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"Quasi sessant'anni per vedere riconosciuto il nostro calvario"

La dura testimonianza dell'esule, giornalista e scrittore, Pietro Tarticchio intervenuto nel consiglio comunale straordinario della Spezia in occasione del Giorno del ricordo.

10 febbraio 1947
Esodio istriano

La Spezia - "Ci sono voluti 57 anni prima che venisse riconosciuto il nostro calvario". Sono le parole di Pietro Tarticchio esule, giornalista, scrittore che questa mattina è intervenuto in consiglio comunale per le ricorrenze del Giorno del ricordo, in memoria delle tragedie legate all'esodo giuliano dalmata e alle foibe. Ieri si sono tenute le cerimonie all'aperto e questa mattina invece il consueto consiglio comunale, in streaming. Non sono mancati i contributi dei ragazzi degli istituti scolastici secondari di secondo grado e del presidente dell'associazione Venezia Giulia Dalmazia Andrea Manco.
"Conserviamo e rinnoviamo la memoria di tutte le vittime delle foibe. La scelta della data fa riferimento al 10 febbraio del 1947 - ha detto il presidente del Consiglio comunale della Spezia Giulio Guerri-. Il consiglio comunale si riunisce per aderire allo spirito di questa ricorrenza. Ci impegniamo a mantenere viva la memoria della vicenda, che merita di essere annoverata tra le pagine della storia, perché si identifica con l'atroce persecuzione che ha riguardato una parte della popolazione italiana, condannata all'onta del silenzio. Negli anni del maresciallo Tito molti dei nostri connazionali vennero barbaramente uccisi, seviziati e buttati nelle foibe. Il bilancio è di 5mila e 11mila morti. Centocinquantamila italiani abbandonarono la Venezia Giulia e la Dalmazia e affrontarono innumerevoli disagi ma dettero grande prova di tenacia. Quegli accadimenti fanno parte della storia nazionale e dovremmo lavorare per fare in modo che non si ripetano".

L'intervento di Guerri è stato seguito da quello della vice sindaco Genziana Giacomelli: "Partecipo a questa seduta con una grande emozione. Commemoriamo il Giorno del ricordo. Questa terribile vicenda, per troppo tempo, è stata considerata una nota a pie' di pagina della storia: una conseguenza dei fatti accaduti poco prima e durante la seconda guerra mondiale. Le ideologie nate nel secolo scorso hanno generato orrori e in questo fosco scenario, il dramma delle foibe assume contorni di ferocia inaudita, inaccettabile e ingiustificabile. Le testimonianze degli esuli e dei loro figli devono assumere spazio non solo nel calendario ma anche nella quotidianità delle aule scolastiche. Sono preziose le associaizoni degli esuli che se ne occupano. La nostra terra ha aperto le braccia a 4mila esuli anche se ci volle tempo per arrivare ad un'accoglienza vera. Il treno della vergogna è ancora un segno drammatico di un'Italia ancora in preda alle ideologie. Ai profughi vennero imputate colpe che non avevano. L'offesa delle vittime è il mancato ascolto e deve entrare nella storia del nostro paese".

A fare seguito alle parole del presidente del consiglio comunale Guerri e del vice sindaco Genziana Giacomelli, Andrea Manco presidente dell'associazione Venezia Giulia Dalmazia. "Grazie a nome dell'associazione e da parte mia per averci invitato a intervenire - ha esordito - . E' un onore avere il professor Tarticchio tra noi: figlio di un italiano infoibato, giornalista e scrittore ha composto diversi romanzi sul tema delle foibe per mantenerne viva la memoria. E' nato a Gallesano d'Istria e costretto all'esodo, come capito a mia madre. I partigiani di Tito torturarono e uccisero sette suoi parenti, tra cui il padre". Manco ha lasciato la parola a Pietro Tarticchio che ha sottolineato la volontà di ricordare ciò che accadde al padre, nel 1945 e il compianto pittore spezzino Vittorio Sopracase scomparso due anni fa.
"Il mio pensiero va a lui che ha il merito di avermi portato alla Spezia - ha spiegato Tarticchio - per portare la mia testimonianza in varie circostanze. Lo ricordo come un caro amico e una persona che ha condiviso con me i destini dei nostri padri che vennero portati via la stessa notte, Vittorio aveva pochi mesi. Entrambi finirono nelle foibe e nessuno di loro era compromesso con il regime (fascista, NdR). Mio padre era un commerciante di generi alimentari, suo padre era un operaio specializzato nei cantieri navali di Pola".

