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Il liceo Costa incontra il procuratore generale della Corte di Cassazione Francesca Ceroni

Il liceo Costa incontra il procuratore generale della Corte di Cassazione Francesca Ceroni

La Spezia - Nell’ambito del Seminario “Stato, diritto e legalità”, condotto dal professor Paolo Galantini con la preziosa collaborazione di Claudia Ceroni, Motaio, giovedì 24 maggio le classi IV e V C del Liceo Classico Lorenzo Costa hanno incontrato Francesca Ceroni, sostituto Procuratore generale della Corte di Cassazione di Roma e membro della Scuola Magistrati.

In occasione dell’anniversario della morte del giudice Falcone (assassinato dalla mafia nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992) tanto più forti sono state le testimonianze di chi quegli anni tragici li ha vissuti proprio in Sicilia, nella consapevolezza della propria missione e di un impegno professionale dal profondo significato morale e civile.

Concordi sono le voci del Comandante dei Carabinieri Gianluca Valerio e dell’alto Magistrato nel ricordare quegli anni, con l’emozione di ritrovarsi a condividere percorsi paralleli nella Sicilia devastata da riscattare da quel clima di violenza.
Il Colonnello parla della sua esperienza come giovanissimo Comandante a Gela: 22 anni e il sogno di opporsi, in quel territorio tormentato, alla violenza che lo affliggeva. Di quel periodo ricorda il clima pesante di giornate assolate: 86 morti ammazzati in 3 anni e una coscienza che matura, incisa indelebilmente dai fatti della faida, l’allora “guerra di mafia”.

La sua voce muove ombre di un passato fin troppo recente e la sua presenza qui, la sua testimonianza, è di per sé l’emblema più luminoso di quella lotta all’indifferenza in cui prospera la “cultura” mafiosa che l’Arma storicamente e la sua sensibilità in particolare contrastano ogni giorno. Per la nostra comunità, il suo è anche un saluto quasi commosso, dopo questi suoi tre anni di straordinaria presenza reale, di impegno appassionato, di instancabile energia nell’accogliere e nel trasmettere umanità.

Altrettanto profondamente comunicativa Ceroni, nel raccontare la sua contemporanea esperienza: allora appena laureata, anch’ella giovanissima, sorride ricordando come si temesse, nell’ambiente della Magistratura, di essere assegnati nel primo incarico in Sicilia; sua prima sede fu Marsala. Stesso mondo. Racconta il rischio di essere obiettivi sensibili di una mafia che colpiva lo Stato, ma anche il sogno palpitante di diventare operatori di giustizia, in una città dove le strade erano ancora di terra battuta. Racconta l’inesperienza e la determinazione di tanti “giudici ragazzini”, consapevoli ma incoscienti per gioventù. Racconta il calore e la semplicità della telefonata, poco prima del suo arrivo a Marsala, con Paolo Borsellino, che non avrebbe mai incontrato di persona, giungendo in Sicilia solo nel settembre del ’92.
Con la morte dei giudici Falcone e Borsellino si cominciano ad applicare le loro strategie investigative: sono attive la Direzione Investigativa Antimafia e la Direzione Distrettuale Antimafia. La svolta della legge sui collaboratori di giustizia apre la stagione del pentitismo e dà avvio ai primi processi di mafia, prove generali del nuovo sistema. La giovane Francesca accetta l’incarico propostole “perché tu sei giovane e non hai figli”, trovandosi a deliberare con due colleghi più anziani su un’isoletta, in una casupola con i sacchi di sabbia alle finestre e i pasti passati attraverso una feritoia. Lo racconta con sguardo luminoso, introduce a una realtà inimmaginabile con la passione di allora, avvincendo ed emozionando l’uditorio muto. Racconta il pericolo di allora, alla lettura della sentenza: “Mi dissero: ‘Francesca, mi raccomando, non guardarli negli occhi’.” davanti a uomini per cui la “legge dell’onore” era più grande di quella dello Stato, davanti ai mafiosi nelle gabbie.

Quasi stupisce la serenità con cui racconta la sua vita e la ferma consapevolezza del suo lavoro e della potenzialità della Giustizia. Il suo percorso non è offuscato da disillusione: le sue parole arrivano dirette, sicure, limpide. Si fanno strada, risuonano a lungo.
Il dott. Lubatti, ex Prefetto di La Spezia, interviene con approfondite considerazioni in merito alle lotte dello Stato in quegli anni, ponendo l’interrogativo riguardo all’avvenuta sconfitta del terrorismo, ma non della mafia. Perché? Vi è un sincronismo nella conduzione di queste due guerre, eppure soltanto la prima risulta definitiva, in quanto l’azione repressiva dello Stato fu condivisa dalla popolazione, che non aderì ai conati rivoluzionari delle Brigate Rosse. Lubatti, ripresa la straordinaria figura del Generale e Prefetto Dalla Chiesa, mettendone in luce le intuizioni, sottolinea quindi come sia necessaria la compartecipazione di popolo e Stato nella lotta alla mafia e quanto, di conseguenza, significhi la presenza di tutte quelle associazioni di cittadini che si fanno libera voce di una cultura della legalità e che attestano la volontà dell’Italia di liberarsi dalle mafie.

A questo proposito la dottoressa Ceroni mette in luce il nodo della questione: la mafia resiste in quanto fatto culturale, e come tale deve essere contrastata. Così come altrettanto necessaria è la partecipazione di tutti al contrasto alla violenza di genere: si riferisce, con lucidità e urgenza, alla quasi innominata strage in atto nel nostro Paese – 1 donna ogni 3 giorni.

Nel congedarsi con questo appello a non lasciarsi sommergere dalla violenza, anche verbale, ricorda che Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva due lauree (una in Giurisprudenza e una in Scienze Politiche): significativo dirlo a ragazzi che stanno per scegliere della propria vita e lasciare, arricchiti da tante voci del passato e da queste testimonianze presenti, le aule del liceo. Perché – conclude - “la cultura rende liberi”.

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