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Ultimo aggiornamento: Venerdì 22 Marzo - ore 12.04

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"Aiutarli a casa loro", c'è chi non ne fa solo uno spot

Il medico Luigi Liguori, consigliere comunale di Leu, è in Etiopia con l'associazione Medici in Africa. "Malnutrizione, Aids, cancro, malaria e tbc: qui la mortalità infantile è paurosa. Qui, dove l'amore è indistinto, trovo davvero la mia anima".

volontario in etiopia
"Aiutarli a casa loro", c'è chi non ne fa solo uno spot

La Spezia - "Vi scrivo da Mekalle, mi trovo a 780 chilometri a Nord di Addis Abeba e ad un altitudine di 2000 metri circa. La città dove mi trovo è la capitale del Tigrai, un'affascinante regione dell'Etiopia, considerata una porta della misteriosa e lunare Dankalia. Qui peraltro si vanificarono con una sonora sconfitta le prime velleita' coloniali italiane alla fine dell '800". Inizia così il racconto di un'esperienza sul campo del medico spezzino Luigi Liguori, consigliere comunale di minoranza, eletto nelle amministrative 2017 tra le fila di Leu. Liguori fa parte dell'Associazione Medici in Africa che in occasione del periodo di volontariato, cerca di far acquisire al personale cooperante quelle conoscenze specifiche delle problematiche sanitarie locali e nel di portare nei distretti più periferici competenze più professionali mancanti.

Mentre in Liguria facciamo i conti con i capricci del tempo, nel Tigrai la temperatura è certamente più piacevole ma se parliamo di problemi quotidiani allora si apre un mondo parallelo che forse è bene conoscere, leggendolo storytelling di Liguori: "Qui a fronte di circa 6 milioni di abitanti si contano pochissimi ospedali, ma ben 157 case di salute rurali che coprono la maggior parte degli interventi sanitari. Il problema è che nelle case rurali non ci sono medici e, nonostante tutti i limiti materiali, igienici e professionali solo infermieri che comunque con grande maestria cercano di fronteggiare le piaghe sanitarie africane".

Di cosa si muore da quelle parti?
"Ci sono purtroppo tanti motivi. Dalla malnutrizione all'Aids, dal cancro della cervice uterina a quello della mammella, dalla tubercolosi alle drammatiche dissenterie, dalla malaria alle malattie tropicali per lo più sconosciute al personale sanitario che opera in Italia".

Che situazione ha trovato la prima volta che è andato in Etiopia?
"Ciò che mi ha stupito sin dall'inizio è che qui, nonostante la volontà politica di migliorare l'organizzazione sanitaria nazionale, i malati pagano e mi hanno spiegato che non potrebbe essere altrimenti data la carenza di fondi governativi. La malattia dunque è vissuta con doppio sgomento e porta spesso i soggetti piu' poveri a vendere i pochi attrezzi di lavoro, precipitando quindi in uno stato di incerta sopravvivenza. Per fortuna, a volte, la malattia di un singolo è vissuta come un problema collettivo della comunità dove egli vive. Le sue cure vengono pertanto supportate da collette dei conoscenti. I prezzi delle prestazioni sono naturalmente irrisori se proporzionati alle nostre disponibilità (pochissimi euro), ma per un paese così povero possono rappresentare il passaggio tra la vita e la morte dato che molte persone, non potendo disporre di quei pochi Bir necessari, abbandonano le cure spesso necessarie o indispensabili per la loro guarigione".

Che riflessione le porta tutto questo?
"Beh, viviamo in un mondo ineguale, il 2% del capitale del 10% piu' ricco della popolazione mondiale basterebbe per risolvere il problema della povertà non solo dell'Etiopia ma di tutto il mondo, con oltre 600 milioni di persone coinvolte. Il tasso di mortalità infantile in Italia e' di tre su mille nati vivi, in Africa si va dai 100 ai 200 a causa di infezioni generalmente infettive che si potrebbero trattare e risolvere se adeguatamente curate. La mortalità infantile cresce anche a causa delle tremende pandemie di Tbc ed Aids. Trecento anni di schiavismo, il susseguente colonialismo con relativo saccheggio e le successive guerre civili oltre ai conflitti interetnici hanno messo in ginocchio l'Africa non solo dal punto di vista economico ma soprattutto culturale. La sanità è praticamente allo sbando, con molte realta' affidate unicamente a congregazioni missionarie. La maggior parte della popolazione vive in una condizione igienica ed abitativa precaria che rende questo continente una pentola sempre pronta ad esplodere con epidemie gravissime".

E poi?
"La carenza di personale sanitario con un numero di medici di oltre 1000 volte inferiore la media occidentale, una spesa sanitaria pro capite che in Italia supera i 2000 dollari mentre in Etiopia e' di solo 4 dollari, l'analfabetizzazione che qui supera l'80% ed una povertà estrema che colpisce oltre il 50% della popolazione, creano le condizioni perché l Africa sia una bomba ad orologeria per quanto concerne le epidemie. La malnutrizione in Africa incide per circa il 40% della mortalità infantile provocando il decesso di circa 10 milioni di bambini all'anno sotto i 5 anni. Agisce lentamente e silenziosamente rallentando lo sviluppo fisico ed intellettivo del bambino ed erodendo la capacità dell'organismo di reagire con successo ad infezioni ed alle malattie. Dopo la malnutrizione, la malaria e la tubercolosi e' giunta anche l'infezione da Hiv a dare il colpo di grazia alla fragile condizione sanitaria di questa gente diventando non solo la prima causa di morte ma provocando il formarsi di ben 12 milioni di orfani indirizzati da subito verso gli stenti piu' atroci.".

