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Il sacrificio dell'appuntato Corradi, una storia da raccontare | Foto

Questa mattina al cimitero dei Boschetti la commemorazione per il militare caduto nel 1908. Riqualificata la corona. Cerimonia solenne.

l'intreccio con la cronaca del passato
Il sacrificio dell'appuntato Corradi, una storia da raccontare

La Spezia - Centodieci anni dopo la Spezia ricorda l'estremo sacrificio dell'appuntato Francesco Corradi che morì a soli 35 anni ucciso da un latitante. La storia viene ripercorsa, ogni anno, in occasione della concessione delle Medaglia d’Argento al Valor Militare. La cerimonia è avvenuta questa mattina al cimitero dei Boschetti della Spezia alla presenza del prefetto della Spezia, Antonio Lucio Garufi, del sindaco Pierluigi Peracchini, del vescovo Luigi Ernesto Palletti, delle autorità civili e militari della provincia e di una rappresentanza di Carabinieri. La corona, benedetta dal vescovo, è stata deposta accanto alla tomba, recentemente restaurata dai segni del tempo a seguito dell’intervento dell’amministrazione comunale.

La storia del valoroso appuntato Corradi in breve. L’App. Corradi, originario della provincia di Imperia ed effettivo alla Stazione Carabinieri di Migliarina, già distintosi in servizio in numerose occasioni, tanto da meritare due Encomi Solenni, era appostato assieme ad altri colleghi in attesa dell’arrivo di un pericoloso bandito, da tempo datosi alla macchia. All’atto dell’intervento dell’Appuntato Corradi, il Mozzachiodi – questo il nome del malvivente – gli esplose repentinamente a bruciapelo un colpo di pistola al petto, causandogli una ferita talmente grave che il graduato morì di lì a poco. Aveva trentacinque anni. L’assassino, disarmato ed immobilizzato dai commilitoni del Corradi, fu arrestato ed assicurato alla giustizia. L’episodio, che all’epoca ebbe vasta risonanza, è esempio del servizio svolto quotidianamente dai militari dell’Arma, oggi come allora, a tutela della popolazione, nei grandi e piccoli centri e, come ha ricordato il Comandante Provinciale dei Carabinieri, Colonnello Antonio Bruno, nel breve discorso tenuto per esporre il motivo della cerimonia.
L’appuntato Francesco Corradi fu insignito di Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “cadde vittima del proprio dovere mentre pel primo ardimento slanciavasi all’arresto di un pericoloso malfattore armato di rivoltella”.

La storia dell'appuntato Francesco Corradi nel testo di Gianluca Amore pubblicato nel "Notiziario storico dell'Arma dei Carabinieri" nella sezione "Carabinieri da ricordare".

