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Ricercatore spezzino scopre il sensore dell'ossigeno nelle piante

La prestigiosa rivista “Nature” pubblica lo studio condotto da Francesco Licausi tra Pisa e la Germania.

Ricercatore spezzino scopre il sensore dell'ossigeno nelle piante

La Spezia - Uno spezzino nel gota della ricerca sulle biotecnologie vegetali. Francesco Licausi, nato alla Spezia quasi 29anni fa, è il primo autore della ricerca che ha identificato la proteina Rap2.12, il sensore dell'ossigeno nelle piante. Anni trascorsi nei laboratori, tra delusioni e conferme, intuizioni e centinaia di esperimenti condotti tra la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa e il Max Planck Institute, alle porte di Berlino, per giungere finalmente all'agognato risultato. Il riconoscimento giunge dalla principale rivista scientifica del mondo, quella cui la comunità scientifica fa riferimento.
La vita di un ricercatore è scandita dalle pubblicazioni, per numero, posizione e rivista, e con questo risultato Francesco - spezzino vissuto nella zona dei Vicci con papà Pino e mamma Stefania, insegnati, prima di spiccare il volo verso la scienza - ha messo a segno un colpo eccezionale. Come se un calciatore vincesse la Coppa dei Campioni, segnando una tripletta in finale. Sì, perché Licausi è primo autore dell'articolo pubblicato su “Nature”, il che significa che la scoperta è proprio la sua.

La vostra scoperta ha certamente una valenza dal punto di vista teorico e da quello pratico. Qual è l'applicabilità nella pratica? Quale il significato per il mondo scientifico?
“Beh, sebbene il fenomeno della siccità sia ritenuto il più drammatico evento meteorologico per la produzione vegetale nel mondo, in realtà fenomeni di allagamento, spesso temporanei, causano addirittura più danni, e non solo ad agricolture di sussistenza. Scoprire come le piante percepiscono la carenza di ossigeno, causata appunto dalla sommersione, ci avvicina a capire come selezionarle e migliorarle per rispondere rapidamente a questa condizione ed evitare che muoiano o che riducano la loro produttività”.

Lei ha condotto la sua ricerca, durata anni, partendo da Pisa per arrivare sino a Potsdam. In quale momento ha capito di aver trovato qualcosa di davvero interessante. Quando ha avuto conferma della sua teoria?
“Paradossalmente ho iniziato a lavorare con la proteina che si è rivelata essere il sensore dell'ossigeno nelle prime settimane della mia tesi specialistica, presso i laboratori dell'Università di Pisa. La ricerca si è protratta per diversi anni ma l'idea che questo fenomeno potesse essere cruciale è venuta fuori solamente meno di un anno fa, in una (tipica) uggiosa domenica di Marzo a Potsdam, mentre sfogliavo una rivista scientifica (The Plant Journal) aspettando che un esperimento terminasse. L´intera regola era lì, sotto i miei occhi, solo mancava una proteina che corrispondesse ai requisiti descritti. E per puro caso, era proprio quella sulla quale stavo lavorando io”.

Avrebbe potuto condurre la sua ricerca in Italia? Quali sono le principali differenze tra il nostro Paese e la Germania nel suo campo?
“In linea di principio sì, sarebbe stato possibile fare lo stesso in Italia, per lo meno presso i laboratori della mia attuale struttura di appartenenza (il Plantlab della Scuola Superiore Sant'Anna). Tuttavia l'istituto tedesco che mi ha ospitato per lungo tempo è davvero uno dei migliori al mondo e, per questioni di budget ed organizzazione, può permettersi tecniche di routine e tempistiche che purtroppo sarebbero impossibili in Italia. Bisogna però considerare che l'intero progetto si è svolto come completa collaborazione fra le due istituzioni e l'apporto del Plantlab è stato tanto essenziale quanto quello del Max Planck Institute di Golm”.

Pubblicare su “Nature” come primo autore può essere considerato un obiettivo per gran parte dei suoi colleghi, soprattutto a nemmeno 30 anni. Da piccolo aveva questo come sogno nel cassetto? Qual è il prossimo obiettivo?
“Veramente da piccolo avrei voluto fare il cuoco o l´archeologo... Il prossimo obbiettivo? Ancora non ci ho pensato, dal punto di vista strettamente scientifico vorrei spostarmi sullo studio di piante con potenziali effetti terapeutici”.

A breve ritornerà sul suolo patrio, con un posto da ricercatore al Sant'Anna di Pisa. Nel momento peggiore degli ultimi anni per le prospettive del futuro italiano, e soprattutto dopo aver messo a segno un colpo come "Nature". Sembrerebbe un passo indietro, invece che uno in avanti... crede nel nostro Paese? Lei che ha vissuto e lavorato per anni all'estero, da fuori come giudica l'Italia? E La Spezia?
“In fondo ho studiato in Italia per circa 21 anni (tredici di scuola dell'obbligo, cinque di università e tre di dottorato) e ora credo sia il turno di dare qualcosa in cambio. Penso che in Italia ci siano degli ottimi studenti con grandi idee e voglia di mettersi in gioco. Purtroppo i fondi per la ricerca sono (troppo) pochi e la situazione non accenna a migliorare. Al momento la nostra sostanziale fonte di finanziamento viene da compagnie private, ma questo ci distrae dallo sviluppo di tematiche interessanti per la comunità, come ad esempio quella pubblicata su “Nature”. Per quanto riguarda la visione che da qui si ha dell'Italia, e di Spezia, è di un bellissimo posto, ma solo per trascorrervi le vacanze. Purtroppo il rapporto stipendi/costi è totalmente sbilanciato verso i secondi, almeno facendo un confronto con la Germania. Devo ammettere però che ogni volta che sono tornato a Spezia, mi ha sorpreso l'aria cosmopolita che la città ha assunto di anno in anno. E ritengo che da questo abbia beneficiato diventando una città più viva e vivibile. Ammetto di non conoscere le realtà scientifiche presenti a Spezia, quindi purtroppo non posso esprimere un giudizio sotto questo profilo”.

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