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Dall'inferno dell'eroina a Muccioli e San Patrignano, Loredana racconta

Loredana Crapanzano è stata ospite della struttura negli anni di Vincenzo Muccioli. Ventisei anni dopo il suo racconto: "Restai lì per un anno. Ci curavamo con la famiglia".

buio e ritorno
Loredana Crapanzano

La Spezia - San Patrignano, una delle comunità di recupero per tossicodipendenti più grandi d'Europa. Un uomo: Vincenzo Muccioli fondatore del centro, figura discussa e finito nell'occhio del ciclone delle cronache nazionali per i metodi, da alcuni ritenuti fortemente coercitivi, usati nell'ambito del recupero.
San Patrignano la sua storia e la sua evoluzione hanno segnato l'Italia tra gli anni Ottanta e Novanta, decadi in un cui il mostro dell'eroina e delle dipendenze hanno straziato migliaia di famiglie e reciso giovanissime vite.
Una realtà su cui si sono riaccesi i riflettori dopo il successo della docu-serie uscita su Netflix a dicembre scorso, la quale però, nonostante il fedele racconto dei protagonisti di quegli anni, non è riuscita a rimuovere del tutto quel velo di mistero che tutt’oggi avvolge la comunità. E in particolare, a stabilire se San Patrignano fosse più luce o più tenebre.

Loredana Crapanzano, genovese ma “adottata” da Luni, dove vive da 21 anni, oggi lavora come coordinatrice delle pulizie alla comunità “La missione” di Sarzana. E a distanza di 26 anni dal suo ingresso nella comunità riminese, con la forza e con l’orgoglio di chi ce l’ha fatta, racconta la sua San Patrignano.

Loredana, cos’era San Patrignano in quegli anni?
Un posto immenso. Era il 1995 e gli ospiti avevano raggiunto quota 2300. Era come una bellissima città, ma con regole molto rigide: non più di 10 sigarette al giorno, niente violenza e niente parolacce. E massima puntualità, al lavoro e a tavola. Anche la pulizia e l’ordine erano fondamentali. Negli armadi – che chiamavamo “buchette” – i vestiti dovevano essere sistemati perfettamente. Bere caffè ci era concesso, ma solo quello d’orzo. Era una comunità “a dimensione d’uomo”, che davvero ti metteva nelle condizioni di fare il cittadino modello. Il pavimento era sempre sgombro da qualsiasi oggetto, i servizi igienici pulitissimi, e nel salone le tavole erano apparecchiate con una geometria sorprendente. Il cibo eccezionale, fatto in casa, talmente buono che in quell’anno di comunità misi su peso.
Come mai il suo percorso durò un anno?
Fu mia madre a riportarmi a casa. Mi venne a trovare raccontando una bugia, perché sapeva che le visite non erano concesse. Quel giorno mi confessò che aveva problemi con mio padre, ma che se fossi tornata a casa, lui non se ne sarebbe andato. Così lasciai la comunità, ma in cuor mio non volevo, perché in quel periodo ci stavo bene. E infatti, trascorse solo due ore dal mio ritorno a casa, chiamai per ritornare. Ma non mi risposero neanche.

Quale fu il motivo di quel rifiuto?
Se decidi di andartene da San Patrignano non puoi tornare. È stata una delle prime cose che Vincenzo Muccioli ci ha chiarito al nostro arrivo: “Avete questa possibilità, sfruttatela, perché una è”. Ed è una mentalità, questa, che trovo corretta, perché uscire e rientrare continuamente in una comunità non ti porta a nulla. A San Patrignano il percorso era molto lungo, ci volevano 4 o 5 anni. Compiere metà programma per poi andartene, ricaderci e ritornare, non aveva alcun senso. E dovevi crederci, in quel percorso, e avere rispetto per chi ti dava la possibilità di farlo. A San Patrignano ci curavamo con la famiglia. Era una comunità basata sulla rieducazione alla vita, a quella quotidianità da cui le droghe ti allontanano. Ti insegnava a guadagnarti il pane e a confrontarti in modo civile ed educato con le persone. Ad essere responsabile. Eravamo come bambini che dovevano diventare adulti all’interno di una società, imparando ad esserne parte integrante e produttiva.

Vincenzo Muccioli quindi era uno molto fermo sui suoi princìpi. Che ricordi ha di lui?
Mi colpì moltissimo sin dal primo incontro. Ricordo che dopo due mesi dal mio arrivo ero in crisi e volevo andarmene. Allora venne a parlarmi nel mio settore, in pellicceria. E la cosa che mi rimase impressa è che non disse nulla di particolare per spingermi a rimanere. Parlammo del più e del meno, di quali fossero le mie difficoltà, del perché non riuscissi ad adattarmi. Ciò che mi convinse a restare fu il suo abbraccio, pieno di un calore umano che difficilmente trovi nelle persone.

La docu-serie di Netflix ha insistito molto sulla sua figura. Ritiene che sia stato fornito un ritratto veritiero?
Sotto certi aspetti ha mantenuto l’immagine di Vincenzo. Lui era una persona che davvero riusciva a riempire una stanza. E non per i suoi quasi 2 metri di altezza, ma per il suo carisma. Aveva uno sguardo che ti catturava e un’accoglienza incredibile. Ma le sue regole le dovevi rispettare. Ricordo di una lavata di capo che fece a due ragazzi. Quel giorno, furioso, girò per i tavoli con un microfono, raccontando che quei due erano stati scoperti in atteggiamenti molto intimi, e che quindi sarebbero stati allontanati dalla comunità.

