spaziale con l’uso sapiente di un segno che assume significato e valore universale”, come ricorda il nipote dell’artista Gugliemo Capogrossi.
Il catalogo, in italiano e inglese, è pubblicato da Silvana Editoriale. Insieme a un saggio di Alberto Fiz, contiene testimonianze critiche su ciascun artista e preziosi materiali storici messi a disposizione dalla Fondazione Archivio Capogrossi e dall’Archivio Achille Perilli.

ALFABETO SEGNICO
Sergi Barnils, Giuseppe Capogrossi, Achille Perilli,
Joan Hernández Pijuan

CAMeC Centro Arte Moderna e Contemporanea
La Spezia
5 novembre 2017 – 7 gennaio 2018
inaugurazione sabato 4 novembre 18.00

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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