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Ultimo aggiornamento: Domenica 19 Maggio - ore 21.16

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Donati: "Si agisca con cautela, non commettiamo un altro errore storico"

L'ex funzionario della Soprintendenza interviene in merito al progetto di abbattimento e ricostruzione del palazzo di Via Biassa 95. Insieme ad altri nomi della cultura ha lanciato un appello al sindaco per evitare di perdere la memoria storica.

L'opinione dello storico dell'arte
Donati: "Si agisca con cautela, non commettiamo un altro errore storico"

La Spezia - "A prima vista non sembra un edificio importante, ma a volte basta guardare dietro un intonaco ammalorato per scoprire qualcosa di prezioso". Esordisce così Piero Donati, storico ed ex funzionario della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria, intervenendo in merito al progetto di abbattimento e ricostruzione dell'edificio che si trova in Via Biassa, al civico 95, reso noto da CDS nei giorni scorsi (leggi qui).
"Quello che vediamo dietro i ponteggi è un settore di un palazzo nobiliare, dotato di ninfeo e giardino, che a metà Seicento risultava proprietà di Carlo Biassa, membro del clan che allora era più importante e che ha dato nome alla via", spiega ancora Donati che, insieme ad altri nomi noti della cultura spezzina ha rivolto un appello al sindaco Pierluigi Peracchini affinché l'edificio "non venga demolito o ne vengano quanto meno preservate le evidenti testimonianze di epoca medievale".
"Non stiamo mettendo in dubbio la legittimità del progetto dei proprietari, ma non dimentichiamo che in Italia sono stati realizzati interventi del tutto sbagliati sotto il profilo storico, pur con bolli e contro-bolli. Personalmente - prosegue lo storico dell'arte - penso che non si debba parlare in alcun modo di abbattimento, ma di recupero funzionale. Questo non esclude che si possano ricavare gli appartamenti per turisti previsti, ma che lo si faccia non a scapito della memoria storica di quello che c'è. A mio avviso è necessario fare una campagna di stratigrafie e termografie, per capire cosa c'è dietro a quello che si vede in apparenza e che cosa sia da preservare. Poi si farà il progetto operativo. Il livello del calpestio si è certamente innalzato nel corso dei secoli e quindi credo utile anche una serie di carotaggi, per rintracciare il sedime antico. Insomma, stiamo parlando di una operazione fatta come si deve, con competenza e attenzione per la propria città".
Quello che chiede Donati, insieme a personaggi come il comandante Stelvio Astegiano, l'archeologa Luisa Cascarini, la restauratrice Maria Grazia Datteri, l'ispettore onorario della Soprintendenza ligure Marco Del Soldato, il giornalista Gino Ragnetti, la medievista Eliana M. Vecchi, lo storico e guida turistica Diego Savani e l'architetto Roberto Venturini, è quindi che si facciano per prima cosa tutti gli approfondimenti del caso prima di qualunque intervento, interpellando la Soprintendenza.
"Non risulta che sia stato fatto. Non so se il tutto sia stato trasmesso alla Soprintendenza di Genova e se la cosa sarà affrontata solamente dal punto di vista paesaggistico o anche da quello storico e architettonico, che è un livello ulteriore. Può darsi che gli ex colleghi una volta preso atto della questione possano decidere di avviare la procedura di vincolo, che da sola vale a impedire l'inizio dei lavori, sino a quando non siano state fatte stratigrafie e analisi archeologiche, come auspica anche Enrica Salvatori".

Poi Donati insiste sul tema della memoria: "Noi italiani siamo un popolo di smemorati, quando Ulisse andò nel paese dei lotofagi, che mangiavano questa erba che faceva loro perdere la memoria, sicuramente era capitato da queste parti".
E il male italiano non risparmia gli spezzini: "La storia urbana di Spezia è costellata di gravissimi errori. Tutti danno la colpa ai bombardamenti, ma sia prima che dopo la Seconda guerra mondiale sono state commesse azioni ingiustificabili. Penso all'abbattimento, negli anni Venti, dell'importantissimo oratorio di Sant'Antonio Abate, dove si trova oggi l'attuale Piazza Cesare Battisti. Uno scritto del 1916 di Ubaldo Mazzini dimostra quale fosse l'importanza di quell'edificio, abbattuto senza che ci fossero ragioni di pubblica incolumità o altro. Sono stati salvaguardati alcuni oggetti, tra cui due statue portate in Santa Maria, ma tutto il resto è andato perduto.
Lo stesso dicasi per l'ex convento agostiniano del Poggio. Non tutti sanno che Piazza Sant'Agostino prende il nome dal fatto che lì sorgeva il più antico convento cittadino risalente al Trecento, quello degli agostiniani, all'interno del quale era conservato il celebre dipinto del Carpenino del 1539, diventato poi l'emblema del Museo Diocesano. Durante la guerra è stato colpito dalle bombe, ma non raso al suolo. L'eliminazione di ogni traccia, per realizzarci un campetto da calcio, è avvenuta nel 1957, dodici anni dopo la Guerra, e una colonna è stata portata a Brugnato come souvenir personale dall'allora sindaco, Ravecca, per collocarla a pochi metri dalla cattedrale brugnatese, ingenerando peraltro equivoci sulla composizione effettiva del patrimonio locale. Ritengo, a tal proposito, che si potrebbe anche lavorare affinché la colonna ritorni alla Spezia e al suo posto, così che i ragazzi che giocano a pallone abbiano almeno un barlume di memoria di quello che c'era prima del campetto.
E non dimentichiamo la chiesa di San Francesco Grande, all'interno dell'arsenale, che è ancora oggi un deposito di vernici e oli esausti".

"Mi aspetterei da una amministrazione comunale degna di questo nome che tenesse conto del fatto che la storia urbana della Spezia è costellata di gravissimi errori e che quindi quel poco che è rimasto va trattato con i guanti per non inanellare un altro scempio a questa lunga catena. Il sindaco, dopo le parziali dimissioni dell'assessore Asti, è competente sulla Cultura, e quindi - conclude Donati - ha una doppia responsabilità.

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