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Parole, parole, parole...

di Salvatore Di Cicco

Parole, parole, parole...

- Le parole servono per comunicare. Dette o scritte, sono il mezzo di comunicazione più diretto tra le persone. Per questo la conoscenza delle lingue, oggi come ieri, diventa un valore aggiunto nel bagaglio culturale (e non solo) per chi cerca un lavoro e una sistemazione per la vita.
Molte volte, però, le parole vengono usate a sproposito, o meglio intenzionalmente, più per confondere gli altri che per meglio chiarire il proprio pensiero. Ecco dunque l’uso (meglio, l’abuso) di termini stranieri che il più delle volte non sono indispensabili e servono, appunto, più a confondere che a chiarire il pensiero.
Prendete i termini che ogni giorno fioriscono sulla bocca dei politici: spemdig review, governance e simili. Il tutto condito da un sorriso che aiuta a “traghettare” la parole verso il ricevente (cioè noi) dando per scontato la loro comprensione. Ma così non è e quando pure abbiao l’impressione di aver capito, state certi che alla fine non sapremmo a nostra volta spiegare il significato di certi termini. Eppure, facciamo finta di nulla – magari per timore di non sentirci all’altezza – e ripetiamo parole di cui non conosciamo il significato nella convinzione di non essere fuori dal “giro” e di essere parte di una comunità che pure non ci tratta rispettando la nostra individualità come componente indispensabile della società.
Parole, parole, parole... Ne sentiamo e ne “digeriamo” a tonnellate, raggiungendo un grado di assuefazione pari e forse superiore a quello di Renzo Tramaglino di fronte all’avvocato (ribattezzato Azzeccagarbugli) di manzoniana memoria.
A cosa imputare questa nostra “permeabilità” che non sembra avere antidoti?
Probabilmente alla nostra pigrizia mentale ma anche alla nostra scarsa capacità di reazione in un mondo globalizzato che sembra aver fagocitato non solo le nostre (poche) capacità economico-finanziarie ma anche quelle del pensiero. E qui sta la gravità della questione. Perché è vero che le parole, in quanto strumento comunicativo, nascono, si evolvono e infine muiono per lasciare il posto ad altre parole, è vero anche che certe parole lasciano un segno (negativo) non solo sulla nostra vita individuale ma anche su quella collettiva.
In questo senso dovremmo essere più attenti a non lasciarci travolgere da queste “pietre rotolanti” che anche quando sembrano solo sfiorarci riesconoa far male ed a lasciare cicatrici indelebili.
Certo, non è facile individuare modi e tempi per fare qualcosa in questa direzione. L’unica difesa potrebbe (e dovrebbe) essere quella di chiedere subito spiegazioni quando i singoli termini confondo invece che chiarire.
Chiedere non per innestare una inutile discussione accademica ma per poter agire di conseguenza e, soprattutto, per far capire a chi parla una lingua incomprensibile che se vuol essere ascoltato deve spiegarsi meglio. Non sarà facile ma sarebbe l’unico antidoto alle parole-trappola-

SALVATORE DI CICCO

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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