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"La Spezia nell'Ottocento era una delle città meglio difese al mondo" | Foto

Stefano Danese, storico e scrittore, tra i primi a ipotizzare la valorizzazione delle mura ottocentesche: "La cinta di sicurezza nacque per difendersi da un'eventuale invasione austriaca. Un patrimonio unico che potrebbe diventare un museo diffuso".

La Spezia - Con l'arrivo del tramonto, i ponti levatoi venivano tirati su e le porte chiuse. Dietro le mura e nei forti, i fanti armati di tutto punto, i cannoni, gli obici e le mitragliere facevano della Spezia la città meglio difesa d'Italia e forse di tutta Europa. D'altra parte, a pochi giorni di marcia sulle rive del Lago di Garda, c'era l'esercito austroungarico che avrebbe potuto anche cercare un blitz per conquistare una delle più importanti basi navali del Mediterraneo.
Storie di appena un secolo fa, che oggi sembrano ancora più lontane. Le mura di pietra che circondavano allora e che circondano ancora la piazzaforte spezzina, il suo centro storico e il suo arsenale, oggi vivono un altro tipo di assedio, ancora più tenace e molto più reale. Quello della vegetazione, che le ha ricoperte dopo l'abbandono avvenuto nel secondo Dopoguerra e che oggi nasconde alla vista forse il patrimonio storico e architettonici più importante della città.
“Un'eredità unica, sicuramente per l'Italia e forse per l'Europa intera. Per capire le dimensioni e l'importanza della cinta di sicurezza ottocentesca basta un dato: Roma era difesa da un dozzina di forti, la Spezia ne possedeva 42”. A parlare è Stefano Danese, presidente dell'associazione “Dalla parte dei forti” e profondo conoscitore delle fortificazioni otto-novecentesche della città e dell'intero Golfo della Spezia che ha raccontato in numerose pubblicazioni. L'associazione che presiede insieme a Saul Carassale si batte da anni per un recupero a fini turistici delle fortificazioni disseminate in tutta la provincia. Oggi che l'amministrazione ha varato il progetto del “Parco delle mura” (leggi qui), l'intuizione dell'associazione no profit sembra poter trovare corpo. Tre anni fa avevano infatti gratuitamente redatto un progetto di valorizzazione che è destinato a tornare di moda.

La cosiddetta “cinta di sicurezza” cos'era e in quale periodo storico è sorta?
“L'arsenale fu completato nella seconda metà dell'Ottocento e la cinta muraria attorno al 1880, quindi a meno di quindici anni dalla fine della Terza Guerra d'Indipendenza. Era un sistema di difesa da un'eventuale invasione da terra basato su mura armate di cannoni, mitragliere e batterie. Siamo abituati a pensare i nostri forti sempre rivolti verso il mare, ma non è così. Forte Castellazzo, che sorge dove le mura sono state tagliate nel 1906 per aprire la strada verso Sarbia, sorvegliava l'accesso al golfo dalla Valdurasca per esempio, e così ogni accesso al mare aveva un forte a presidio. Oltre a queste c'erano le cosiddette tagliate, di cui due ancora esistenti alla Foce e a Buonviaggio. In questo caso c'erano dei ponti retrattili che venivano ritirati meccanicamente durante la notte e in pratica interrompevano l'Aurelia prima e dopo la città”.

Ogni tanto si vedono ancora spuntare le mura brune qua e là attorno alla città. Un secolo fa cosa vedevano invece gli spezzini?
“La pietra con cui sono costruite è locale, veniva estratta presso la Castellana. Per creare le mura è stata usata la manodopera coatta, erano quindi i galeotti a lavorare i conci. Uno spezzino di fine Ottocento avrebbe visto qualcosa come cento e rotte bocche da fuoco attorno alla città, questo prima della Grande Guerra. A un certo punto l'artiglieria iniziò a scarseggiare sul fronte alpino e i pezzi spezzini furono smontati e portati a Nord. In ogni caso la cinta era ingegneristicamente pensata affinché ogni caponiera difendesse un pezzo di mura in modo da poter avere un fuoco incrociato a raso”.

La città era quindi tutta una grande piazzaforte, comprese le abitazioni civili. Una cosa che incideva anche sulla vita dei cittadini?.
“Delle sei porte della città, solo due sopravvivono. Si tratta di Porta Isolabella e Porta Castellazzo entrambe nella zona dei Colli. Poi c'erano Porta Rocca (vicino a dove c'è oggi il terminal per i crocieristi, ndr), Porta Genova sorgeva di fronte all'Osteria Caràn, Porta Vivera era situata presso l'attuale piscina Due Giugno e poi Porta Pegazzano. Erano dotate di un ponte levatoio, che la sera veniva sollevato: a quel punto nessuno entrava o usciva e la città rimaneva isolata. Presso questi accessi si pagava anche il dazio sulle merci”.

Esiste un patrimonio simile in Italia riferito a quel periodo storico?
“In Italia assolutamente no. Né Roma, né Venezia conoscevano un sistema di difesa simile. Parliamo di oltre 150 bocche da fuoco sopra i 28 centimetri, quindi una delle piazzaforte più munite di tutta Europa, se non la più munita, e quindi del mondo. Volendo approfondire il discorso se ne potrebbe parlare per ore. Diciamo che, a grandi linee, gli obici avevano un turo a curva per colpire i ponti delle navi e arrivare dietro ai rilievi collinari e i cannoni sparavano invece in linea retta verso le fiancate delle navi”.

Nel 1914 un pilota austriaco volò sopra l'arsenale e sganciò una bomba, questo ricordano i quotidiani dell'epoca. Si può dire che fu la fine di quel sistema di difesa?.
“In verità furono installate batterie contraeree già nei due anni successivi. Ma se la Spezia era stata assolutamente inviolabile prima dell'avvento dell'aviazione, da allora cambiò il modo di concepire la guerra e quindi la difesa”.

Qual è la vostra proposta per valorizzare le mura?
“Si può ricavare un percorso ciclopedonale che gira attorno alla città. In certi punti le mura sono percorribili anche camminandoci sopra. In ogni caponiera pensiamo potrebbe trovare posto un piccolo spazio espositivo in cui ricordare alcuni personaggi notabili che hanno operato in città. Guglielmo Marconi certamente, visto che fece i suoi primi esperimenti sulla radio proprio qui. Ma anche figure forse meno conosciute ma con storie molto interessanti. Per esempio Mario Calderara, primo uomo a volare su un idrovolante senza motore. Era un amico dei fratelli Wright e aveva ottenuto il disegno del loro aereo, lo aveva ricostruito e poi si era fatto trainare dalla corvetta “Alabarda” in mezzo al golfo fino a prendere il volo. L'atterraggio non fu proprio morbido e l'aviere fu salvato dall'annegamento. Questo è solo un esempio, senza dimenticare i tanti poeti che hanno soggiornato qua per cercare ispirazione. Ci sono decine di protagonisti della vita industriale e culturale della città da riscoprire e raccontare in quello che sarebbe una specie di museo diffuso lungo le mura”.

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