"Come sapete 10 il febbraio di 76 anni fa veniva firmato il trattato di pace - ha proseguito - dall'Italia. Con quella firma perdevamo buona parte del Nord est italico (Istria, Fiume e la Dalmazia). Tito aveva occupato quelle terre e messe in atto una serie di azioni vessatorie e turbative con lo scopo di balcanizzare quella terra e far fuggire quegli italiani. Lui voleva quelle terre ma non gli italiani. Per fare questo, pose in atto la seconda ondata di infoibamenti. La prima avvenne con l'Armistizio del 1943. Tito nazionalizzò tutte le proprietà, sia pubbliche che private. Le nostre case non potevano essere vendute, oppure cedute ai nostri eredi. Era una sorta di chiusura che concerneva la fede dei nostri padri: le chiese vennero chiuse e lo Stato si sostituiva a Dio. Non era concesso andare al cimitero con il conforto di un prete. Io avevo già perso un parente, un sacerdote, che venne evirato e i genitali gli vennero messi in gola. In spregio al suo ruolo, gli misero una corona di filo di ferro, spinato. Lo gettarono, ancora vivo, in una cava di bauxite al centro dell'Istria. Finì la sua vita nel suo martirio. Venne riesumato dalla foiba e nel 1945 potemmo fare i funerali nella chiesa di Gallesano. Ricordo un bagno di folla piangente e mio padre che mi stringeva la mano. Avevo 7 anni e lui non poteva presagire cosa sarebbe accaduto dopo. In una notte di maggio sentimmo dei colpi alla porta, fatti con il calcio di un mitra. Andò ad aprire mia nonna: quattro funzionari, cinque soldati partigiani slavi comunisti di Tito si presentarono alla porta. Con loro c'era un funzionario dell'Ozna. Salirono al secondo piano, dove c'era la camera di mio padre, e passarono davanti all'anticamera dove dormivo nel mio lettino. Avevo 9 anni".

