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Ultimo aggiornamento: Giovedì 19 Ottobre - ore 18.06

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Rischio mucca pazza, sequestrate 13mila tonnellate di proteine

Colpo grosso di Nas e Antifrode della Dogana. Nove indagati. Nei guai società con sede in provincia di Bologna. Esportavano 'Pat' non trasformate.

Rischio mucca pazza, sequestrate 13mila tonnellate di proteine

La Spezia - Nove indagati, cinque società emiliane in guai penali, altre sulle spine per ragioni amministrative, 13mila tonnellate di proteine animali trasformate (valore sei milioni e mezzo) e 534 container sequestrati. E un ottimo punto messo a segno sul fronte della tutela della salute. Questo in sintesi l'esito dell'offensiva giudiziaria e investigativa diretta dalla Procura della Spezia (Pm Giovanni Maddaleni) e condotta dall'Ufficio antifrode della Dogana spezzina e dai Carabinieri del Nas di Genova, supportati dai veterinari del Pif (Posti di ispezione frontaliera) e dal Laboratorio chimico delle Dogane a Genova. Una lunga e certosina attività di indagine svolta anche con l'ausilio di intercettazioni telefoniche e durata oltre un anno.

Carabinieri e doganieri hanno bloccato numerose spedizioni di proteine animali trasformate (P.a.t.) illecitamente esportate verso l'estero e fatte passare, al fine di aggirare i divieti di esportazione previsti dalle disposizioni comunitarie vigenti, quali mangimi complementari o concimi organici. A seguito del diffondersi della Bse (encefalopatia spongiforme bovina) - più nota come 'sindrome della mucca pazza - il legislatore comunitario ha introdotto stringenti divieti di esportazione delle proteine animali trasformate, ossia dei prodotti destinati all'alimentazione degli animali, al fine di evitare il pericolo che le stesse venissero impiegate, nei Paesi non comunitari, per l'alimentazione dei cosiddetti animali da reddito, ossia di quegli animali (bovini, suini, ovini, pollame) le cui carni rientrano nella catena alimentare umana. La mucca che mangia la mucca, si sa, non è consigliabile. Il divieto di esportazione - recentemente alleggerito per le sole P.A.T. non contenenti Dna di ruminante - era di fatto molto stringente e da esso restavano esclusi solo i "mangimi composti" destinati all'alimentazione degli animali da compagnia, non utilizzati per l'alimentazione umana (almeno nei Paesi occidentali). Agendo in violazione di tale divieto, alcuni operatori economici hanno esportato verso l'estero proteine animali trasformate dichiarandole mendacemente come mangimi composti complementari - cioè per animali da compagnia - o concimi organici.

Le società del Bolognese nel mirino degli investigatori importavano - il primo carico finito sotto la lente di ingrandimento arrivava dalla Spagna - le proteine animali trasformate per poi esportarle in paesi orientali - Sud est asiatico (Vietnam, Filippine, Thailandia), Nepal, Turchia - come mangimi composti complementari o concimi organici, senza tuttavia essere prima intervenute sulle proteine per trasformarle adeguatamente. Non avevano né i mezzi, né la volontà di farlo (e nella mancata trasformazione stava il succo del guadagno). Ora, se le società vorranno vedersi restituiti i contenitori, dovranno o distruggere o correttamente trasformare la merce che provavano a esportare in barba alla normativa. I reati? Frode in commercio, alterazione di sostanze alimentari e falso indotto - avendo di fatto portato incolpevoli funzionari doganali a convalidare bollette doganali irregolari -, reato che prevede fino a 6 anni di reclusione. Quando il giochino stava cominciando a scricchiolare a Spezia, i frodatori hanno provato a imboccare la via dello scalo genovese, incontrando anche in quel caso l'intoppo di una lesta azione investigativa. Uno degli indagati in passato aveva inviato in Bangladesh proteine animali trasformate, spacciandole per mangimi, che erano state trovate contaminate dalla diossina.

Gli esiti dell'attività investigativi sono stati presentati stamani presso la Dogana spezzina dal direttore Maria Cristina Madeddu, dal funzionario delegato Elvio La Tassa, dal capitano Gian Mario Carta, comandante del Nas genovese, e da Francesco Pittaluga, funzionario dell'Antifrode spezzina.


"La sinergia tra Procura, Dogana, Nas, veterinari e laboratori ha portato a un importante risultato a tutela della salute pubblica. Lavorare assieme porta sempre a risultati migliori", ha esordito la dott.ssa Madeddu. Le ha fatto eco La Tassa, ringraziando per l'impegno e la professionalità tutti i protagonisti dell'azione.

"Un'operazione di valenza internazionale condotta per scongiurare il rischio Bse - ha sottolineato il capitano Carta. Tanti sequestri di merci in Italia? E' vero, ma non significa che viviamo in un paese particolarmente colpito da reati di questo tipo; al contrario, accade perché i controlli sono numerosi e attenti".

"Inizialmente le cosiddette Pat, proteina animali trasformate - ha spiegato Pittaluga -, arrivavano al porto della Spezia, importante dalle società emiliane coinvolte nelle indagini, e da lì venivano direttamente rimbalzate verso l'Asia. Noi ci siamo però accorti che quanto veniva importato come farina animale veniva esportato come concimi o mangimi complementari, senza che i container venissero aperti. C'era qualcosa che non andava. Quando le società si sono accorte di essere state scoperte, hanno cambiato: le merci arrivavano in porto e loro le facevano materialmente arrivare in Emilia, per poi rispedirle. Ma naturalmente negli stabilimenti non era avvenuta nessuna trasformazione necessaria a rendere le Pat mangimi o concimi, come è stato accertato grazie all'attività dei veterinari e del laboratorio di analisi".

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