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Tracciamento e quarantena

di Renato Goretta

le best practices del Datore di lavoro
Tracciamento e quarantena

La Spezia - Dal momento che, probabilmente, la gestione del tracciamento dei contatti, dell’isolamento fiduciario (per la persona Covid-19 positiva) e della quarantena (per le persone entrate in contatto con la persona Covid-19 positiva) sono fra le cause che hanno determinato la nuova impennata delle curve relative alla pandemia in corso, credo sia necessario fare chiarezza su tracciamento e quarantena sia sotto il profilo delle responsabilità del Datore di lavoro che della continuità aziendale.

Prima questione: cosa dicono le “norme” a proposito di tracciamento? Nulla. Infatti, riferimenti al tracciamento li troviamo principalmente in due Linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (n. 53 del 25 Giugno 2020; n. 59 del 17 Settembre 2020) e nelle Circolari del Ministero della Salute (20 Marzo 2020 n. 0009774; 29 Maggio 2020 n. 0018584; 12 Ottobre 2020 n. 0032850). Per carità, fonti autorevoli ma senza forza di Legge e, nel caso delle Circolari, dispositive solo in ambito sanitario.

Seconda questione: cosa dicono le “norme” a proposito di contatti? Nulla. Infatti, la definizione di contatti la rintracciamo nella Linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (n. 53 del 25 Giugno 2020) e nella Circolare del Ministero della Salute (29 Maggio 2020 n. 0018584). Per le quali valgono le considerazioni espresse sul primo punto.

Terza questione: chi deve effettuare il tracciamento e disporre le quarantene? La Asl. Infatti, per effettuare il tracciamento (identificare i contatti) «è necessario condurre una indagine epidemiologica dettagliata… » così come indicato dalla citata Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità n. 53/2020, che la Asl deve considerare. Quindi occorre essere legittimati da un ruolo e da competenze medico-scientifiche come, appunto, si evince anche dall’Allegato “Protocollo condiviso Confindustria, Sindacati, Governo” all’ultimo DPCM (3 Novembre 2020) che recita al punto 11 «l’azienda collabora con le Autorità sanitarie per la definizione degli eventuali “contatti stretti” di una persona presente in azienda che sia stata riscontrata positiva al tampone COVID-19. Ciò al fine di permettere alle autorità di applicare le necessarie e opportune misure di quarantena. Nel periodo dell’indagine, l’azienda potrà chiedere agli eventuali possibili contatti stretti di lasciare cautelativamente lo stabilimento, secondo le indicazioni dell’Autorità sanitaria».

Ecco, sono proprio le risposte a queste tre domande - e le considerazioni a margine - che conducono alla quarta questione: cosa deve fare il Datore di Lavoro nei casi di ritardi della Asl nell’effettuare il tampone (ovviamente in presenza di uno dei tre sintomi: febbre, tosse, dispnea) e/o nell’effettuare il tracciamento dei contatti nel caso di una risultata persona Covid-19 positiva in Azienda, al fine di evitare la trasmissione del contagio e, nei casi più gravi, l’insorgenza di un focolaio?

Deve agire secondo il cosiddetto principio di precauzione cioè il criterio di gestione del rischio in situazioni di incertezza per realizzare un elevato livello di tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, fino alla riconduzione del rischio a livello di accettabilità (ricordando che ogni scelta da compiersi in condizione di incertezza va valutata in base alla peggiore delle sue conseguenze possibili). Quindi si deve passare da un sistema di prevenzione (ex D. Lgs. 81/2008) – per altro molte Aziende non hanno un rischio biologico endogeno – a un sistema di precauzione (sistema di gestione dell’emergenza eccezionale, autonomo e speciale anche in riferimento al DVR). In questo contesto è opportuno rammentare che il legislatore ha ben regolato la fattispecie già nel Codice penale all’Art. 40 c. 2 «Non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo. Quindi nei reati omissivi d'evento si può essere chiamati a rispondere dell'evento lesivo se e solo se si aveva un obbligo giuridico di intervenire per impedire l'evento.», nel Codice Civile all’Art. 2087 «L’imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.» e nell’Art. 41 della Costituzione «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.» (in ordine cronologico).

Nella pratica, allora, il Datore di Lavoro non deve rimanere inerte e confidare in un intervento esterno da parte dell’Autorità sanitaria (ASL) ma deve comportarsi in modo proattivo, individuando tempestivamente il cosiddetto cluster dei contatti da mettere in quarantena (considerando anche la possibilità di dimostrare l’utilizzo dei DPI) utilizzando proprio il principio di precauzione. Non si deve commettere l’errore di limitare l’intervento aziendale a una mera adesione a generiche – e spesso contraddittorie – Linee guida o a Circolari, anche se meno restrittive, ma destinate ad altri Enti/soggetti, considerato che, oltretutto, tali fonti non hanno valore di Legge.

La regola base che deve guidare il Datore di lavoro è il principio di precauzione che, allo stato attuale, visto il conclamato stato emergenziale e le caratteristiche di circolazione del virus, impone l’obbligo giuridico di agire tempestivamente; preso come riferimento il periodo di incubazione del virus univocamente accettato (14 giorni) vanno individuati, pertanto, tutti i soggetti che hanno avuto contatti con la persona diventata sintomatica o Covid-19 positiva all’interno dell’Azienda (per la quarantena) o all’esterno (clienti, fornitori, ecc. per l’informativa) nei 14 giorni precedenti.

A livello scientifico e istituzionale non vi sono incertezze sul parametro temporale di riferimento, come testimonia la stessa App Immuni che, per il tracciamento digitale, conserva i dati dei contatti avvenuti nei 14 giorni precedenti all’individuazione del Covid-19 positivo. Tutto ciò consentirà di poter dimostrare, in un eventuale giudizio, di aver adottato tutte le precauzioni necessarie a garantire sufficienti condizioni di sicurezza, senza trascurare che, soprattutto, nelle PMI il propagarsi del contagio potrebbe pregiudicare addirittura la continuità aziendale.

Da ciò emerge, chiaramente, che il solo puntuale rispetto della normativa sia ordinaria che emergenziale potrebbe non risultare sufficiente a evitare un giudizio di colpevolezza sull’operato del Datore di lavoro (come abbiamo detto le Linee guida, le Circolari e i Protocolli non hanno forza di Legge mentre DPCM e Ordinanze sono fonti che sollevano dubbi di inquadramento giuridico e, non essendo parti di un corpus sistematico, ma misure straordinarie, possono non essere perfettamente coerenti nel tempo e nei contenuti). Solo l’evidenza della corretta adesione al principio di precauzione potrebbe costituire la prova che il Datore di lavoro ha realizzato l’elevato livello di tutela necessario per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro.


Il Presidente del CdA di GESTA Srl
Renato Goretta

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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