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Quei dieci container allestiti in arsenale per i terremotati dell'Irpinia | Foto

Una storia di ingegno, fatica e vera solidarietà che partì dalle maestranze e convinse il ministro della Difesa Spadolini. Fu uno dei primi esempi di protezione civile e tutto venne realizzato a tempo di record.

40 anni fa
Quei dieci container allestiti in arsenale per i terremotati dell'Irpinia

La Spezia - "Gli italiani sono un popolo solidale". Una frase che ha riecheggiato migliaia di volte negli ultimi mesi, spesso anche a sproposito. Gli italiani che hanno conosciuto le difficoltà sanno cosa vuol dire aver bisogno di aiuto e si prodigano per darlo. Ma ci sono anche i menefreghisti. Sicuramente l'assunto ha un suono meno stimolante e un significato meno rassicurante, ma forse è più vicino alla realtà.
Resta il fatto che sono per fortuna numerosi gli episodi di grande fratellanza e ingegno.

Uno di questi risale a 40 anni fa esatti, quando Italia era rimasta scioccata dalle immagini provenienti dall'Irpinia. Le case dei paesi tra la Campania e la Basilicata si sbriciolarono a causa del sisma di magnitudo 6,9 che alle 19.34 del 23 novembre scosse la terra provocando danni e morti, quasi tremila.
I luoghi in cui portare i soccorsi erano spesso lontano dai principali centri abitati e le comunicazioni erano azzerate. L'entità del disastro si scopriva maggiore di ora in ora, di giorno in giorno.

Fu di fronte alle immagini delle televisioni che alcuni dipendenti dell'arsenale iniziarono a pensare a come potersi rendere utili. E fu allora che in quattro e quattr'otto l'idea venne messa su un foglio e poi proposta ai propri superiori: trasformare una decina di container portuali in altrettanti moduli abitativi prefabbricati da inviare in Irpinia.
Dopo un primo momento di stallo l'iniziativa ricevette la scintilla per accendere la miccia dal ministro della Difesa di allora, Giovanni Spadolini.
Nel giro di poche ore gli arredi interni e le parti riutilizzabili delle unità militari in demolizione in quel periodo erano pronti per cambiare sede e destinazione, mentre la diplomazia degli uffici tecnici e amministrativi dell'arsenale dialogava con Messina e Tarros per ottenere i container da trasformare.
Gli stipetti dei marinai divennero mobili, gli oblò divennero le finestre dei bagni, mentre le porte stagne di bordo divennero l'uscio delle nuove abitazioni prefabbricate, con i letti a castello e le lampade navali a completare gli arredi insieme ai tavoli a ribalta, anch'essi di concezione marinaresca. Il lavandino della "zona giorno" era invece realizzato di sana pianta dalle officine dell'arsenale con quattro fogli di acciaio inossidabile saldati insieme. Tutti procedette a tempo di record, anche l'acquisto di dieci stufe a legna economiche da parte del Crdd, che invece di inviare denaro alle popolazioni decise di procedere all'acquisto di quello che avrebbe reso i container più accoglienti e caldi nel corso dell'inverno imminente.

In dieci giorni i moduli abitativi erano pronti a partire per il Meridione. Un'idea pionieristica si era trasformata in realtà in un batter d'occhio. Gli arsenalotti dimostrarono le proprie capacità in termini di inventiva, progettazione e manualità, senza attendere ordini da parte di nessuno. Una rivincita rispetto all'opinione comune che si aveva su quanti timbravano i cartellino per uscire da Porta Sprugola.
Quello fu, nei fatti, il primo intervento di protezione civile, con strutture del tutto innovative realizzate ad hoc. In quel periodo si parlò anche della possibilità di utilizzare l'arsenale spezzino come centro logistico e operativo in caso di calamità nel Nord Italia, ma 12 anni dopo l'istituzione della Protezione civile cambiò il corso degli eventi, lasciando all'arsenale le funzioni che conosciamo oggi.

I dieci container vennero consegnati alle popolazioni colpite con la presenza di alcuni dei tecnici e degli operai che avevano ideato e realizzato il tutto. La prima unità venne installata in una località del comune di Tito, in provincia di Potenza, in soccorso di una famiglia che aveva subito danni all'abitazione e agli adiacenti ricoveri per gli animali da cortile. Degli altri nove non si hanno notizie certe.
Chissà se qualcuno di quei prefabbricati ante litteram è sopravvissuto al trascorrere del tempo. Chissà se laggiù in Irpinia qualcuno è a conoscenza delle vicende che stanno dietro a quei container. Storie fatte di ingegno, fatica e di una solidarietà fortemente voluta. Questa sì.

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