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Ultimo aggiornamento: Lunedì 17 Dicembre - ore 00.03

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No Global

di Salvatore Di Cicco

No Global

- I guasti che la terra subisce da parte dell’uomo sono tanti e ad ogni latitudine. Dai paesi più ricchi a quelli più poveri non si contano le offese fatte alla natura, le violenze che ogni giorno uomini di ogni razza e colore subiscono da parte di altri uomini che se ne infischiano del rispetto per gli altri e guardano solo e soltanto al proprio interesse personale.
Da un po’ di tempo a questa parte, però, le cose stanno cambiando, nel senso di una maggiore coscienza dei diritti che ognuno di noi ha in quanto parte dell’umanità. Hanno fatto storia, per esempio, le manifestazioni per il riconoscimento dei diritti dei negri in America, così come hanno fatto strada le lotte per i diritti delle donne e così via. Piccole e grandi manifestazioni che hanno risvegliato le coscienze, anche se non hanno risolto tutti i problemi.
Oggi, con la crisi che sembra non conoscere confini, si può aggiungere un’altra questione da risolvere, anzi “la” questione per eccellenza, quella che ci vede coinvolti in un processo di involuzione che mette tutti in una condizione di estrema fragilità. Stiamo parlando, cioè, della globalizzazione, quel fenomeno che all’inizio sembrava proporsi come quella specie di panacesa dei problemi del mondo industrializzato e, per certi versi, una speranza in più per quello ancora relegato a terra di nessuno nella grande sfida dell’industrializzazione.
Cosa è successo, dunque, al mondo globalizzato?
È successo, più o meno, quello che anche l’osservatore più disincantato avrebbe potuto dedurre. Un mercato mondiale crea, sì, opportunità più ampie a tutti ma non tutti sanno pianificare e diversificare produzione e mercati oltre un certo limite temporale. Chi, per mestiere, produce beni e servizi sa di correre qualche rischio, a cominciare da un mercato che rischia di saturarsi. Se questo mercato diventa globale il rischio è sicuramente minore ma sempre rischio rimane. Se a questo aggiungiamo la mannaia della “bolla” finanziaria che ha sconvolto il mondo intero, ecco materializzarsi il fantasma della crisi, e quindi della recessione. Ma quando crisi e recessione sono globali tutto diventa terribilmente più difficile.
Ora, quindi, di fronte a una crisi di queste dimensioni diventa indispensabile una riflessione di tipo globale. Voglio dire che, volenti o nolenti, siamo costretti a fare un’inversione a “U” per riprendere a camminare verso un futuro meno incerto e possibilmente più gratificante.
Per prima cosa bisognerà rivedere i progetti in grande stile, quelli che vedevano il mondo diventato come il cortile di casa. Non sarà più così, ovviamente. Bisognerà tornare a guardarsi intorno, in un raggio d’azione meno ambizioso, per tornare a progettare un futuro più a misura d’uomo, cioè senza più guardare il vicino dall’alto in basso ma, al contrario, agire con la convinzione che solo collaborando si può riprendere la marcia verso il progresso. Un progresso che non sarà più sinonimo di beni di consumo ma di benessere materiale eimmateriale, cioè quel benessere che non si vede ma si avverte dentro se stessi. Insomma, lo slogan del futuro sarà uno solo: no global!

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