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Ultimo aggiornamento: Lunedì 25 Marzo - ore 22.11

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"Mediterranea", sentinella al confine dell'umanità

Il progetto di una nave che racconti quello che succede nel Mediterraneo, dove l'Italia e l'Europa giocano tra consenso politico e diritti umani negati. "I naufraghi preferiscono annegare che tornare in Libia per essere torturati".

tutti ne parlano, loro hanno visto
"Mediterranea", sentinella al confine dell'umanità

La Spezia - Hanno la sensazione che lì si giochi, in un certo senso, il destino del nostro tempo. Che quello che oggi si fa, si pensa e si dice in merito al fenomeno della migrazione attraverso il Mediterraneo sarà tra pochi anni il discrimine con cui la storia dividerà gli uomini e le donne di oggi tra chi aveva colto un'occasione e chi gridato alla minaccia. Tra chi avrebbe barattato il consenso elettorale per quello che è uno dei cardini delle società occidentali da secoli, ovvero la capacità di reinventarsi e di cambiare in accordo con le epoche per guidare sempre nuove stagioni di prosperità sociale ed economica. Un discorso che attraversa la politica trasversalmente, dal governo Gentiloni a quello Conte, con l'azione dei ministeri Minniti e Salvini.

Sono i volontari del progetto Mediterranea, una nave che si spinge in quel braccio di Mediterraneo dove si continua a morire per tentare di scappare da una vita di miseria e di sofferenze. Diverse decine di spezzini hanno partecipato oggi a un aperitivo di solidarietà per mettere carburante e provviste nella cambusa dell'imbarcazione che ha già svolto tre missioni da quando è nata. Non di salvataggio, ma da sentinella di quel confine d'Europa che in troppi fanno finta di non vedere. "La verità più importante che abbiamo colto è proprio che quella zona di frontiera a due passi dalle nostre coste è oggi del tutto abbandonata -spiega Giulia Sezzi - Non c'è un fermo dei migranti, che continuano a partire, ma piuttosto oggi lo fanno in una totale assenza di organi che tutelino l'umanità e l'incolumità di queste persone. Ci sono numerosissimi naufragi, più di 2mila morti solo tra quelli conosciuti ma molti sono quelli di cui non sappiamo nulla. E poi ci sono moltissimi respingimenti da parte della Guarda costiera libica in acque internazionali". Giulia ha 24 anni, studia filosofia all'Università di Bologna ma ha deciso di partire per rendersi conto di persona.

Filippo Miraglia è invece il responsabile immigrazione dell'Arci. "Io vedo la voglia di tante persone, giovani e meno giovani, alcuni che sono stati impegnati in passato e altri che sono neofiti, che cercano il modo di contrastare la deriva xenofoba e razzista che attraversa il Paese - dice dopo aver girato l'Italia in lungo e in largo - E' questo l'ambiente che permette al ministro Salvini di vietare a un gruppo di persone di scendere da una nave nonostante ci sia una precisa richiesta di un giudice in merito. Il consenso elettorale, i sondaggi, non possono giustificare un atto contro la giustizia in uno Stato che si basa sulla divisione dei poteri. I governi italiani di questi anni dovranno rispondere davanti a un giudice e alla storia delle proprie azioni", dice sottolineando come gli accordi con la Libia siano frutto del lavoro del governo Gentiloni.

Tripoli è dove l'Italia e l'Europa ha nascosto la polvere sotto il tappeto secondo Miraglia. Solo che i granelli di questa polvere sono vite umane. "Abbiamo concesso alla cosiddetta Guardia Costiera libica di lasciar partire dei disperati dopo averli detenuti e torturati, e gli diamo poi il modo di recuperarli e riportarli da dove erano salpati per un nuovo turno di sevizie. Questo, si sappia, viene fatto con i soldi dei contribuenti italiani. E chi pensa che salvare vite umane in mare significhi incrementare il fenomeno delle partenze, deve sapere che è proprio il contrario. Quello che succede oggi è che finanziamo degli aguzzini, delle bande, e in più non c'è nessuno che controlla quel tratto di mare. Neanche le navi mercantili, che se ne tengono a distanza per non dover assolvere all'obbligo di soccorrere eventuali naufraghi e quindi vedere il proprio commercio interrotto per settimane".

E' questa la realtà che Mediterranea ha testimoniato, ascoltando le comunicazioni dei migranti che promettevano via radio di buttarsi in mare piuttosto che tornare nelle mani delle motovedette libiche. La realtà da cui sono sfuggiti molti dei ragazzi che sono ospitati alla Cittadella della Pace a Pegazzano. L'iniziativa è infatti promossa sia dall'Arci che da Caritas che gestisce proprio il centro, oggetto anche della contestazione di gruppi neofascisti non molte settimane fa. Alcuni di quei giovani ospiti si esibiranno alla fine della presentazione in un concerto rap. "Grazie ai progetti di Caritas questi rifugiati hanno modo di fare cose - sottolinea Stefania Novelli, presidente di Arci La Spezia - Questo concerto è un'opportunità per loro ma anche per noi tutti. Abbatte i muri che spesso le persone percepiscono, muri che sono fondati sul nulla. Non c'è alcun pericolo dentro la Cittadella della Pace e non c'è alcun pericolo se questi ragazzi escono dalla cittadella stessa".

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