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L'Opi spezzino: "Gli infermieri pediatrici: una preziosa professionalità da recuperare"

L'Opi spezzino: "Gli infermieri pediatrici: una preziosa professionalità da recuperare"

La Spezia - Il disastro della tragica, pesante pandemia in corso ha evidenziato molte criticità nel Servizio Sanitario Nazionale che, per quanto riguarda gli infermieri, erano già note non solo fra gli addetti ai lavori ma anche fra chi segue le vicende, a vario titolo, della nostra Sanità nazionale e locale.

Il riferimento è alla carenza assoluta di infermieri (55mila in meno già nel 2019, secondo la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche) ma anche ad alcune situazioni che nel tempo si sono ‘’avvitate’’ su concentriche difficoltà crescenti, peggiorandole.

Un dato piuttosto trascurato e di certo poco noto è quello che riguarda gli infermieri pediatrici, in realtà categoria tutta al femminile: si tratta di una professione sanitaria completamente separata da quella di infermiere. Non siamo di fronte ad una specializzazione, come qualcuno ritiene erroneamente, ma ad un percorso di studi universitari distinto da quello del corso di laurea in infermieristica.

Si tratta di una ‘‘diversa laurea triennale’’ e, certamente, chi conclude il percorso è un professionista specializzato ad ogni effetto. Ma questa caratteristica, come vedremo, proprio a causa di un pesante cambio nelle ‘‘regole di ingaggio’’ del SSN, ne ha causato (perlomeno prima della pandemia) la frequente disoccupazione.

Analizziamo insieme il perché, iniziando da alcuni aspetti che aiutano a capire la figura professionale dell’infermiere pediatrico. Un tempo questa figura era nota come la ‘‘vigilatrice d’infanzia’’, che incontrava opportunità di impiego nelle degenze ospedaliere pediatriche, ma anche negli asili e scuole d’infanzia. Con la riforma del sistema di formazione delle figure sanitarie, nell’ultimo decennio del XX secolo chiudono le scuole regionali (di lunga ed ottima tradizione) anche per questa figura.

Non si confonda con la puericultrice, una sorta di ‘‘oss pediatrica’’ del tempo, figura ormai esaurita.

Nel 1997 il DM numero 70 fotografa, tre anni dopo i dettati normativi dell’infermiere (DM 739 del 1994), anche la funzione e il profilo dell’infermiere pediatrico (la nuova veste della vigilatrice d’infanzia). Qui arriva quello che rappresenta allo stesso tempo il valore aggiunto, ed il limite operativo, della futura spendibilità del titolo universitario: infatti il DM stabilisce possibili le attività di questi professionisti solo fino al compimento del 18esimo anno di vita dell’assistito (come appare logico che sia, visto che la formazione si svolge tutta in contesti pediatrici).

Se nel 1997 questo appariva ovvio o scontato, il contemporaneo aumento delle politiche di risparmio nelle Aziende sanitarie ha portato a scelte di necessità: visto che un infermiere può assistere chiunque, da 0 a 100 anni (quindi anche i bambini), mentre quello pediatrico può assistere solo chi non supera i 18 anni, è diventata col tempo una prassi che le Asl senza grandi realtà pediatriche assumessero solo infermieri.

Perfino gli ospedali a storico e tradizionale indirizzo pediatrico, visto che hanno spesso il compito di proseguire nella assistenza di pazienti cronici che, diventando giovani adulti, continuano a rivolgersi a quelle strutture, devono assumere infermieri ‘’non’’ pediatrici: proprio perché se il paziente ha più di 18 anni semplicemente non può essere assistito dall’infermiere pediatrico, poiché il citato DM, o profilo professionale, non lo prevede senza eccezione alcuna.

Vediamo gli esiti, gli effetti di questo dato, e alcune minime proposte concrete per superare l’impasse.

Gli ospedali generalisti, anche quelli che - come quello spezzino - hanno anche una degenza pediatrica, non hanno praticamente più assunto infermieri pediatrici: nel nostro territorio l’ultimo concorso dedicato vede ancora le insegne della USL 19: correva infatti l’anno 1991, trent’anni fa.

Come ricordato infatti, in pediatria e ambulatori pediatrici può lavorare anche un infermiere con formazione ‘’generalista’’, mentre un infermiere pediatrico può lavorare soltanto in quel settore. A questo punto, praticamente ovunque in tutta Italia (non è certo stato un fenomeno solo locale), trascurando il fatto che il bambino non è ‘’un piccolo adulto’’, le ASL hanno speso le risorse disponibili (limitate per le dotazioni di personale, questione grave e sempre ricordata) in altra direzione e, circa i professionisti dell’assistenza, solo verso gli infermieri.

Di conseguenza, le infermiere pediatriche che hanno continuato a laurearsi (ed anche su questo versante sarebbe stata necessaria una ‘’rarefazione’’ della formazione, perché il numero dei laureati era ogni anno assai superiore a quello delle offerte d’impiego) sono state tutte - o quasi - costrette a lunghi periodi di attesa occupazionale e, comunque, al pendolarismo obbligato se intenzionate ad accettare le non frequenti offerte dagli ospedali dedicati. Alcune, le più deluse, si sono iscritte al corso di laurea in infermieristica e, con alcuni sconti formativi, hanno conseguito un secondo titolo diventando infermiere, e hanno trovato subito lavoro, molto spesso vicino casa.

Che fare adesso? Come detto, la pandemia ha messo in chiaro i punti di stress; siccome arriva qualche soldo in più rispetto al passato grazie ad essa, si dovrebbe prevedere una attività di reclutamento di questa figura anche in quelle realtà dove le richieste di assistenza pediatrica sono di certo limitate rispetto ai grandi ospedali tradizionali nazionali (dal Gaslini al Meyer al Bambin Gesù), compresa la nostra realtà: si tratta infatti di professioniste che hanno una cultura rivolta all’approccio con il bambino sofferente e che hanno competenze dedicate, frutto di una formazione finalizzata a questo contesto dove, va ripetuto, un bambino non rappresenta certo un piccolo adulto.

Infine, e qui l’appello è alla politica, che su queste situazioni impiega tempo per comprendere e reagire, è ovvio che fin che il DM (o profilo professionale) resta blindato così, saranno sempre molto rare le opportunità di impiego per un ‘’pediatrico’’: o si riscrive questo profilo, aprendo spiragli di impieghi anche diversi, certamente con un percorso formativo che possa poi permettere l’approccio ad alcune situazioni degli adulti; o, come sembra più logico, si riformi una volta per sempre il sistema delle specializzazioni degli infermieri - che esistono!- riconoscendole davvero in ogni contesto- contrattuale incluso- e includendo queste infermiere (di fatto) specializzate direttamente in quell’ambito, liberandole da quello che oggi è il conflitto fra il punto di forza della loro formazione, ed il limite pratico per le opportunità di assunzione.

Chiudiamo con alcuni numeri: nel data base nazionale della FNOPI, la Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (declinati al plurale, e non solo ''Ordine degli infermieri’’, proprio perché le categoria coinvolte sono due) ad oggi sono iscritti 444617 infermieri (dato in costante crescita) e 10067 infermieri pediatrici (dato in costante calo: sono circa 100 in meno ogni anno).

Ordine delle professioni infermieristiche della Spezia

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