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Riprendersi il mare e la città

di Salvatore Di Cicco

Riprendersi il mare e la città

- Il grido di dolore lanciato sabato scorso dall’architetto Tarabugi e non può e non deve rimanere inascoltato. Per un semplice motivo: perché non bisogna perdere altro tempo. Per cosa, direte voi. Ma è semplice: per la riconquista della città. Gli spezzini hanno per troppo tempo demandato ad altri, ai “foresti”, il compito di proporre e realizzare quello che serviva allo sviluppo della propria città. Dimenticando che in questi e in molti altri casi l’interesse privato (o di un pubblico poco attento alle ricadute sociali) sarebbe stato predominante sull’interesse pubblico. Perché dobbiamo capire che laddove c’è un interesse pubblico ci deve anche essere qualcuno che controlli che questo interesse pubblico venga perseguito fino in fondo.
Ora che non è pià il tempo delle vacche grasse qualcuno si accorge, finalmente, che i diritti dei cittadini nel loro complesso sono più importanti di quelli dei singoli e che la città deve tornare ai suoi legittimi “proprietari”. E se la città è una città di mare come Spezia, ciò significa che il mare, soprattutto, deve tornare nella disponibilità dei suoi cittadini. In molte città di mare, per fare un tuffo tra le onde basta fare pochi metri e si è già sulla spiaggia o sugli scogli. A Spezia bisogna fare chilometri per fare il bagno e per questo bisogna per di più pagare il biglietto d’ingresso come al cinema o allo stadio.
Tutto ciò non è più accettabile. Non è più accettabile che il cittadino subisca passivamente scelte fatte senza la sua partecipazione (vedi waterfront) o addirittura imposte da privati che con la vecchia “bandiera” dei posti di lavoro (tutti da verificare) si appropriano del mare e lo cementificano a loro uso e consumo (vedi le banchine del porto).
Il progresso, purtroppo, ha portato con sé una catena di “effetti collaterali” di cui non è facile liberarsi. Uno di questi è la risuzione sempre più evidente, di quesgli spazi vitali alla crescita dei singoli e della società. Il richiamo ai muri e al filo spinato che separano la città dal suo mare è più che opportuno per riflettere sul fatto che qui non ci sono due diverse concezioni del modo di vivere e non ci devono per questo cortine di ferro a segnare tali differenze.
La proposta di instaurare un rapporto nuovo con la Marina per proporre un diverso utilizzo delle aree dismesse appare perciò, oltre che di buon senso, una indicazione funzionale alle strategie da trovare per venir fuori dalla crisi che pur essendo globale trova nei suoi aspetti locali il primo elemento per cercare una soluzione valida per tutti.
A parte questo elemento contingente, però, quello che salta all’occhio è proprio questo spirito nuovo che sembra aleggiare sulla città. Anche le prime avvisaglie di un nuovo “rinascimento” della Spezia sembrano ancora timide staffette di un sentire comune, vale la pena insistere su questo desiderio che si avverte ormai irrefrenabile. Vogliamo cioè dire che non bisogna aver timore di esprimere le proprie opinioni, anzi. A volte basta un segnale, sostenuto poi da un messaggio chiaro e preciso, per suggerire e veder realizzato un sogno che altrimenti rischia di rimanere per sempre tale.

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