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"Siamo esuli, non profughi. Sulla nostra storia cercano ancora di negare" | Foto

Lo scrittore di origine istriana Lino Vivoda questa mattina ha incontrato gli studenti nel corso del consiglio comunale straordinario del Giorno del ricordo.

IN SALA DANTE
"Siamo esuli, non profughi. Sulla nostra storia cercano ancora di negare"

La Spezia - "In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi i banditi giuliani. Questa fu la nostra accoglienza alla Spezia". Così Lino Vivoda, esule istriano e scrittore, ha raccontato alcuni stralci della sua drammatica vicenda nel Giorno del ricordo durante il consiglio comunale straordinario che si è tenuto questa mattina in Sala Dante.
Dopo l'esecuzione dell'inno di Mameli e i saluti istituzionali è stato Vivoda a portare agli studenti e al consiglio la sua esperienza. "Ero un bambino - ha detto - ma abbastanza grande per capire e ragionare e vedo che nei confronti di noi esuli e delle foibe qualcuno cerca ancora di fare del negazionismo".

I ricordi sono ancora vivi nella mente di Vivoda che ha raccontato alcuni episodi tragici del secondo dopo guerra, in particolare sulla strage di Veragolla sulla quale il dibattito non si è mai placato. Era l'agosto del 1946 e durante una manifestazione natatoria e ci fu un'esplosione. Le vittime accertate erano 65.
"Morirono mio fratello di otto anni e i suoi padrini di battesimo - ha raccontato Vivoda -. Per molto tempo dissero che le esplosioni furono causate da un guasto, in realtà erano cariche esplosive provenienti dalle miniere. Nella disgrazia la mia famiglia poté recuperare il corpo di mio fratello perché rimase integro, con altri vennero composte due casse con resti umani. Il resto fu mangiato dai gabbiani che dal mare tirarono su brandelli di carne, lì capimmo che erano anche carnivori. Fu straziante, quando dovemmo lasciare tutto ciò che avevamo mia madre disse, riferendosi a mio fratello, 'Non lo lascio qui neanche da morto' ".

Poi cominciò l'esodo. "Ricordo ancora quando arrivammo alla stazione di Bologna - ha detto Vivoda - dagli altoparlanti sentimmo: 'Se i fascisti si fermeranno alla stazione di Bologna bloccheremo il traffico ferroviario di tutta Italia'. In viaggio con noi, un treno merci all'interno del quale il nostro giaciglio era un mucchietto di paglia, c'era un giovane con il fazzoletto dei partigiani al collo che disse 'Io sono stato anni a combattere i tedeschi nei boschi e ora mi chiami fascista '. Il vero problema è che in questa storia si parla solo di fascisti uccisi dai comunisti. Ma non è così".

Vivoda ha concluso il suo intervento decantando una poesia dedicata alla luna. "Ci hanno chiamato profughi, ma preferiamo essere definiti esuli abbiamo una sorta di giuramento la recitavamo sempre nei campi profughi, nelle messe e per i nostri morti ed è di poeta esule".
Si è commosso profondamente al termine dell'intervento, sia il consiglio che il pubblico si sono alzati in piedi "abbracciandolo" in un scroscio d'applausi. Al termine dell'intervento di Vivoda si sono alternati sul palco i ragazzi degli istituti superiori spezzini. A concludere la seduta l'esecuzione del "Va' pensiero".

La poesia di Bepi Nider recitata da Vivoda.


Va per el ciel, de qua e de là girando,
un tochetin de luna
e, tra le frasche,
fis'ceta un rusignol 'na serenada.
S'colto in silenzio e guardo,
posà sula finestra,
le stele lusigar nel scuro
mar de la note
e col pensier ghe mando
al tochetin de luna
'na preghiera:

" Quando doman, in viagio,
ti rivarà sul mio paese,
carezime, te prego,
la cesa, el campanil,
la mia caseta.
Fermite un momentin,
solo un momento,
sora le tombe
del vecio cimitero e
basa una per una
le lapide e le crose
e dighe ai Morti, dighe
luna, te prego,
che no dimentichemo. "







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