La popolazione peraltro aumenta.
"Nonostante tutto questo disastro in Etiopia si ha un incremento demografico elevatissimo: oltre 4,5 bambini vengono messi al mondo per ogni famiglia. A questo contribuisce soprattutto il bisogno di avere dei figli una volta diventati anziani data la totale mancanza di programmi previdenziali che tutelino la tarda età. Nonostante tutto questo risulta paradossale bisogna prendere atto che l'Africa è il continente più ricco del pianeta possedendo i 3/4 del patrimonio mondiale con le sue risorse minerarie e petrolifere attualmente sfruttate prevalentemente da multinazionali estere che purtroppo non si fanno scrupoli a mettere in atto un capitalismo esasperato e senza alcuna pietà".

C'è una speranza per gli etiopi, per gli africani?
"Io penso che nell'anima di ciascuno di noi ci sia un luogo che ci attende, un posto dove si ritrovi la chiarezza smarrita del nostro percorso ed il senso della propria vita. Questo luogo va cercato anche con sofferenza e sacrificio, ma dev'essere raggiunto se si vuole dare significato profondo e spirituale alla nostra esistenza, se si vogliono capire gli errori commessi ed i dolori vissuti, se si vuole accettare se stessi. E' un percorso tortuoso e difficile che porta a conoscere finalmente quel luogo dove l'amore è indistinto. Per me l'Africa è tutto questo: un posto dove mi riconosco, dove rispecchio la mia anima e la mia storia, dove so di trovare l'essenza dei sentimenti nel bene e nel male, dove i valori contrastano con la violenza, dove il tempo è solo il presente, dove la bellezza compete con la durezza, dove l'umanità urla magnificamente di vita ed urla drammaticamente di morte".

Perché ha scelto proprio l'Etiopia?
"Sono ritornato in Etiopia dopo tre anni. Mi aveva colpito già alla prima occasione per le sue incredibili etnie così fiere e così selvagge. In passato ero andato nella zona dell'Omo River, ai confini con il Kenya per osservare le usanze della tribù dei Mursi, popolo guerriero noto per l'uso che le loro donne fanno del piattello labiale. Ero rimasto sconcertato per l'assoluta carenza di assistenza sanitaria di quei territori. Per questo appena ho potuto sono ritornato in questo paese. Volevo capire ancora meglio la realtà e soprattutto cercare di dare un mio piccolo contributo, goccia nell'oceano di questa disperata situazione sanitaria".

Quanto sarebbe importante che tutti toccassero con mano ciò che lei sta vedendo?
"Partire per un esperienza di cooperazione da la possibilità di vivere a stretto contatto con questa gente, consente di accrescere la propria sensibilità e di ricevere molto di più di quanto si possa dare. È un esperienza che cambia la vita, che fa ritrovare l'importanza dei valori semplici ed essenziali, che allontana dalla mente i bisogni superflui, che riporta all'essenzialità della vita, al significato più importante e grande di umanità, all'amore più genuino. È stato bellissimo e con un sapore assolutamente nuovo vivere e lavorare a contatto con una moltitudine di gente semplice e povera che comunque mi trasmetteva fiducia e serenità, nonostante le gravi malattie di cui erano affette. Mi sono sentito finalmente in linea con quelle che erano le mie aspirazioni ed intenti quando mi ero iscritto alla facoltà di medicina tanti anni fa. Per non parlare dei bambini delle emozioni che ci regalano ogni momento".

E i bambini, quelli che gironzolano tutti i giorni?
"Sono tantissimi e giocano con oggetti che non ti aspetti. Adattano vecchi pneumatici, una bottiglia vuota di plastica diventa una palla per giocare a calcio e pezzi di legno si trasformano nelle loro mani, magicamente, in bamboline o asinelli. I bambini sono ovunque, li senti schiamazzare e ridere ad ogni angolo, sono la parte più bella di questi posti, sempre allegri e vivaci e pronti a salutarti con allegria. Credo di aver fatto l' indigestione di sorrisi ed il pieno di abbracci a cui non ero ormai piu' abituato. Ho anche assistito a molte nascite, tutte vissute con grande emozioni e mi è anche capitato di partecipare alla rianimazione di un neonato che sembrava non riuscisse a farcela".

Come andò?
"In quel momento, mentre si tentavano le dovute manovre ed il bambino non sembrava dare segni di vita, ho anche pensato alla situazione italiana attuale, al grande odio che imperversa oggi nel nostro paese, ho pensato a tutta la gioia che molti italiani stanno perdendo a causa di scelte politiche scellerate che inducono un accantonamento della disponibilità umanitaria. Ho pensato poi, mentre i secondi scorrevano inesorabili senza segnali vitali, forse anche per consolarmi, che in fondo il destino di quel bambino non sarebbe stato meno miserabile e difficile di quello dei suoi poveri genitori e non solo, avrebbe forse anche potuto imbattersi nel corso della sua esistenza in qualche umiliante episodio razzista. Ho pensato quindi a quanta strad ci sarà ancora da fare prima di ridare nuovamente speranza ed un futuro ai bambini africani e mentre eravamo ormai rassegnati a perdere il piccolino, ecco che lui, con uno scatto felino si riprendeva la vita strillando vigorosamente per annunciare la sua presenza al mondo. Ed allora, preso dalla commozione, ho pianto anch'io gioia e speranza".

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Donne etiopi in attesa
Una casa rurale per l'assistenza malati in Etiopia


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