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"Il prete che ricordò i martiri messicani e che vide morire don Toso"

di Egidio Banti

"Il prete che ricordò i martiri messicani e che vide morire don Toso"

La Spezia - La presentazione dell’ampio volume di Lucio Scopsi sulla storia dell’intrattenimento a Sarzana, avvenuta di recente nel cortile del Seminario vescovile sarzanese, ha consentito, tra l’altro, di riportare l’attenzione sulla figura di un sacerdote diocesano del Novecento, poi morto in Argentina nel 1967: don Carlo Scattini. Don Scattini, la cui famiglia era originaria della Val di Vara, in Argentina era nato, nel 1906, a Carmen do Patagones, dove i suoi genitori erano emigrati, come tanti conterranei, all’inizio del secolo. Tornato in Italia, era entrato in seminario a Sarzana ed era stato ordinato prete dal vescovo Giovanni Costantini il 29 maggio 1929. L’accurata ricerca di Scopsi ce lo presenta, a sorpresa, come poeta e scrittore. Apprendiamo così che nel 1930, un anno dopo l’ordinazione, don Scattini aveva dato alle stampe a Sarzana, nella tipografia Canale, “Eroismo messicano”, “dramma in un prologo e tre parti” dedicato alla figura di Joaquim Silva e di Manuel Melgarejo: il primo di venticinque anni, il secondo solo di diciassette, furono i “protomartiri” del lungo calvario della Chiesa messicana al tempo delle persecuzioni imposte dal presidente Plutarco Elias Calles. Il barbaro omicidio dei due giovani dell’Azione cattolica avvenne nel 1925. Negli ultimi anni le vicende dei “Cristeros”, i messicani che combattevano per la loro fede nel nome di Cristo Re, è stata riportata all’attenzione dal film “Cristiada” di Dean Wright. Ma nel 1930 pochi ancora la conoscevano. Don Scattini, grazie alla sua conoscenza della lingua spagnola ed all’interesse per quel continente, fu quindi uno dei primi, se non il primo a scrivere un testo teatrale relativo al martirio dei giovani uccisi o torturati per la propria fede. Un altro suo testo, scritto nel 1944 in un contesto ben diverso e per testimonianza diretta, ci conferma come don Scattini fosse fermo e deciso nel battersi per la libertà della Chiesa e contro ogni persecuzione. Durante l’ultima guerra egli era parroco e vicario foraneo di Levanto. Per questo, il 12 agosto, fu tra i primi ad accorrere a Lavaggiorosso, piccolo paese della zona, dove gli alpini mussoliniani della “Monterosa” avevano appena fucilato, senza alcuna accusa documentata né processo, il parroco del luogo don Emanuele Toso. Tornato in sede, scrisse per il vescovo Giuseppe Stella un resoconto molto duro, in cui si parla apertamente di “sacerdote martire”: ‘Possa anche il tuo sacrificio contribuire a quella pace degli animi tanto attesa e supplicata’. Don Toso come i giovani messicani di vent’anni prima ... Don Scattini, fu poi parroco alla Spezia, nella parrocchia dei Santi Giovanni ed Agostino, e nel 1948 tornò poi in Argentina, cancelliere vescovile nell’arcidiocesi della Plata. Don Toso, invece, sarà ricordato anche quest’anno, mercoledì prossimo, con una Messa alle 10 nella chiesa di fronte alla quale venne ucciso.

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