Francesco Corradi, figlio di Lorenzo e Caterina Deguaglielucci, nacque il 13 marzo 1873 a Cartari di Calderara, in provincia di Imperia. Nell'ottobre 1893, a vent'anni, venne chiamato a visita di leva e il 28 di-cembre dell'anno seguente venne incorporato alla Legione Allievi Carabinieri per la frequenza del corso d'istruzione quale allievo carabiniere. Il 31 dicembre 1895 venne promosso carabiniere a piedi e il 9 gennaio 1896 raggiunse la Legione di Torino per il servizio d'istituto. Nei primi mesi del 1895 il Ministero della Guerra aveva autorizzato l'uso della bicicletta da parte dei militari del Regio Esercito e conseguentemente il Comando Generale dell'Arma, con circolare del 5 giugno 1895, ne aveva disciplinato l'uso nei servizi istituzionali; fu così che la bicicletta divenne un valido strumento che, per quell'epoca, migliorò notevolmente il servizio delle stazioni dell'Arma. Francesco Corradi aveva ottenuto l'autorizzazione a condurre il velocipede dal proprio comandante di corpo, al quale spettava di assicurarsi del possesso della necessaria abilità da parte del personale dipendente. Nel luglio 1903, proprio durante un servizio di perlustrazione in bici, sulla strada che collega Rivarolo Canevese e Conio Canevese, cadde in maniera accidentale e fu costretto a un periodo di convalescenza. Già dopo qualche set-timana, nell'agosto seguente, rientrato in servizio ottenne l'ammissione alla seconda rafferma. Nel 1906 fu ammesso alla terza rafferma e il 30 giugno del 1908, la professionalità acquisita fino ad allora e il favorevole giudizio di valutazione all'avan-zamento, gli valsero la promozione al grado di appuntato. Nel maggio del 1907, infatti, quando ancora rivestiva il grado di carabiniere, aveva ottenuto, unitamente ad altri militari, un encomio solenne, concesso dal comandante della Legione di Torino per aver rintracciato e catturato un assassino il 10 aprile di quell'anno.
La motivazione recita: "Dopo lunghe e faticose ricerche, rintracciato un omicida invaso da mania sanguinaria, diedero brillante prova di coraggio e avvedutezza, circondando la casa co-lonica ov'erasi barricato e sostenendo con lui conflitto a fuoco finché, vista vana ogni ulteriore resistenza, non s'arrese". L'azione, che ebbe vasta eco anche a livello nazionale, venne ulteriormente premiata con un encomio solenne concesso dal Ministero della Guerra, che con sua nota, da Roma, determinò: "Cooperarono con calma, energia e coraggio alle pericolose operazioni per la cattura di un malfattore armato". Nel settembre 1908 l'Appuntato Corradi, trentacin-quenne con alle spalle una professionalità maturata in quasi quattordici anni di servizio, era effettivo alla Stazione di Migliarina e venne inviato in rinforzo presso quella di Pitelli, poiché il comandante di quella caserma, il Brigadiere Giuseppe Serra, aveva necessità di organizzare dei mirati servizi per la cattura di un latitante. Aveva infatti appreso che da qualche tempo, nella frazione Canale di Rezzola, del comune di Arcola, si aggirava il ventiquattrenne Umberto Ettore Moz-zachiodi, nei cui confronti era stato spiccato un mandato di cattura per contravvenzione alla vigilanza speciale di pubblica sicurezza. La necessità del sottufficiale si rendeva impellente tanto più per le ultime informazioni ricevute, che ri-ferivano del citato Mozzachiodi, in compagnia del fratello maggiore Giuseppe, sporadicamente presente nella propria abitazione per consumare i pasti portati dal padre o per procurarsi viveri per la clandestinità nei boschi. Il 17 settembre, alle due del pomeriggio, venne disposto un servizio al quale il Brigadiere Serra e i Carabinieri Mario Rispoli e Giorgio Gramondi presero parte in abiti civili, mentre l'Appuntato Corradi e il Carabiniere Giovanni Battista Pastorini indossavano l'uniforme.
Tutti raggiunsero dapprima la frazione Pugliola del comune di Lerici e poi quella di Romito del comune di Arcola, controllandone tutte le osterie e le locande. Vennero fatte delle sortite anche negli esercizi pubblici delle frazioni San Genesio e Canale di Rezzola. Qui il responsabile del servizio decise di appiattarsi e na-scondersi, con gli uomini in divisa, nella boscaglia so-vrastante la casa del latitante. Ordinò ai militari che erano in abiti civili di nascondersi nel folto della ve-getazione a ridosso dell'abitazione di tale Paolo Vassale, un uomo di mezza età che aveva denunciato al co-mandante di aver ricevuto delle minacce dal Mozza-chiodi poiché da questi ritenuto spia e confidente dei carabinieri unitamente alla giovane figlia Argentina. Al calare del sole i Carabinieri Rispoli e Gramondi, attenendosi alle consegne ricevute, uscirono dal na-scondiglio ed entrarono in casa del Vassale, continuando l'attività di osservazione dall'interno dell'abitazione e fornendo al contempo protezione ai due minacciati. Il sottufficiale e i due militari in uniforme invece, trovati degli ottimi punti per nascondersi, approfittando del-l'oscurità si posizionarono intorno alla casa del latitante, circondandola. Alle venti e trenta, dopo qualche ora di appostamento, il responsabile del servizio decise di lasciare le postazioni e di raggiungere, con l'Appuntato Corradi e il Carabiniere Pastorini, gli altri militari nella casa del Vassale. La decisione era stata determinata dal fatto di ritenere insufficienti soli tre uomini se il latitante fosse rincasato, come soleva fare, in compagnia del fratello "( . .) poiché a quell'ora tarda pure il Giuseppe — come si legge nel verbale redatto il 18 settembre 1908 dall'Arma di Pitelli — era passibile di arresto ai sensi dell'art. 234, N 2 del codice penale comune", avendo contravvenuto agli obblighi della vigilanza speciale cui era sottoposto. Lungo