Un festival non si nega a nessuno
di Salvatore Di Cicco
- Una volta se parlavi di festival pensavi solo a quello, al festival di Sanremo. Fin troppo, dirà qualcuno. Erano tempi duri, quelli seguiti alla guerra, quando non era facile mettere insieme il pranzo con la cena. Voglia di divertirsi ce n’era, come sempre, ma non tutti e non sempre potevano permettersi questo o quel passatempo. Il festival, quello di Sanremo appunto, serviva anche a questo; a dimenticare i problemi di ogni giorno e divertirsi un po’.
Oggi, quando parliamo di festival facciamo fatica a mettere insieme nomi, luoghi, persone e date perché dal primo all’ultimo giorno dell’anno s’intrecciano e s’accavallano senza lasciare il tempo di riflettere, di programmare, di scegliere. Basta uscire di casa e trovare il primo festival dietro l’angolo: di musica o di teatro, di letteratura o di filosofia, di cinema o di economia. Se poi alziamo lo sguardo per vedere oltre frontiera, il panorama si arricchisce di altre forme, di altri nomi, di altre prospettive. Manifestazioni che richiamo folle di intellettuali, occasioni di cultura ma anche di turismo e quindi anche di economia. Insomma, un “giro” che produce ricchezza al di là delle prospettive iniziali. Là dove esisteva (ma anche dove non esisteva) una piccola luce di cultura locale si trova il modo di mettere in moto quel processo che coinvolge città intere sotto un solo nome, quello del Festival. Spesso, sotto quel nome la città torna a nuova vita, richiama l’attenzione dei media e si propone come “culla” di una cultura magari posticcia, forse un po’ superficiale ma comunque degna dell’attenzione dei più.
D’estate, poi, i festival hanno superato per quantità quello delle sagre perché questa nuova forma di promozione si presta sicuramente a qualificare le città, sempre alla ricerca di qualcosa in più rispetto ad altre e per questo desiderose di proporre un “menù” più appetitoso.
Ora, se tutto ciò è accettabile e funzionale alla crescita culturale di una comunità, non si può non notare l’eccesso che coinvolge personaggi spesso poco sensibili alla cultura in senso lato e più attenti a sfruttare certe situazioni che si prestano anche a vantaggiose operazioni di carattere economico. E finché le cose vanno in un certo senso, anche questo aspetto viene spiegato e giustificato per il suo necessario intreccio con l’aspetto culturale delle manifestazioni legate alla città. Quando però viene meno il sostegno istituzionale (e, di conseguenza, economico) quello che si chiamava Festival perde rapidamente il suo “appeal” e quasi sempre è destinato all’oblio. Allora vengono fuori vecchi scheletri di colore politico diverso ma con lo stesso osceno elemento comune, cioè la speculazione legata a filo doppio a quei personaggi che sembravano entusiasti dell’aspetto “culturale” di quel dato Festival e che invece, si scopre, cercavano solo vantaggi personali.
Questa, purtroppo, è storia che si ripete ogni giorno ad ogni livello. Finché c’è da mungere, tutti propongono e dispongono a favore del territorio. Quando poi non è più il tempo delle vacche grasse gli stessi personaggi si defilano, scompaiono e magari lanciano un altro Festival in un’altra.
Sabato 3 settembre 2011 alle 10:00:56
SALVATORE DI CICCO
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