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Ultimo aggiornamento: Venerdì 22 Giugno - ore 23.10

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"Uscirono proprio tutti dalle fabbriche per andare in piazza"

Il ricordo spezzino di quel maledetto 9 maggio 1978 affidato ad Egidio Banti e Filippo Paganini. Le condoglianze nella sede della Dc, il Giro d'Italia in città e l'atmosfera angosciosa del dopo manifestazione.

ALDO MORO, QUARANT'ANNI FA
"Uscirono proprio tutti dalle fabbriche per andare in piazza"

La Spezia - Tutti quelli che c'erano, che avevano l'età della ragione, si ricordano perfettamente quella giornata. Cosa stavano facendo, come avevano appreso la notizia e perfino di cosa stavano parlando fino a quel momento. L'assassinio e il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in Via Fani è memoria sopratutto in alcune di quelle foto che sono arrivate a noi tutti. Noi che quella parte di storia l'abbiamo soltanto letta, non certo sui libri di storia, ma nelle cronache del tempo e, soprattutto, nelle ricostruzioni video di questi anni: dettagli che non hanno tuttavia chiuso completamente le pieghe di quella storia. E in provincia, nella provincia della Spezia, come arrivò la tragica notizia? Abbiamo chiesto di raccontarcelo a due persone che di storia e cronaca locale si intendono e soprattutto hanno scritto nelle rispettive carriere. Affidiamo alle loro penne il ricordo di una città che, come tutta Italia, rimase sbigottita, attonita, angosciata.


Il 9 maggio 1978 il giro d’Italia fa tappa a Spezia. Partenza da Novi Ligure, arrivo in viale Italia. Un percorso di 195 chilometri con due premi della Montagna, il secondo sul Passo del Bracco. Una tappa impegnativa anche se di lunghezza media, adatta agli scalatori. Ma con un tratto di particolare difficoltà: la discesa lungo i tornanti della Foce. Vince in volata Beppe Saronni che indossa la divisa della Scic, una marca di mobili, davanti al belga Rik Van Linden, che conserva la maglia rosa, e Francesco Moser. Ma le immagini dell’arrivo di quella seconda tappa del Giro non vengono trasmesse dalla televisione pubblica. Alle 9 e 30 di quella mattina in via Caetani nel vano posteriore di una Renault 4 viene ritrovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalla Brigate Rosse. I dirigenti della Rai scelgono in segno di lutto di non dare luogo alla consueta telecronaca diretta dell’arrivo della tappa. Non ci sarà neppure un collegamento con Adriano De Zan e Giorgio Martino che sono i due telecronisti sistemati sul palco in un viale Italia dove si assiepano migliaia di spettatori.
Chi scrive quarant’anni fa lavorava nella redazione di una radio privata, Onda Spezzina, con sede e studi al secondo piano dell’Unione Fraterna in via Colombo. Collaborava anche a una televisione toscana e a un quotidiano livornese. Con gli agli altri colleghi dell’emittente avremmo dovuto preparare e mandare in onda le due edizioni quotidiane del giornale radio, alle 13 e alle 19, oltreché curare i servizi e i collegamenti nel primo pomeriggio dedicati alla tappa del giro d’Italia, “pezzo” forte della giornata. Ma la notizia della morte di Moro sconvolse i nostri programmi. Impose un repentino cambiamento di palinsesto. Avevo ascoltato in diretta poco prima delle 10 nel corso di una edizione straordinaria del giornale radio dalla voce di quello che sarebbe in seguito diventato un caro e stimatissimo amico, Vittorio Roidi - a quei tempi caporedattore del Gr1-Rai diretto da Sergio Zavoli- la conferma che il cadavere ritrovato nella Renault 4 in via Caetani era quello del presidente della Dc. Andai alla radio e con gli altri redattori organizzammo i servizi per la giornata. Dalle fabbriche, dai cantieri, dalla centrale Enel, dal porto migliaia di lavoratori a cui si unirono semplici cittadini affluirono in centro, presso le sedi dei partiti e dei sindacati e diedero vita a una manifestazione con corteo nelle vie del centro. Sfilarono, cosa impensabile fino a qualche anni prima, insieme le bandiere rosse del Pci e quelle bianche della Democrazia cristiana. Seguii insieme ad altri colleghi il corteo. Come si faceva allora nelle stazioni radio, mi ero munito di gettoni telefonici (i cellulari dovevano ancora da essere inventati) e dalle cabine lungo il percorso mi collegavo con lo studio di via Colombo per raccontare in diretta quello che stava succedendo e per trasmettere delle interviste. Nel pomeriggio altri colleghi andarono al traguardo del Giro d’Italia per raccogliere con i primi registratori portatili reazioni e commenti all’uccisione di Moro tra gli sportivi e i componenti della carovana del giro. La lunga diretta andò in avanti fino a tarda sera.
Il ricordo più vivo di quella giornata resta l’atmosfera sospesa, gelida, plumbea quasi spettrale ammorbata di paura e sgomento in una città che, finita la manifestazione, si era svuotata. Deserta e buia: negozi e bar chiusi, insegne spente. E’vero, come hanno sostenuto molti testimoni di quella giornata, che c’era in tutti l’angoscia per il pensiero che dopo avrebbe potuto succedere di tutto.

Filippo Paganini, giornalista e Presidente dell'Ordine ligure dei giornalisti

Il 9 maggio 1978 era un martedì. Quella mattina, non avendo scuola (ero docente di filosofia alle Magistrali “Mazzini”) mi trovavo a Sarzana, nella redazione del Secolo XIX, cui collaboravo da vari anni. L’arrivo della notizia tardò quindi un po’, forse qualcuno ci avvisò per telefono, non essendoci in redazione una radio accesa. Non che il timore di una tragica conclusione del sequestro non fosse diffuso, purtroppo lo era, ma non lo si aspettava da un minuto all'altro, forse per esorcizzarlo. Raggiunta la casa della mia fidanzata, oggi mia moglie, restai alcune ore con lei davanti alla TV, quindi nel pomeriggio andai a Spezia, nella redazione di Tele Liguria Sud, per preparare il TG della sera.
Era subito iniziato uno sciopero generale spontaneo, operai e impiegati erano usciti dalle fabbriche e dagli uffici.
Andai anche alla sede della DC, dove l'allora segretario provinciale, Wladimiro Fabbrini, già partigiano "bianco" durante la Resistenza, aveva fatto sistemare un registro per le firme di condoglianze delle tante persone che salivano al primo piano di via Tommaseo.
Per me, giovane democristiano, era motivo di meraviglia la grande unità di intenti che si stava registrando - come del resto il 16 marzo, giorno del sequestro - tra le principali forze politiche, DC, PCI, PSI e le altre minori. Era davvero il segno di quell'unità costituzionale nata dalla Resistenza che per noi giovani era difficile comprendere bene, e che in quelle drammatiche ore si manifestò in modo assai plastico.
Ricordo la composta dignità di Fabbrini, davvero un gentiluomo, nell'accogliere quanti salivano nella sede del partito, così come ricordo il corteo spontaneo che si formò in piazza Europa al calar della sera, attraversando le vie cittadine.
I giovani DC, a quell'epoca (post sessantottina), avevano un loro slogan, che suonava "Sturzo, De Gasperi, Don Minzoni, i giovani DC con queste tradizioni". Quella sera, spontaneamente, lo cambiarono, senza nulla togliere a Sturzo, in "Moro, De Gasperi, Don Minzoni ...". Era il segno, per me, che la lezione politica di Moro non sarebbe andata perduta.

Egidio Banti, già senatore
 

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