il percorso che unisce l'abi-tazione del Vassale a quella del Mozzachiodi, i militari si imbatterono — proprio come gli informatori avevano riportato — nel padre dei due fratelli ricercati il quale, più accorto a camminare svelto, evitando di scivolare o inciampare, che a guardarsi intorno, considerato che stava portando una zuppiera avvolta in un panno, rimase sorpreso di ritrovarsi davanti gli uomini del-l'Arma. Il Brigadiere Serra chiese immediatamente dove si affrettasse a portare la zuppiera con il pasto caldo e dove fossero i due figli ma, non ottenendo riposte credibili, ordinò scaltramente ai due militari in uniforme di condurre l'uomo in casa del figlio Umberto Ettore, di entrarvi e di evitare assolutamente che questi ac-cendesse lumi o lanciasse segnali di qualsiasi tipo. Il sottufficiale si recò dal Vassale dove venne informato dalla giovane Argentina che i fratelli Mozzachiodi erano stati notati nei pressi del ponte di Rezzola, a soli trecento metri di distanza. L'adrenalina montava di minuto in minuto in quanto presto si sarebbe giunti al faccia a faccia con il ricercato. Il Brigadiere Serra si diresse presso la casa del latitante e dispose che i due sottoposti, Rispoli e Gramondi, si appiattassero sotto un pergolo tra la casa e la strada, mentre egli, con il Carabiniere Pastorini, faceva lo stesso sotto un altro pergolo sull'altro lato dell'abitazione. L'Appuntato Corradi rimase nell'abitazione a sorvegliare il padre dei fratelli Mozzachiodi, evitando di farlo parlare e per consentirgli eventualmente di aprire la porta ai figli qualora questi avessero bussato. L'intenzione era quella di catturare alle spalle Umberto Ettore e Giuseppe non appena entrati in casa! A dare il segnale a tutti di precipitarsi sull'uscio ci avrebbe pensato il Carabiniere Rispoli con il grido di una parola all'uopo convenuta. Sulla strada il Rispoli scorse una sola sagoma, che non riuscì ad identificare subito in uno dei fratelli; quando però credette che questi stesse per entrare urlò "chi va la!" — era questa la parola e il segnale con-venuto — e così tutti i militari balzarono dai loro na-scondigli. L'Appuntato Corradi, dall'interno dell'abi-tazione, apri di scatto la porta, ma si ritrovò innanzi Giuseppe che già impugnava una rivoltella, dalla quale partì uno sparo che lo colpì a bruciapelo. Mentre il graduato cadeva a terra gravemente ferito, Giuseppe Mozzachiodi tentava la fuga per un sentiero che correva al di sopra dell'abitazione. Paratisi davanti il Brigadiere Serra e il Carabiniere Pastorini, il malvivente si volse per fuggire nella direzione opposta, ma trovò a sbarrargli la strada il Carabiniere Rispoli, che pron-tamente lo bloccò stringendolo fra le braccia, evitando l'esplosione di un altro colpo di rivoltella. Stretto nella morsa dei Carabinieri venne così disarmato e defini-tivamente immobilizzato. Conclusa l'azione il pensiero del sottufficiale fu per l'Appuntato Corradi, che era rimasto esanime in casa del latitante; pensò di condurlo presso l'abitazione del Vassale, ma il militare spirò lungo il percorso. L'amarezza fu certamente molta, ma bisognava portare a termine le attività di polizia. Lasciò allora il Carabiniere Gramondi a piantonare il povero Francesco e con il resto dei militari tradusse l'omicida e il padre di questi in caserma. Durante il tragitto per raggiungere la Stazione, Giuseppe Moz-zachiodi inveì più volte e minacciò i Carabinieri, so-prattutto perché reputava ingiusto che avessero fermato anche il padre, ma la decisione del Brigadiere Serra era stata presa per evitare che il genitore andasse a raccontare ai parenti dell'accaduto e che questi avessero potuto organizzare un colpo di mano durante la tra-duzione o addirittura un assalto alla caserma. Le perquisizioni domiciliare e personale consentirono di sequestrare una rivoltella calibro 7 carica ancora di tre cartucce, un orologio da tasca in argento con catena di metallo, due libretti di appunti vari in uso al giovane e, sulla scena del crimine, vennero rinvenuti e repertati anche i due bossoli dei colpi esplosi. L'acume investigativo del Brigadiere Serra lo indusse a ritenere che l'arma del delitto, con la quale era stato ucciso il suo sottoposto, colpito in pieno petto, fosse quella posseduta da Giacinto Bacchini, il cognato dell'assassino. Alle sette e trenta del mattino seguente, dunque, il Brigadiere Serra e il Maresciallo Pietro Pambianchi, della Stazione di Sarzana, raggiunsero il Bacchini presso la sua abitazione per chiedergli di mostrare l'arma di cui era in possesso; le vaghe risposte del medesimo indussero i militari ad operare una per-quisizione. L'esito negativo fu riferito al Procuratore del Re di Sarzana, nel frattempo giunto sul posto, il quale ordinò alla polizia giudiziaria l'arresto anche del cognato dell'omicida per il concorso nel delitto del Corradi. Gli atti di polizia giudiziaria redatti vennero rimessi all'Autorità Giudiziaria del T Man-damento di La Spezia, mentre gli arrestati, su dispo-sizione del magistrato, vennero tradotti presso il carcere di Sarzana. L'udienza del procedimento penale del 10 febbraio 1910 condusse il giudice al pronunciamento della sentenza di condanna per il Mozzachiodi a tren-t'anni di reclusione. A tutti i militari operanti venne concesso, nell'ottobre del 1908, l'encomio solenne dalla Legione di Torino e all'Appuntato Corradi e al Cara-biniere Rispoli, con regio decreto del 18 marzo 1909, venne concessa anche la medaglia d'argento al valor militare. Le spoglie del caduto vennero tumulate con tutti gli onori nel cimitero di La Spezia dove ancora oggi l'avello, dopo quasi centodieci anni, ne perpetua il ricordo.

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