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L’addio a Mario Tommaseo, la leggenda del 44

se ne va l'ultima bandiera

L’addio a Mario Tommaseo, la leggenda del 44

La Spezia - Scriverla, questa notizia, ci pesa come un macigno. Mario Tommaseo, l’ultimo dei titolari dell’undici che il 16 luglio del 1944 si laureò campione d’Italia con un titolo riconosciuto a livello onorifico solo nel 2002, si è spento ieri nella sua casa di Arcola. Mentre fuori le macchine passavano ignare sulla via Aurelia, se ne andava in cielo forse una delle immagini più belle del nostro calcio, abituato ai facili lustrini, ma non personaggi così. La pacatezza dei suoi ultimi giorni è una riposta a tutte le vanità di cui viviamo. Accanto aveva i suoi quadri, la sua maglia dello Spezia donata da Macalli ed in bella evidenza nel salotto, i figli Beppino e Bruno, ma idealmente una città sportiva che a lui deve moltissimo per quello che ha dato e per come lo ha dato. Se nel 1989 partì da un libro la lunga rincorsa ad uno scudetto che lo Spezia terrà per sempre sulle maglie si deve solo a lui, che una mattina, con un voluminoso fascicolo, si presentò nel nostro ufficio, dicendoci:” Io le do la tela, poi pensa lei a tessere” Avrebbe compiuto 86 anni il prossimo 18 dicembre, ma negli ultimi anni, la forza gli era venuta meno e così la memoria anche se riusciva ancora a parlare con gli occhi e lo sguardo, sempre intenso. E’ uno dei pochi casi di personaggio che sia stato capace di essere grande con piedi, mani e bocca. Da calciatore aveva iniziato nello Spezia nel 1935 per poi passare al Tigullio, al Palermo, Ausonia, Stabia, Mamtova, Genoa, Siena e Vimercate. Poi, diplomatosi allenatore a Coverciano, aveva allenato anche lo Spezia dalle giovanili alla prima squadra. Scarabello dt e lui tecnico; approfittando di un’asebnza del mitico, un pomeriggio provò in allenamento Sonetti centro mediano, spostando vezzoso dal suo ruolo. Da Mister Wilheim, l’ungherese dal cappello e pipa che era stato il suo maestro, aveva appreso l’arte di non arrendersi mai e così da Guido Gianfardoni e Luigi Bertolini, campione del Mondo nel 1938 e suo grande amico. Nel 1944 era stato aggregato ai Vigili del Fuoco ma i rapporti con Barbieri si erano guastati, e lui si era andato ad allenare da solo sul Parodi. Il mister però aveva fatto il primo passo e tutto si era ricongiunto, fino alla finale con il Torino, quando Barbieri gli affidò Valentino Mazzola, che Tommaseo annullò dal primo all’ultimo minuto. E fui la mossa vincente. Anni dopo i due si rividero in un’amichevole che il Torino stava giocando contro il Mantova ed alla vista di Tommaseo, Mazzola gli disse:”Per favore, marca Loik, marca Loik, capito, non me, se no oggi non vedo palla”. Quando aveva smesso con il calcio, aveva deciso che la lirica sarebbe stato il suo mondo; allievo di Emilio Bione da tanti anni, frequentò a lungo anche i maestri Cortopassi e Gavarini ed ottenne presto per le sue qualità una borsa di studio all’Accademia musicale di Chigiana in Siena. Fu così protagonista di molte opere di repertorio, dalla Lucia di Lammermoor, alla Traviata, al Barbierie, fino a due serate di Rigoletto al Lirico di Milano. Recitò anche nelle Nozze di Bertoldo del maestro Salines, concittadino. Le mani gliele strinsero in molti, tra cui Beniamino Gigli, che una sera lo volle al suo tavolo in un ristorante milanese. Mani che avrebbe usato anche per la pittura; cominciò a 50 anni ed inizialmente fu definito naif, comunque al di fuori di ogni considerazione accademica, una pittura unica ed inimitabile, con un centinaio di personali in tutta Italia. Scrisse di lui in un acritica Gerardo Podenzana:”La presenza del sole nelle sue opere è un segno di fede, ma anche di ottimismo e felicità”. Poeta, fu anche questo infine Tommaseo, ed a 78 anni si mise a scrivere poemi: “Ma per questa innocente attività il verbo vedremo è d’uopo” ricordava. Con lui si chiude il cerchio degli undici titolari di quella squadra che ha nella sua storia la nostra storia. Tutti saliti al cielo come palloncini colorati, ad uno ad uno, ed ora presenti nello stadio dei sogni, che lassù esiste. La sua pace eterna sarà la fine di quella di Valentino Mazzola:”Ci scherzo sempre su - ci raccontava tempo fa- ma se davvero anche in Paradiso c’è uno stadio, quella partita la rigiochiamo”. Povero Mazzola e poveri noi, per quello che in termini di simpatia e capacità abbiamo perso. Un grande.

02/11/2006 16.34.02


Armando Napoletano



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