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Mai più stupirsi per un abbraccio

di Fabio Lugarini

L’editoriale
Mai più stupirsi per un abbraccio

La Spezia - Riavvolgo il nastro e trovo un vero e proprio macello di immagini e suoni sovrapposti a parole, un fiume di parole dette e scritte che oggi, non so bene se devo rallegrarmene o preoccuparmi, è soltanto un incessante rumore di fondo. Sezioniamolo almeno in due, compreso fra una fase pre e una post pandemia anche se forse pochi ricordano cosa stavano facendo o pensando o addirittura progettando prima che arrivasse il marzo più incredibile della nostra vita. Seguito da un aprile, da un maggio, e ancora giugno, luglio, l’autunno fino all’inverno attuale e all’ormai prossimo completamento del giro: non è mai facile consegnare ai posteri sensazioni e istantanee senza cadere nelle quotidiane banalità che si leggono soprattutto sui social, ancora una volta pessimo esempio di come gli essere umani preferiscano eliminare la possibilità di confrontarsi davvero, di mettersi nei panni dell’altro, di non rifugiarsi nell’auto-radicalizzazione di un qualsiasi pensiero che, fateci caso, è passatempo nazionale e ha enormi serbatoi di tifosi: tu dici una cosa, non importa che sia una cazzata, conta che tocchi il lato estremo di un assioma, di un assunto e la sostieni di fronte a chi la contesta poi quando viene smascherata sposti il punto del discorso e tutto decade velocissimamente. L’importante è che faccia colpo, che faccia ridere, che sia condivisa, che colpisca chi è lontano, che non metta in discussione le proprie certezze: guai a dare ragione. Sarà per questo che, sui temi generali e d’opinione, ritengo il dialogo sui social inutile, inesistente, pernicioso e nemmeno paragonabile alle chiacchiere da bar: almeno in quelle è rimasta un po’ di senso della realtà. Forse c’entra il lavaggio del cervello subito negli ultimi vent’anni di televisione e il modello che si è venuto formando, forse la necessità di trovare un colpevole e lavarsi la coscienza. Non è facile insomma serrare le fila di un anno se la densità di suggestioni è quella di una pandemia mondiale.

Ho però alcune immagini che vi consegno senza metterle in fila: mi vengono in mente innanzitutto quelle provenienti da Wuhan o almeno così avevano voluto far credere, con le persone che, presuntamente colpite dal virus, cascavano al suolo. Era la fine di febbraio e molti, purtroppo anche chi dovrebbe rappresentare la mia categoria da un osservatorio privilegiato (i giornaloni, la televisione di Stato), ci avevano creduto: una leggerezza imperdonabile che ha contribuito a montare quel senso di sfiducia tra fonti di informazione e pubblico che già era in auge da anni ed è ancora perfettamente funzionante. Di lì a poco le immagini si sono moltiplicate tanto quanto i virologi, il loro ego e tante opposte interpretazioni di ciò che stava accadendo. Forse anche per la necessità di storicizzare ogni attimo, in modo spessissimo barbaro e stucchevole: d’altro canto quando l’informazione ruba i vestiti alla pubblicità il prodotto finale non può che essere drogato dalla necessità di essere persuasivo. La chiamano, in modo ridondante ma tanto oggi è tutto così anche nelle nicchie pseudo anticonformiste di questo momento di nulla: la narrazione tossica, che non nasce certo con l’epidemia e soprattutto è vizio di tutti: di chi la compone, di chi se ne ciba per poter continuare a raccontare la sua verità. Per andare a letto e prendere sonno, senza pensieri.

Le immagini, dicevo. Una è recente, riemersa nel fare pulizia alla scrivania della redazione: il documento di autocertificazione che mi ha accompagnato lungamente in questi mesi. Mi è ricapitato sottomano quello con la data dei miei quarant’anni che ho compiuto quest’anno in pieno lockdown: un foglio stampato in bianco e nero, le generalità scritte a penna con un distacco inevitabile da quella data che per me dovrebbe essere quella più intimamente cara. E che comunque, nessun martirio, è stata celebrata a dovere e secondo le regole di quel momento, senza ridicoli drammi che un uomo adulto non dovrebbe mostrare.

Baci e abbracci sono mancati anche a chi non è avvezzo. Ma, ancor più significativo, il passare dei giorni, dei mesi ha affievolito anche quel gesto di fratellanza che abbiamo imparato in culla: e oggi se guardo un film e ad un certo punto un padre e un figlio tornano ad abbracciarsi dopo mesi di lontananza, l’unico pensiero che mi sovviene e per quale cavolo di motivo non indossassero la mascherina. Perché non rispettassero le distanze e si toccassero: il che suggerisce che la mutazione (del sentimento) è avvenuta e che se il virus é una cosa seria, altrettanto lo è il fatto che in meno di dieci mesi siamo cambiati dentro. Non è incredibile? Non siamo nemmeno gli unici animali a farlo, dico di abbracciarsi o di darsi la mano, tanto è naturale o dovrebbe esserlo, tanto è legato al contatto tattile con il corpo dell’altro, persino col proprio visto che bardati come siamo non serve nemmeno sorridere tanto non si vede: no, non ci è concesso lasciarsi andare e se prima eravamo più lontani dal prossimo oggi lo siamo un po’ di più. Il mio augurio è che si possa tornare a quello scambio fisico che faccia pace con il nostro lato interiore: solo così il pensiero può avere una traduzione nella vita quotidiana. Un abbraccio, quindi. Buon 2021!

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