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Ultimo aggiornamento: Martedì 17 Ottobre - ore 23.55

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Piazza Verdi vista dagli artisti, atto secondo

Le opinioni di altri quattro artisti sull'intervento di Daniel Buren e sul nuovo aspetto dell'area: Tedoldi si è emozionato, Sergiampietri apprezza ma toglierebbe i bus, Baratta non gradisce e Mismas critica a tutto tondo.

Piazza Verdi vista dagli artisti, atto secondo

La Spezia - In attesa che vengano completati definitivamente i lavori nella nuova Piazza Verdi, cala, ma non si estingue, l'attenzione sul tema da parte dei più. Come se con il gelo di questi giorni si fossero raffreddati anche gli animi. Almeno in parte.
A 13 giorni dall'inaugurazione, che ha reso finalmente percorribile la piazza (poi nuovamente transennata in alcune sue parti per i mini cantieri), dopo aver raccolto e pubblicato l'opinione di sette esponenti del mondo dell'arte sull'aspetto attuale dell'area, CDS propone la seconda puntata dell'iniziativa, con gli interventi di quattro artisti locali. Il tutto in attesa che altri, emigrati all'estero o in grandi città, facciano ritorno alla Spezia, vedano la piazza e forniscano la loro opinione da mettere a disposizione dei nostri lettori.

Il secondo atto inizia con l'opinione di Sergio Tedoldi, noto pittore e scultore che ha il suo quartier generale a Pegazzano.
"Me la sono goduta poco prima dell'inaugurazione e nei giorni successivi e la trovo bellissima. Ora - afferma - c'è la possibilità di rivedere i bellissimi palazzi di Piazza Verdi, dal Palazzo degli studi ai Gemelli Rossi e quello delle Poste. Inoltre visitandola nel primo pomeriggio, gli specchi presenti sui portali creano interessanti disegni con il sole e riflettono angoli e scorci del circondario. E trovo molto bello il tema dell'acqua. Mi sono sentito emozionato: sono felicissimo di quello che è stato fatto".
Tedoldi è quindi nettamente a favore del nuovo volto di Piazza Verdi. E non tornerebbe indietro: "Non ho nessun rimpianto per i pini, non ho mai visto alberi nelle piazze italiane più importanti. In compenso credo ci siano aspetti urbanistici per i quali si dovrà trovare una soluzione, in particolare quello del transito degli autobus. Le corse potrebbero essere spostate in Viale Italia o in Viale Mazzini, ma capisco che si tratti di una questione di non poco conto".

Sulle questioni artistiche è favorevole anche Danilo Sergiampietri, architetto e artista nato a Castelnuovo Magra che oggi vive e lavora alla Spezia, dove si occupa, appunto, di architettura e di arte sviluppando una ricerca personale che si muove lungo la sottile e instabile linea di confine tra le due discipline.
"L'intervento mi piace, lo trovo importante per la città. Può essere un punto di partenza per una nuova concezione degli spazi che potrebbe portare alla creazione di un percorso artistico visto che la città si sta reinventando. Da architetto penso sia interessante la lettura post moderna che enfatizza gli assi e il centro con i portali e i pilastri. Potrebbe essere un linguaggio un po' datato, ma parliamo di un artista che ha iniziato a lavorare negli anni Sessanta e che ha cominciato a intervenire nelle città negli Ottanta. Penso in definitiva che questo caso la scelta di sottolineare ingressi e linee sia condivisibile".
Ma secondo Sergiampietri non mancano aspetti generali più critici, come "i tempi per la realizzazione - fuori da ogni logica -, la qualità di alcuni materiali utilizzati e la questione delle corsie degli autobus, che deve essere risolta. Credo che sia indispensabile trovare un equilibrio tra progettisti, amministrazione e Atc per superare questo aspetto. I costi? Su questo non mi esprimo, non ho le carte in mano".

