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Un ricordo di Mansueti, lo spezzino che inventò l'obiezione fiscale

di Egidio Banti

Manrico Mansueti in un ritratto di Stefano Marucci

La Spezia - E' giunta solo in questi giorni, da Campi Bisenzio, la notizia della morte di Manrico Mansueti, avvenuta alla fine dello scorso anno.
Forse pochi, alla Spezia e a Sarzana, ricordano oggi la figura di questo personaggio, che pure mezzo secolo fa fece parlare di sé le cronache non solo locali ma anche nazionali, e che, almeno per me e per alcuni amici dell'allora sinistra Dc, ma certo non solo per noi fu un testimone importante di quegli anni.
Manrico Mansueti era nato alla Spezia nel 1935, e alla Spezia aveva frequentato l'istituto "Da Passano", diplomandosi ragioniere nel 1954. Si era poi trasferito a Sarzana, dove sino al 1972 visse in un appartamento di via Posta Vecchia insieme alla moglie Luciana, dalla quale ebbe cinque figli, più un sesto in affido.
Mansueti univa le competenze tecnico-ragionieristiche, che gli sarebbero risultate utili per mettere a punto il suo progetto di "obiezione fiscale", con la passione filosofico-letteraria. Scrisse libri di poesia e saggi di carattere culturale, ma, soprattutto, fu allievo di Aldo Capitini, l'apostolo della "non violenza", iniziatore della marcia annuale Perugia - Assisi, e amico di Pietro Pinna, il primo italiano obiettore di coscienza al servizio militare. Fu quindi anche vicino all'esperienza di don Milani, che come è noto era stato mandato a processo per aver criticato i cappellani militari proprio in relazione al tema, molto vivo negli anni del Sessantotto, dell'obiezione di coscienza.
E' in questo contesto che, nel 1971, Mansueti mette a punto un suo singolare progetto di "obiezione fiscale": rifiutare cioè di pagare allo Stato la propria quota parte di tasse in relazione alla percentuale di spese militari sostenute dal bilancio statale. Si trattava ovviamente di una provocazione, che gli procurò anche guai con la giustizia (come i giornali spezzini dell'epoca non mancarono di riportare), ma che contribuì ad accelerare l'iter del riconoscimento in Italia dell'obiezione (legge 772 del 1972, approvata durante il governo Andreotti - Malagodi, che pure era un governo detto, a quei tempi, di centrodestra.
Nello stesso anno Mansueti si trasferì con la famiglia a Campi Bisenzio, presso Firenze, ovvero nella città che, da La Pira a Capitini, da Ragghianti a don Milani, era stata tra le città capofila della lotta per la pace nel mondo.
A Sarzana, prima di trasferirsi in Toscana, aveva condotto una vita riservata, ma non tanto da non diventare un punto di riferimento per chi allora cercava di dare sbocchi politici all'esperienza del Sessantotto. Così era, ad esempio, per i giovani della corrente della sinistra sociale democristiana di Forze Nuove, che, minoranza nel partito, nelle elezioni comunali del 1970 avevano portato quattro consiglieri comunali a Palazzo Roderio. Ricordo molto bene gli incontri a casa sua ai quali partecipai di persona insieme a Corrado Peroni, Gabriele Rossi, Gianni Raso e forse alcuni altri. Mansueti, sulla scia di Capitini, non puntava ad un impegno diretto in politica, che infatti non ebbe mai, ma chiedeva a tutti, come infatti facemmo anche noi per un po' di tempo, di aderire al movimento "azione nonviolenta". Purtroppo, poi, ci perdemmo di vista, ma il senso profondo di quegli incontri, che univano insieme il cattolicesimo sociale di La Pira e di don Milani con il radicalismo pacifista che poi sarebbe stato proprio di Marco Pannella, ci accompagnò a lungo, pur nella diversità degli approdi politici di alcuni di noi. Mansueti era un grande conoscitore della Bibbia e un appassionato dei temi dell'incontro tra le "religioni di Abramo", compreso l'Islam. L'ultimo suo libro, di due anni fa, è stato "Per ogni cosa c'è il suo tempo sotto il cielo", versetto del libro del Qoèlet (Antico Testamento). E' la storia di un archeologo che, immobilizzato in un letto di rianimazione, riscopre, e idealmente ci affida le radici della nostra civiltà, in quel medio oriente che è stato crogiuolo delle grandi fedi monoteiste. E' dunque l'ultima testimonianza che ci ha lasciato Mansueti, ed è bello immaginare che l'abbia lasciata in particolare ai suoi conterranei spezzini, credenti e non credenti, sulla base dell'invito che fu di Capitini a tenere sempre presente la "compresenza misteriosa tra i vivi e i defunti".

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