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"E' sul 25 aprile che si fonda, anzitutto, la nostra Repubblica"

il discorso di giorgio cozzani
"E' sul 25 aprile che si fonda, anzitutto, la nostra Repubblica"

La Spezia - Rivolgo un saluto al Sig. Prefetto, al Sig. Sindaco, a Sua Eccellenza il Vescovo, ai cari partigiani qui presenti, alle autorità civili, militari e religiose e a tutte le associazioni partigiane. Rivolgo un ossequio al nostro Tricolore, ai labari e ai gonfaloni, simboli della nostra Patria libera e democratica. Celebriamo oggi l’anniversario della nostra Liberazione, il giorno in cui, anche tra le nostre colline e le nostre vallate, giunsero a pienezza e compimento le gesta di tanti eroi durante gli anni della dittatura: azioni che furono ispirate da sentimenti e da ideali contro il fascismo, il nazismo e il totalitarismo, e che hanno poi prodotto, con intensa partecipazione, la guerra partigiana. E' sul 25 aprile, su questa data, che si fonda, anzitutto, la nostra Repubblica. E' nel percorso, arduo ed esigente, che va dall'8 settembre 1943 alla Liberazione che troviamo le ragioni della ripresa d'Italia.

Un'Italia divisa fra: il Regno del Sud e il governo Badoglio; le amministrazioni alleate nel Mezzogiorno; il Terzo Reich che occupava, a partire da Napoli, il resto d'Italia, annettendosi addirittura l'Alto Adige, il Friuli e la Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia; sino alla sciagurata avventura di Salò. Un Paese lacerato, smembrato e umanamente dilapidato.
Un'Italia che aveva perso l'unità, così faticosamente conquistata con le guerre d'Indipendenza. Un'Italia che aveva visto sfumare la propria indipendenza. Un'Italia devastata dalla guerra nelle sue macerie materiali e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista nelle sue macerie morali, con la perdita, anzitutto, della libertà e della dignità intrinseca di ogni essere umano.

Contro tutto questo si levarono le coscienze limpide del nostro Paese: patrioti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore; militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che difesero il senso dell'onore e onorarono la Patria con sacrificio, talvolta con vero e proprio eroismo; donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, né per ragioni di condizione sociale. Lì - dalle loro convinzioni e dai loro comportamenti - è nata la Repubblica. Dalla necessità di trasfondere l'anima autentica del Paese nell'ordinamento dello Stato. Di riannodare l'idea di Italia, così oltraggiata, ai sentimenti nobili e alti del suo popolo. Di conferire significato alla condizione di cittadinanza, come forma di integrazione civica e democratica, nel passaggio da "sudditi" a "cittadini", nel riconoscimento del diritto naturale di ogni Uomo alla libertà, alla solidarietà e alla felicità.

La provincia della Spezia non è stata da meno nell’offrire un grande contributo umano e di lotta alla Liberazione italiana: la medaglia d’oro alla Resistenza che onora il Gonfalone della Provincia lo testimonia. La situazione alla Spezia all’8 Settembre del 43 era sicuramente molto grave. La città era stata oggetto di bombardamenti e di distruzioni vista la sua natura di Base Navale. Le infrastrutture militari erano distrutte. Molti civili e militari avevano trasferito le
famiglie nell’entroterra sia per sfuggire ai bombardamenti sia perché lì esisteva una maggior disponibilità di rifornimenti alimentari. Si arriva così alle giornate dal 20 al 23 aprile 1945.

Informato dell’inizio dello spostamento verso Genova delle forze nazifasciste il colonnello Fontana dava l’ordine alle Squadre di Azione Patriottica, le SAP, di venire allo scoperto. L’ordine veniva eseguito e il 23 aprile 1945 tutte le SAP presenti attaccarono i residui degli occupanti sia in città sia nelle zone limitrofe. Alcuni gruppi in particolare occuparono i principali edifici: Poste, Comune e Prefettura. Fasoli scrive “non fu una mera occasionalità …. se i
primi uomini che misero piede nel Palazzo del Governo furono gli uomini delle Squadre di Azione Patriottica in cui erano confluiti molti militari nella clandestinità agli ordini del Comandante Bussolino”. Ed è infatti proprio il
capitano Bussolino che si installa in Prefettura in attesa che il Comitato di Liberazione Nazionale spezzino scenda dai monti e assuma i poteri.

La sera del 23 aprile arrivava il maggiore Gordon Lett, Ufficiale britannico inviato in avanscoperta dal Comando della Divisione Buffalo perché prendesse contatto con i partigiani e quindi ci fu l’incontro col capitano Bussolino in Prefettura. Nella notte arrivarono i reparti della V° Armata che potevano così entrare in una città già liberata e proseguire verso Genova senza incontrare praticamente ulteriore resistenza. Il ruolo e l’autorevolezza morale e politica di personalità come il colonnello Fontana e altri eroi di quelle giornate cruciali per l’Italia li abbiamo ricordati proprio pochi giorni or sono: l’esperienza e le gesta del Comando della IV° Zona Operativa Liguria sono patrimonio e fondamenta della storia repubblicana della nostra comunità.

Il significato della guerra di Liberazione e dell’importanza cruciale che la sua esperienza e i suoi eroi non siano mai dimenticati, li ho ritrovati nelle parole che Sandro Pertini, il Presidente partigiano di cui ricorre quest’anno il quarantennale di elezione, ebbe occasione di pronunciare alla Camera dei Deputati e che voglio oggi fare mie.
Sandro Pertini, in quella occasione, ammoniva affinché il Governo si adoperasse per far conoscere ai giovani in che cosa consistevano le allora spedizioni fasciste, la loro barbara opera di distruzione, i loro crimini.

Diceva Pertini: «Bisogna far conoscere come sono stati assassinati Piccinini, Di Vagno, Matteotti, Console e Pilati, quest’ultimo assassinato dinanzi alla moglie e ai figli che in ginocchio imploravano pietà dai fascisti; …come fu ucciso un mite e puro sacerdote di Cristo: Don Minzoni; la morte straziante di Gastone Sozzi, ucciso lentamente con clisteri di tintura di iodio; la fine di Maurizio Giglio, cui furono strappate ad una ad una le unghie dei piedi con il vano proposito che denunciasse i suoi compagni». Pertini richiamava alla nostra memoria alcuni passaggi tratti dalle lettere di martiri partigiani: «Scriveva don Aldo Mei: “Muoio vittima dell’odio che tiranneggia nel mondo. Muoio perché trionfi la carità cristiana”. Scriveva ciò alcune ore prima di essere fucilato, il 14 agosto 1944».

Riprendendo i passaggi di quelle memorie, terribili nella loro crudezza ma anche ammirevoli nell’esempio di amore di Patria che ci hanno lasciato, desidero concludere con l’appello che lo stesso Pertini ripeté allora e ci lancia tutt’oggi:
«Ecco perché noi anziani guardiamo fiduciosi ai giovani e quindi al domani del popolo italiano. Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso, alle loro
valide mani affidiamo la bandiera della libertà e della giustizia, perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto.»

Viva il 25 Aprile!
Viva l’Italia Libera e Democratica!

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