Si ribalta il rapporto tra gli aspetti positivi e negativi con l'intervento dello scultore Fabrizio Mismas, recapitato alla redazione di CDS dopo la pubblicazione del primo articolo con i commenti su Piazza Verdi di una parte del mondo dell'arte, unanime nel valutarla positivamente (qui).
"Dissento dai pareri entusiastici di artisti ed esperti, che ovviamente rispetto, elargiti alla “riqualificata” piazza Verdi e riportati, in questi ultimi giorni, su alcuni organi di stampa.
Penso che nella “riqualificazione” - sostiene Mismas - si sia ripetuto l’esito, per me infelice, di Piazza Cavour: in entrambi gli interventi si è sorvolato con noncuranza sul contesto ed il preesistente ha subito un’immeritata relegazione ad un ruolo secondario. In piazza del mercato a causa delle dimensioni esagerate che occultano dal campo visivo i palazzi di contorno (le vecchie tettoie si inserivano nello spazio della piazza con una ormai dimenticata discrezione); in piazza Verdi a causa dello strapotere visivo del colore acceso e delle forme accentuatamente geometriche del tutto non armonizzanti. A questo punto il mio amico sotuttoio obietterà trionfante: “Ma dove sta scritto che un inserimento architettonico o scultoreo deve per forza tener conto dell’ambiente di collocazione? Si può volutamente perseguire il contrasto a testimonianza dei segni della nostra epoca” Se questo concetto valesse sempre e non solo quando fa comodo dovremmo, allora, cancellare tutti i vincoli urbanistici e paesaggistici che non lasciano liberi i progettisti di disegnare in totale libertà per qualsivoglia ambito. Parlo di concetto, di gusto e di buon senso; tralascio di proposito la legge di cui so poco o nulla ma in cui fiuto la presenza di falle in merito. Con uno sforzo di immaginazione, figuriamoci gli archi e i pilastri di Buren collocati nel parco, che prima o poi sarà realizzato, di fronte alle Terrazze. Ecco in questo ambiente nuovo cascherebbero con la giusta coerenza. E qui sorge il pensiero in cui credo fermamente: gli aggiornamenti stilistici o le operazioni artistiche di evidente contemporaneità si facciano in quartieri, palazzi e piazze nuovi; i centri storici, anche quando non protetti dalla normativa, si mantengano e in caso di degrado si restaurino ma non si contamino con segni del tutto avulsi. Ma ancora il mio amico-nemico sotuttoio obietterà: “e bravo!, non sai che i centri storici sono la somma di interventi disomogenei accumulati nel tempo?” Veramente erano la somma. Perché nel passato si costruiva in libertà demolendo indiscriminatamente, si ridipingevano intere porzioni di affreschi o quadri, si tagliavano o ricostruivano sculture. Poi - spiega l'ex professore del Liceo artistico di Carrara - venne il Novecento con le nuove idee di conservazione e restauro e allora gli scempi e le profanazioni finirono. Domanda: ma un centro storico è tanto diverso da una scultura o da un dipinto? La risposta è presto fatta: a mio avviso la “riqualificazione” non doveva neanche essere pensata. Semmai la piazza doveva essere sottoposta a restauro cioè riportata allo stato iniziale, stato raffigurato dalle molte immagini fotografiche che parlano ancora di discrezione - concetto che l’arte contemporanea ha mortificato nel continuo ricorso al rumore, allo scioccante per emergere, alla provocazione a tutti i costi – quella discrezione calata sullo spazio-piazza con l’inserimento di pochi elementi così da lasciare la priorità visiva ai palazzi.
Concludo ricordando la previsione letta e spesso ascoltata del tipo “l’impatto iniziale negativo verrà col tempo attutito e cambiato in positivo” seguita dall’elenco di opere prima disprezzate e poi accettate. Purtroppo il tempo non attutisce ma porta assuefazione, pessima conseguenza ai limiti della rassegnazione; gli esempi poi si possono bilanciare con altri di segno opposto: rimanendo in loco, l’esterno della Cattedrale ha mai fatto cambiare i burrascosi giudizi di quel lontano 1975?".

Sulla stessa lunghezza d'onda il giovane pittore spezzino Federico Baratta, di 28 anni.
"Cercherò di essere franco. La piazza non è di mio gradimento, ma la scelta di essere "moderna" la rispetto. Se non erro tra i vari progetti ne ho visti alcuni veramente virtuosi e contestualizzabili alla città. Questo non toglie che può essere comunque uno slancio interessante per gli spezzini".

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