Non erano concesse relazioni all’interno della comunità?
È più complicato. Se ti piaceva qualcuno dovevi dichiararlo al tuo responsabile di settore, e dovevi stargli lontano per un po’, per verificare se i sentimenti fossero veri o se si trattasse solo di istinti sessuali. Capita molto spesso, infatti, una volta finita la dipendenza, di svilupparne un’altra per la persona o per il sesso.

Come è finita nel tunnel della dipendenza?
A 15 anni e mezzo mi fidanzai con un ragazzo che faceva uso di eroina, i miei lo scoprirono e mi allontanarono da lui, ma in realtà il mio rapporto con le droghe è iniziato dopo. Dopo essermi lasciata, infatti, caddi in depressione e iniziai a farmi di eroina con una nuova compagnia di amici. La mia preside lo scoprì e avvertì mia madre, che incolpando l’ambiente scolastico mi fece ritirare dagli studi. Ed io ero una che a scuola andava molto bene. Poco dopo conobbi un altro ragazzo, anche lui tossicodipendente, e spinti dalla voglia di andare via di casa ci sposammo, ma quel matrimonio durò poco. Fu proprio il mio ex marito a rivelare il mio segreto a mio padre, che fino a quel momento non se n’era mai accorto. Così lui mi chiuse in casa per 3 mesi. Quando poi si è trattato di scegliere tra Don Gelmini e San Patrignano, non ho avuto dubbi. La comunità di Muccioli era diversa da tutte le altre.

La stessa comunità ha preso le distanze dalla docu-serie, parlando di un racconto “sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori”. Lei è d’accordo?
"In parte sì. Tante cose non so quanto siano vere e reali. Ad esempio, io di sedute spiritiche non ho mai sentito parlare. All’epoca le tv parlavano molto. C’erano trasmissioni che facevano vedere la parte “buona” di San Patrignano, ed altre che raccontavano le violenze, le scomparse, i suicidi. Ma a noi ospiti non era giunta alcuna voce rispetto a tutto questo. Ne eravamo all’oscuro. La serie lascia poi intendere che Muccioli avesse l’Aids. In realtà si vociferava di un tumore, ma nessuno di noi seppe veramente di cosa si ammalò. Fu una sorpresa la sua morte, fino a un mese prima era ancora in mezzo a noi".

È vero però che nei confronti di alcuni ospiti venivano usati metodi coercitivi, spesso anche molto violenti?
"Quando ci sono stata io no. Ne avevo sentito parlare quando ero ancora fuori dalla comunità, ma una volta dentro non ho mai vissuto né avuto conferme di tutto questo. Ma se parliamo di legare le persone, non mi stupirei più di tanto. Quando mio padre scoprì della mia dipendenza mi legò per non farmi scappare di casa, e mi tenne chiusa in camera mia, con la porta blindata, per 3 mesi. Un padre fa qualsiasi cosa per un figlio. Alcuni, se non legati, possono essere capaci di compiere gesti folli. Se uno ti lega, lo fa per proteggerti".

Qual era il sentimento dei ragazzi della comunità nei confronti di Vincenzo Muccioli?
"Gli volevano bene tutti. Non ho mai sentito parlare male di lui, e nessuno ne aveva paura. Era severo come un padre, a volte durante i pasti girava per i tavoli e mollava qualche “schiaffone”. “E sai perché!”, ci diceva. Anche Antonietta, sua moglie, che nella serie non viene nominata molto, era importantissima. Lei era quella che faceva il menù, stava in cucina, si occupava delle spese personali dei ragazzi. E se c’era qualcuno che stava male e doveva essere ricoverato in ospedale, lo portava lei".

Ha lasciato San Patrignano a percorso non ultimato. È stato sufficiente quell’anno a uscire dal tunnel?
"San Patrignano mi ha aiutato moltissimo, ma qualche mese dopo sono ricaduta sulle sostanze. È stato dopo aver rincontrato il mio primo amore, Michele, e in particolare dopo essere rimasta incinta, che ho capito che dovevo dare una svolta alla mia vita. Attraverso l’Asl non riuscii a tornare a San Patrignano, così mi indirizzarono alla Comunità Progetto Uomo a Nicola di Ortonovo, nel 2000. È lì che sono uscita definitivamente, dopo 2 anni e mezzo".

Cosa si sente di dire a chi oggi sta attraversando quello che ha passato lei?
"Mi verrebbe da parlare non tanto ai ragazzi quanto alle loro famiglie: osservate i vostri figli, e capite che l’accoglienza non finisce con la tenera età delle coccole. Perché può sempre succedere di essere nel posto sbagliato, nel tuo momento sbagliato e con le persone sbagliate. E che un figlio faccia quell’errore che mai ti saresti aspettato. Mio padre non si accorse del mio problema perché per lui ero la figlia perfetta. Ma l’età dell’adolescenza è particolare, ti senti sempre inadeguato, piccolo e sminuito di fronte al mondo, e hai bisogno che chi ti ha cresciuto ti sta vicino convincendoti a credere in te e nelle tue possibilità. Se a casa non trovi l’ambiente che ti sa rafforzare in questa debolezza, ti ritrovi perso".



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