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Ultimo aggiornamento: Venerdì 17 Agosto - ore 22.47

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"Bersagli umani durante la campagna di Russia"

Ieri la commemorazione ai giardini monumentali della battaglia di Nikolajewka. Bellissime e significative le testimonianze dei nostri lettori: "Chi è ancora al mondo ricorda tutto".

i nostri lettori raccontano
"Bersagli umani durante la campagna di Russia"

La Spezia - Settantacinque anni dopo, il ricordo della battaglia di Nikolajewka è ancora vivo. A tenerlo alto, fra i primi, è l'inossidabile gruppo dell'Ana della Spezia che il 4 febbraio di ogni anno organizza la commemorazione.
E puntualissima, ieri, si è tenuta la cerimonia dalle 9.30 ai giardini storici della città, malgrado la giornata non certo soleggiata e temperata. Dopo l'alzabandiera si è poi tenuto un concerto della fanfara alpina Ana “Versilia”, sul palco della musica. Alle 11.30, terminata l'esibizione musicale e deposta una corona di fiori al monumento dedicato ad "Alberto Picco", i convenuti hanno sfilato per le vie del centro fin sotto la Cattedrale di Cristo Re, dove la messa è stata celebrata da Monsignor Luigi Ernesto Palletti. Dopo la cerimonia religiosa, in piazzale del Marinaio, è stata deposta una corona al monumento ai caduti di tutte le guerre a cui è seguito il saluto delle autorità presenti.

I nostri lettori raccontano. Furono tantissimi gli spezzini che partirono. E, come ricordato ogni anno, almeno cinquecento di loro non sono mai tornati. Altri invece riuscirono a farlo e ne portarono, o ne portano, ancora i segni addossi. In questa strana epoca fatta di like e istantanee, commenti e condivisioni, c'è spazio anche per ripercorrere un capitolo doloroso di tante famiglie, attraverso i preziosissimi racconti dei nostri concittadini. Sulla nostra pagina Facebook, che si avvia a superare i 50mila fans, sono stati i commenti davvero molto significativi, nei quali sono emerse le storie di tante famiglie spezzine. Cosa fu per loro la Campagna di Russia? “Mio nonno fu uno dei pochi a tornare a casa - scrive Francesco Battistini - . Ricoverato a Verona e giudicato inguardabile, dopo mesi, rientrò a piedi passando per i monti. Barattava il cibo per le sigarette e vide morire molti dei suoi compagni dal gelo, dal fuoco nemico e dalle ruote dei camion italiani”.
Non solo il gelo, gli italiani erano veri e propri bersagli umani. Maurizio Melis scrive: “Mio nonno mi raccontò che erano bersagli umani, vestiti di verde in mezzo alla neve e i Russi di bianco li vedevano arrivare da lontano, con scarponi che erano inadeguati, il freddo patito era incredibile lui fu ferito e tornò in Sardegna e gli ultimi anni della sua vita si trasferì a Spezia e mi disse che si ricordava di questa città perché partì da qui per la Russia”.
“Purtroppo la maggior parte morì di stenti e non in combattimento - è Riccardo Roffo a raccontare la sua testimonianza -. Presi prigionieri le marce forzate imposte dai sovietici e i successivi campi di prigionia finirono per decimarli. Lo scarso equipaggiamento fu letale anche a quelli che marciarono in ritirata, senza mezzi motorizzati e con i tedeschi che si ritiravano con molta più velocità. Fu un errore di valutazione credere come sempre che i tedeschi vincessero facile e noi potessimo prenderne i frutti improvvisando un corpo di spedizione come l'Armir”. Nell'orrore c'era spazio anche per la pietà, l'aneddoto è della lettrice Patrizia Rinaldi : “Mio zio paterno, tornò e disse che le donne russe regalavano loro del pane”.

Col passare dei mesi alle famiglie d'origine arrivavano sempre meno lettere, poi le corrispondenze si interruppero d'improvviso. Giulia Veschi a proposito del pro-zio racconta: “Adriano Veschi era tra loro. Ventenne, abitava al Termo col padre ed i fratelli (tra cui mio nonno, all’epoca adolescente), era anche antifascista. Ma soprattutto era un giovane che voleva semplicemente vivere. Tutto quel che resta di lui su questa terra sono trentasei lettere spedite alla sorella adorata e ai tre fratelli. Scritte con quello stile un po’ severo di chi non ha tanta confidenza con carta penna e aggettivi.  Chiedeva notizie della nipotina chiamata Adriana come lui, chiedeva della salute del babbo e ringraziava per i pacchi di sigarette ed indumenti che gli erano stati inviati. Poi la Russia, il “generale inverno”, la ritirata, le temperature polari. E Adriano ha smesso di scrivere e non è più tornato al Termo dove faceva il barbiere”. E poi c'è chi non è più tornato, oppure chi con un coraggio da leone tornò a piedi. Rita Lombardi: “Mio nonno non tornò.. mia nonna rimase vedova a 25 anni con due bimbi piccoli”. Bruno Bracco scrive: “Il compagno di mia madre è uno di quelli tornato a piedi dalla Russia, è sempre vivo e si ricorda tutto. Abita alla Spezia”.

La battaglia di Nikolajewka. Sul fronte russo, dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla testa di una colonna di 40mila uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka. Forti del tradizionale spirito di corpo gli alpini del generale Reverberi, dopo una giornata di lotta, espugnarono a colpi di fucile e bombe a mano il paese annientando gli agguerriti difensori annidati nelle case. 
Quando ormai stavano calando le prime ombre della sera e sembrava che non ci fosse più niente da fare per rompere l'accerchiamento, il generale Reverberi, comandante della Tridentina, saliva su un semovente tedesco e, incurante della violenta reazione nemica, al grido di "Tridentina avanti!" trascinava i suoi alpini all'assalto. Dopo Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino a Bolscke Troskoye e a Awilowka, dove giunsero il 30 gennaio e furono finalmente in salvo. 

Il martirio. Dei 229mila italiani che componevano l'Armir, l'Armata italiana in Russia voluta da Benito Mussolini, quasi la metà non fece mai ritorno a casa. Male armati e non attrezzati contro il freddo russo, andarono incontro al massacro. I caduti spezzino accertati nella Campagna di Russia furono 519. Il più giovane è Mario Ruffini, nato alla Spezia il 6 giugno del 1925 e disperso dal 17 dicembre del 1942 all'età di 17 anni in località non nota.

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