"Vedendo i partigiani con il mitra mi spaventai e andai tra le braccia di mia madre - ha proseguito nel racconto - che tremava tutta e piangeva. Uno era in borghese e disse a mio padre: 'Alzati e vieni con noi, ti dobbiamo interrogare'. Mio padre era un negoziante, si alzò e vestì. Lo legarono ai polsi con del filo di ferro e con il calcio del mitra lo spinsero alla porta. Mia madre alzò la voce e gridò: 'Perché lo picchiate? Che male vi ha fatto quest'uomo?'. Gli rispose, quello in borghese: 'E voi non gridate, altrimenti questi si spaventano e vi sparano'. Noi piangemmo in silenzio. Finì nelle carceri di Pisino, nel castello dei Montecuccoli. Era una rocca abbarbicata sulla cresta di un monte che finiva con salto di 80 metri, nella foiba di Pisino. Mia madre andava da lui tutti i giorni e gli portava dei pacchi, la mia presenza qualche volte. Lo vedevamo dalla strada ed era in una cella con le sbarre di ferro all'ultimo piano. A uno a uno i prigionieri si affacciavano a salutare i familiari. Gli ultimi giorni di maggio, andai a salutare mio padre ma nessuno si affacciò. Un vecchio che passò di lì ci disse: 'Non cercateli più, non c'è più nessuno in questa prigione. Stanotte c'è stato un andirivieni di camion che arrivavano vuoti e ripartivano pieni. Hanno preso la strada che porta a Fiume e probabilmente vogliono processarli". Di 860 prigionieri al castello di Montecuccoli non arrivarono mai a Fiume, finirono nelle foibe vicine alla città di Rovigno. Io ricordo che in Istria il mezzo migliore per far sparire i propri delitti e gli italiani, a mio padre venne mossa proprio questa accusa oltre che a fascista e sfruttatore del popolo in quanto commerciante. Mia madre poco più tardi scoprì che a Carlovaz vi erano degli uffici dove venivano smistati i prigionieri civili e militari. Andò in quella città e un funzionario, in cambio di un paio di orecchini, le disse mio padre sarebbe tornato a casa entro pochi mesi. Ci fermò poi un funzionario che disse a mia madre: 'Fai troppe domande, sei finita nel registro dell'Ozna (la polizia di Tito, NdR). Ti porteranno ai lavori forzati e il bambino finirà in un collegio di rieducazione comunista'. Potete capire il terrore di questa donna che non voleva perdere il figlio. La sera stessa partimmo per Pola, dove c'era la famiglia di mia madre. Era occupata dopo 45 giorni di terrore, dove erano già sparite tante persone. Non passammo dalla strada e quella notte c'era un temporale spaventoso. Ma fu la nostra salvezza. Le ronde non chiedevano le generalità e chi cercava di passare i reticolati veniva ammazzato, con una scarica di mitra. Noi passammo e arrivammo salvi a Pola. Mia nonna ci vide e si mise a piangere. Aveva saputo che altre persone, erano scappate, erano state intercettate e ammazzati come cani. A Pola frequentai la quarta e la quinta elementari. La gente festeggiava la propria italianità e invocava il diritto di rimanere nella propria città. Cercava di influenzare i membri degli alleati affinché queste terre non andassero alla Jugoslavia. Avvenne però un attentato di proporzioni mostruose. Era stato scelto un club nautico, nel Porto di Pola. Lì c'erano accatastati 28 ordigni contenenti 9 tonnellate di tritolo. Intervennero gli artificieri che li neutralizzarono. Gli alleati erano talmente sicuri che non sarebbero esplosi che non misero nemmeno la guardia. Domenica 18 agosto del '46 la gente andò al mare e per la Manifestazione di italianità erano state organizzate delle gare di nuoto, remi e vela. Alle 13.45 quelle mine esplosero. Centodieci polesani, soprattutto giovani, che avevano avuto l'ardire di prendere i posti migliori morirono. Il mare era rosso e i gabbiani banchettavano con i resti dei corpi in acqua. Si venne a sapere che la mano, feroce, che aveva armato quelle mine era slava ed era il messaggio di Tito era chiaro, inequivocabile: italiani dovete andarvene".
"Da Pola partì il 98 per cento della popolazione - ha proseguito - e andò esule in Italia, dove non sempre venimmo accettati. Gli italiani non comprendevano che con le nostre terre avevamo pagato il prezzo della sconfitta dell'Italia. Al nostro arrivo ci dissero: 'Sporchi fascisti non vi vogliamo, il vostro posto è nelle foibe. Tornatevene da dove siete venuti'. Abbiamo aspettato 57 lunghi, anni affinché l'Italia riconoscesse i martiri delle foibe e l'esodo di 350mila italiani dalla Venezia Giulia, da Fiume e dalla Dalmazia. Quando venne istituito il Giorno del ricordo, Bruno Vespa invitò i rappresentanti delle varie forze politiche. Ognuno cantò la sua canzone e il coro che ne seguì fu incomprensibile. Si levò la voce di Andreotti che disse: 'Poiché il primo governo era composto da democristiani, comunisti di Togliatti e socialisti di Nenni, è stato un bene che non si parlasse ora di esodo e foibe perché con un'Italia da ricostruire, avevamo bisogno dell'aiuto di tutte le forze costituzionali. Se ne avessimo parlato avremmo dovuto discutere anche dei crimini commessi dai comunisti'. Ho cercato di farvi capire il nostro calvario per fare capire agli italiani l'ingiustizia di cui siamo stati vittime".

Pietro Tarticchio è stato salutato da un lungo applauso da parte del consiglio comunale. I lavori sono proseguiti con l'esecuzione degli studenti del Cardarelli di "1947" di Sergio Endrigo, nato a Pola. Sono seguiti altri elaborati dei ragazzi, sempre del Cardarelli, dell'Einaudi Chiodo, Del Fossati Da Passano. In coda alla seduta è stato riproposto anche il Va Pensiero interpretato dal tenore Eros Lombardo, che proprio un anno fa, cantò in Sala Dante. A chiudere, l'esecuzione dell'Inno alla gioia.

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