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Ultimo aggiornamento: Sabato 23 Marzo - ore 13.53

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"Ribellatevi alla prima alzata di voce, non aspettate gli schiaffi"

Due donne vittime di violenza raccontano le loro tremende esperienze ai detenuti di Villa Andreini. Una iniziativa fortemente voluta dalla direttrice, Maria Cristina Biggi.

"Non è facile ricominciare, ma si può"
"Ribellatevi alla prima alzata di voce, non aspettate gli schiaffi"

La Spezia - Violenza e riscatto. Un percorso da seguire per il quale serve grande coraggio. Alessia e Sonia, nomi di fantasia, dopo atroci storie di violenza sono riuscite a spezzare le catene dell'orrore e armate di coraggio hanno intrapreso tutte le strade possibili per ricominciare. E ce l'hanno fatta. Al termine di un ciclo continuo di sofferenze, che partivano anche dalla famiglia di origine, spinte dall'amore per i propri bambini sono andate oltre: oggi Alessia e Sonia, due giovani madri, hanno un lavoro e continuano il loro percorso per vivere una vita serena.

E un'altra prova importante per entrambe è stata raccontare ad altri uomini quello che è accaduto loro. E il luogo scelto per questo incontro è davvero particolare: Alessia e Sonia hanno raccontato la loro storia ad alcuni detenuti, per reati comuni, di Villa Andreini. L'iniziativa, che si è tenuta ieri nella casa circondariale, è stata organizzata a pochi giorni dalla Giornata internazionale della donna e fortemente sostenuta sia dalla direzione del carcere nella figura della dottoressa Maria Cristina Biggi, dall'associazione "La casa delle donne" e dalla comunità socio-educativa "Sorriso francescano" che hanno seguito direttamente le vicende di Alessia e Sonia.

"Sono testimonianze importantissime", ha commentato la direttrice Biggi prima della tavola rotonda dove le due giovani si sono confrontate con i presenti. Sono storie delicate che potrebbero diventare un simbolo anche per altre donne. Non è sempre facile trovare il coraggio per denunciare chi fa del male, soprattutto se ad alzare le mani è il proprio compagno, il padre dei propri figli, se non addirittura il padre stesso.

Il germe della violenza si annida e basta e se può annienta tutto. "La mia vita era una violenza continua - racconta Alessia -, prima ci fu mio padre. Poi il mio compagno e l'uomo che successivamente prese il suo posto. Io non sono italiana e nel mio paese d'origine ottenni con difficoltà gli ordini restrittivi nei confronti del mio ex marito. Questo accadeva perché sia loro che mio padre erano convinti che la colpa fosse la mia. Per loro avevo 'sicuramente combinato qualcosa'. Non veniva messa in discussione la loro responsabilità. Abbiamo rischiato anche di perdere i nostri figli e quindi provammo a rimettere insieme i pezzi. In quel periodo riuscimmo ad essere felici ma durò poco. Ci dividemmo in via definitiva, per un certo periodo trovai un altro uomo che oltre che sfogarsi su di me prese di mira i miei figli. Non potevo più accettarlo. Lì ho trovato la forza e ho ricominciato".

"La mia famiglia - racconta Sonia - mi aveva voltato le spalle. Imparai fin da piccola cosa significa ricevere uno schiaffo invece che una carezza. Non passò molto tempo che mi ritrovai in un'altra spirale dalla quale fu difficile uscire. Quando rimasi incinta la prima volta i miei pretesero che con il mio compagno ci sposassimo. Altrimenti per loro avremmo vissuto nello scandalo, cominciarono le violenze anche da 'moglie' cercai di allontanarlo ma venivo sempre giudicata dalla mia famiglia. Trovai un altro compagno che si rivelò peggio del primo: ho cercato di aiutarlo in tutti i modi, ma la violenza vinceva su tutto. Ho subito qualunque cosa: botte, stupri. Ho avuto un aborto al quarto mese di gravidanza per le percosse. Ora sono rinata. Non è facile ricominciare. Ma si può fare".

Alessia e Sonia sono il simbolo che il male, a volte, si può sconfiggere. Entrambe hanno lanciato un appello alle altre donne in difficoltà. "Ribellatevi alla prima alzata di voce, non aspettate che arrivi lo schiaffo - ha aggiunto Alessia -. Cercate il confronto con il vostro compagno, altrimenti non restate lì".
"Bisogna denunciare - ha concluso Sonia - anche se è dura, anche se non è facile dimostrare di essere una buona madre e anche se può significare perdere la propria famiglia di origine. Bisogna avere la serenità di poter tornare a casa ed essere tranquille. E' un diritto".

CHIARA ALFONZETTI

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