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Indagini in corso e code per i tamponi, e la Asl rassicura i sarzanesi

La procura ha affidato l'inchiesta sull'aumento dei positivi alle Fiamme gialle. Intanto in Piazza Brin decine di persone in coda per fare il test. La Asl spiega che a Sarzana non si corre il rischio di contagio a causa dei ricoveri.

La Spezia - Non solamente le questioni relative al rientro a scuola sono avviluppate nella confusione. Anche le procedure di svolgimento dei tamponi e le misure di contenimento del contagio in provincia sono temi sui quali regna spesso incontrastato il caos più totale. Tanto che sono molti, ormai, a essere convinti (erroneamente) che la provincia spezzina sia stata dichiarata zona rossa. E a coronamento del tutto ci sono le indagini che la procura ha affidato alla Guardia di finanza sull'esplosione del numero dei casi, passati in pochi giorni da poco più di 200 a oltre 450, con un ritmo decisamente superiore a quello di qualunque altra zona d'Italia.

La Fiamme gialle vogliono vederci chiaro sul tracciamento dei nuovi contagi, sul cluster interno alla comunità dominicana e anche sui festeggiamenti per la promozione dello Spezia in Serie A.

Nel frattempo al punto di monitoraggio di Piazza Brin sono decine e decine le persone in coda questa mattina, mentre la Asl è costretta a diramare un comunicato per tranquillizzare i cittadini di Sarzana e per spiegare quale sia il protocollo da seguire in caso di sospetta positività o della comparsa dei sintomi.
"Asl 5 ribadisce la scelta operativa relativa all’Ospedale di Sarzana come punto di riferimento per i pazienti Covid. È consequenziale che la cittadinanza della provincia spezzina venga informata in merito ai ricoveri Covid positivi effettuati presso il San Bartolomeo.
È altresì evidente che questo non comporta alcuna maggiore diffusione del virus nella città di Sarzana: la scelta è funzionale per mantenere il più possibile Covid-free l’ospedale della Spezia.
Per questo - scrive la direzione aziendale - si invita la cittadinanza alla massima prudenza e al rispetto delle linee guida sui corretti comportamenti da seguire in caso di comparsa di sintomi sospetti: in questo caso, non bisogna assolutamente recarsi in Pronto Soccorso ma è necessario chiamare il proprio medico di famiglia o il Dipartimento di Igiene e Prevenzione o, in caso di emergenza, il Numero unico 112, evitando il più possibile l’autopresentazione. 
Asl 5 sottolinea inoltre la disponibilità di posti letto per i pazienti Covid, a fronte dei ricoveri effettuati, ancora molteplici senza l’attivazione del piano incrementale".

Ma è proprio sui percorsi di accesso alle strutture ospedaliere da parte di sospetti positivi che registriamo una forte lamentela da parte di una lettrice, che segue quelle di quanti nei giorni scorsi denunciavano tempi di attesa di almeno una settimana prima di essere sottoposti a tampone, aumentando così il rischio di espansione del contagio.
"Questa mattina accompagno mia madre ad eseguire uno degli esami prenotati e poi rinviati dall’emergenza. Ci presentiamo all’orario stabilito per la gastroscopia. Gel disinfettante, mascherine indossate, l’entrata è puntuale. Bene, mi dico a qualcosa di buono le procedure da emergenza servono.
“Si vada a fare un giro - mi dice l’infermiera del reparto - e poi fra quaranta minuti torni”. Perfetto, meglio uscire, perché intasare la sala d’attesa? Rientro all’orario stabilito e aspetto un po’, evidentemente l’esame è andato per le lunghe. Nessun problema. Peccato che ad un certo punto - afferma la lettrice - nella sala d’attesa si presenti una signora in attesa di tampone Covid. “Signora non deve venire qui, credo ci sia una zona riservata al Pronto Soccorso”.
“No - mi risponde - mi hanno mandata qui dal Pronto Soccorso”.
Non ci credo, mi dico, e invece l’infermiera del reparto dove mi trovo conferma che è nel posto giusto e non si preoccupa di farle il tampone e mandarla via, no! le dice di aspettare in sala d’attesa dove non solo io sono presente ma anche donne in gravidanza. Tutte nella stessa stanza con una sospetta positiva al Covid.
Mi allontano allarmata e chiedo spiegazione ad una delle infermiere di passaggio alla quale riferisco le mie perplessità circa la presenza di una possibile contagiata e contagiante, la quale con poco garbo mi dice di andare in giardino dove ovviamente mi fiondo.
Intanto però mia madre, peraltro disabile, deve uscire dal reparto con me e io che faccio? La lascio lì fino a tempo indeterminato o torno transitando nella solita sala d’attesa con una possibile paziente Covid?
Non abbiamo una zona filtro dove eseguire tamponi Covid mi dico? Non riusciamo a creare spazi, percorsi “sporchi/puliti” in un ambiente potenzialmente esplosivo come un ospedale? E se nel frattempo mi sono ammalata? A chi darò la colpa? All’affollamento delle terapie intensive? Alla festa dei Dominicani? Allo Spezia calcio?", conclude la lettrice.

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